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Carlo Rubbia è uno dei giganti della scienza italiana, senatore a vita della Repubblica italiana e penultimo italiano a vincere il Nobel per la Fisica nel 1984, per i suoi studi sull’interazione debole che hanno portato alla scoperta delle particelle W e Z. Negli ultimi anni, l’attenzione del fisico friulano si è particolarmente spostata sul tema del contrasto ai cambiamenti climatici e della sostenibilità ambientale, nei quali Rubbia, come suo solito, ha preferito il mantenimento di un approccio pragmatico e basato sul realistico avanzamento dei processi e delle tecnologie abilitanti piuttosto che su voli pindarici tipici del mondo green. Tanto che più volte, decontestualizzate, le sue parole sono state strumentalizzate da chi ha adottato un approccio “negazionista” al tema climatico.

In una recente intervista a Rivista Energia Rubbia ha ribadito questo approccio presentando la sua visione, che è quella sia dello scienziato che del politico, basata su un’analisi in tre dimensioni: la prospettiva di una graduale de-carbonizzazione delle fonti non rinnovabili, il tema della ricerca di fonti rinnovabili utilizzabili strategicamente e, in prospettiva, il dibattito sul futuro ruolo del nucleare a livello italiano ed internazionale.

L’approccio di Rubbia è particolarmente apprezzabile perché va nella giusta direzione programmatica. Ovvero denota la grande consapevolezza che l’ambiente e la transizione ecologica necessitino di scelte ragionevoli e di lungo periodo, come su InsideOver abbiamo da tempo puntato a sensibilizzare sia studiando la questione climatica nel complesso sia discutendo con esperti come l’analista energetico Gianni Bessi, che proprio nella ricerca di un giusto mix tra rinnovabili e fonti fossili a minor tasso di inquinamento, come il gas naturale, ha prospettato di ritrovare la soluzione ideale alla crisi ambientale.

Rubbia, nell’intervista, parla proprio di questo tema: sottolineando i problemi legati alla distribuzione in larga scala di energia generata sulla base di tecnologie come l’eolico o il solare, che “sono da un lato disponibili in maniera aleatoria e dall’altro richiedono generalmente elettricità non facilmente trasportabile su grande scala”, il Nobel ritiene che “le energie rinnovabili, anche se in rapida crescita e con vastissimi investimenti, non potranno arrivare a sostituire interamente i fossili”.  In questo contesto soprattutto nel ramo del gas naturale “nuove forme di combustione sono infatti possibili” e capaci di garantire “l’eliminazione completa della CO2. Ci sono validi motivi per sviluppare anche in questo campo una adeguata produzione industriale”. Da non sottovalutare inoltre il fatto che gli impianti per il trasporto del gas si prestano a uno strategico dual use per un nuovo fronte, quello dell’idrogeno, nuova filiera su cui l’Italia sta sviluppando una sua strategia nazionale.

Meno soddisfacente, invece, il ruolino di marcia sul tema del gas nazionale: sono note da tempo, purtroppo, le limitazioni dell’attività imposte dagli ultimi due esecutivi governi alle trivellazioni nell’offshore marittimo nazionale, una strategia autolesionista che ha castrato un settore dotato di un grande indotto industriale senza produrre ritorni “ecologici” significativi, dato che i pozzi del Mare Adriatico sono sfruttati dagli Stati rivieraschi della costa Est.

Ma la disamina di Rubbia non si ferma qui. Il fisico tocca anche lo spinoso tema del nucleare, che a suo parere con l’attuale focalizzazione sulla fissione difficilmente potrà, su scala globale, diventare un attore centrale (oggi produce il 6% dell’energia a livello globale e entro il 2040 senza un cambio tecnologico l’Iea prevede che la produzione mondiale possa passare da 280 a 90 GW annui). I Paesi più sviluppati, Italia compresa, non devono però abbandonare “la ricerca di un nucleare interamente nuovo, come la “fusione a-neutronica”, nuova frontiera del settore, “studiando la possibilità di arrivare alla pura emissione di elettricità da particelle alfa e senza alcuna radiazione beta o gamma, a partire ad esempio dal Boro, un semplice ed abbondante elemento naturale”.

Nel grande progetto “France Relance” del governo di Emmanuel Macron e nei nuovi piani di transizione ecologica del governo britannico di Boris Johnson, non a caso, il nucleare pulito gioca un ruolo centrale. In senso più ampio e con un impatto mediatico e politico maggiore, la questione della dismissione del nucleare italiano dopo il disastro di Chernobyl fu l’antesignana dell’odierna battaglia sulle trivelle, in cui il realismo economico e il pragmatismo scientifico vennero sopraffatti dalla furia ideologica e da un ambientalismo di maniera incapace di produrre soluzioni concrete. E non è un caso che proprio in Francia si trovi il reattore sperimentale Iter (International Thermonuclear Experimental Reactor), sito a Cadarache, vicino a Marsiglia, in cui un consorzio internazionale lavora al nucleare “pulito” del futuro. L’Italia partecipa con diverse aziende (Fincantieri, Ansaldo Energia, Vitrociset,spin-off di Leonardo, Asg Superconductors) capaci di acquisire appalti dal valore di oltre un miliardo di euro e, soprattutto, con il capitale tecnologico e scientifico dell’agenzia nazionale per l’energia, l’Enea di Roma

Una strategia politica di rilancio delle prospettive italiane nel ramo della sostenibilità e un piano nazionale di transizione non potrà non incorporare questi progressi scientifici. Rubbia insegna che la partita è multidimensionale e l’Italia deve far sistema, rimediare agli errori compiuti nei settori tradizionali e incentivare la ricerca di frontiera. Buona notizia, ad esempio, che a settembre sia partita al centro Enea di Frascati la fase operativa per la realizzazione del progetto Dtt (Diverter Tokamk Test), la macchina che dovrà sperimentare soluzioni all’avanguardia per l’energia da fusione, collegato ad Iter e finanziato da oltre mezzo miliardo di euro di finanziamenti pubblici tra Mise, Enea e enti accademici. Il capitale umano, scientifico ed economico del sistema-Paese impone all’Italia di partecipare da protagonista a questa partita: ne fa della competitività nelle sfide energetiche del futuro.