Karachi, adagiata sul Mar Arabico, prima città del Pakistan per numero di abitanti e seconda megalopoli al mondo, è un monolite di cemento, un leviatano febbricitante, un coacervo di pirati del giorno d’oggi dove tutto è il contrario di tutto senza ordine e ordini. È in questa Geenna di terra d’Oriente che sacro e profano, opulenza e miseria, vita e morte si mescolano e si uniscono in una ridda di voci e urla, suppliche e imprecazioni, sirene e spari senza soluzione di continuità.

Karachi è la città più pericolosa al mondo e la guerra e la contraddizione sono connaturati in ogni suo aspetto. Grattacieli e minareti si contendono il cielo, salafiti e faccendieri si contendono le strade e tra i vicoli dei sobborghi dove i risciò suonano all’impazzata, i muli trainano carretti, i taxi invertono le marce e l’odore di spezie si mischia con quello del sangue che esce dalle macellerie halal si incontra il popolo dell’abisso pakistano.

Alcuni uomini travolti dalla miseria vivono ricercando nei rifiuti che invadono i canali di scolo il proprio appiglio alla sopravvivenza, altri sono costretti a mendicare pietà e rupie sui marciapiedi, altri ancora invece emigrano, poco distante, a solo cinquanta chilometri, alla ricerca di un lavoro in un luogo dove si lavora per vivere e si vive per morire: Gadani.

Questo è il nome della spiaggia che ospita i cantieri di demolizione delle navi provenienti da tutto il mondo, un anfiteatro del disumano dove tutto sembra essere stato infettato dalla morte, l’acqua del mare così come il sole che incendia la sabbia, e dagli gli scafi arrugginiti e abbandonati dei mercantili si solleva una nebbia venefica che infetta un’aria derelitta e malata. Lo scibile umano perde ogni suo orientamento quaggiù dove, nel cimitero delle barche, seppellisce la propria esistenza una falange di lavoratori dimenticati da Dio e dagli uomini, gli empi della “terra degli uomini puri”, il Pakistan.

Il primo novembre 2016, il mondo conosce i cantieri di demolizione delle navi in Pakistan, perchè, di primo mattino, un’esplosione all’interno di una petroliera provoca la più grande tragedia della storia di Gadani. Una bombola di gas esplode, carburante e idrocarburi presenti nella stiva del cargo prendono immediatamente fuoco, le deflagrazioni si moltiplicano e crolli e fiamme investono gli operai che stanno lavorando allo smantellamento del bastimento. L’incendio dura 24 ore, il bilancio finale sarà di 29 lavoratori morti, i feriti oltre 60, alcuni dei quali in gravissime condizioni e impossibilitati ad essere soccorsi perchè non ci sono abbastanza ambulanze per trasportarli all’ospedale più vicino che dista oltre cinquanta chilometri.

L’accaduto porta sotto la luce dei riflettori il centro di demolizione di Gadani e solo allora il mondo prende coscienza di quanto avviene sulla spiaggia pakistana dove oggi sono impiegati approssimativamente 6000 operai, la maggior parte dei quali migranti provenienti da Karachi e dalle regioni più povere del Paese e che, senza alcuna misura di sicurezza, senza ferie e diritti lavorativi, mettono a repentaglio quotidianamente la propria vita lavorando in condizioni disumane per una paga che, secondo il sindacato IndustriAll Global Trade Unione è quantificabile, tra i 3 e i 6 euro al giorno, ovvero un salario mensile che oscilla tra i 90 e i 180€ al mese.

Sono passati cinque anni da quel tragico giorno ma, dopo l’iniziale choc internazionale e la consequenziale capillare copertura mediatica, nel giro di pochi mesi, i riflettori si sono di nuovo spenti su Gadani, dove le condizioni sono rimaste analoghe a prima dell’incidente. I lavoratori continuano a operare tra temperature incendiate e, senza alcun tipo di garanzia e diritto contrattuale, sono continuamente esposti a sostanze cancerogene e chimiche e non hanno in dotazione alcuna protezione. Migliaia di uomini in infradito e salwar kameeze si muovono tra i rottami delle barche e con martelli e fiamme ossidriche smantellano i giganti del mare che provengono principalmente dall’Europa, dagli Usa e dalla Cina.

Gadani, come Chittagong e Alang-Sosiya, luoghi analoghi rispettivamente in Bangladesh e India, spesso definiti i cimiteri delle navi o l’ultima spiaggia dei gigante del mare, sono l’osservatorio privilegiato per essere testimoni oggi di una correlata e ciclica distruzione dell’ambiente e dell’uomo.

I danni causati all’ambiente dallo smaltimento delle barche su queste spiagge sono infatti incommensurabili. L’ong Shipbreaking platform, che da anni si batte per la chiusura di questi siti, ha denunciato che il prezzo che si paga per poter smaltire queste navi titaniche su spiagge soggette a maree, in termini di danni alla popolazione e all’ambiente, è immenso. Le mareggiate infatti provocano lo sversamento di rifiuti in acqua e nel sottosuolo, inoltre l’area è priva di strutture per lo smaltimento dei rifiuti, quindi tutto i materiali di scarto, compresi quelli tossici, vengono semplicemente scaricati in mare o fuori dai siti di demolizione delle navi e il processo sembra inarrestabile.

Gli attivisti locali hanno presentato una denuncia chiedendo che le attività di demolizione navale operino in linea con la Convenzione di Basilea. Finora, il governo di Islamabad e quello regionale del Baluchistan però non hanno avviato alcuna modifica e Gadani è rimasto l’implacabile e inclemente cimitero delle navi, degli uomini e del mare.