Mentre l’epidemia di Covid-19 si diffonde nel mondo ed i vari Paesi colpiti progressivamente stanno lentamente prendendo le stesse misure contenitive adottate dall’Italia, c’è chi si interroga sulla possibile correlazione tra il clima in cui il patogeno e nato e la sua capacità di diffusione e virulenza.

Secondo alcuni ricercatori ci sarebbe un fil rouge che collega la provincia cinese di Hubei con l’Iran, l’Italia, la Corea del Sud e altri stati d’Europa come Francia, Germania, Spagna e Regno Unito: tutti si troverebbero nella medesima fascia temperata del clima terrestre.

Facciamo ora un breve ripasso di scienze: il globo terrestre viene suddiviso, per semplicità scolastica, in macrofasce climatiche: una zona tropicale, tra i due tropici (del Cancro e del Capricorno) e a cavallo dell’equatore, due fasce temperate (a nord e a sud di questa) e due fasce artiche, che partono grossomodo dai circoli polari.

Si è notato, ma forse è molto più una semplificazione giornalistica che scientifica, che il coronavirus Covid-19 si è diffuso maggiormente nelle fasce temperate, e sin’ora, soprattutto guardando alla carta globale del contagio che quotidianamente viene aggiornata dall’istituto universitario Johns Hopkins, sembra che sia così.

Se sovrapponiamo questa semplice carta climatica con la mappa del contagio si vede che gli Stati più colpiti sino ad oggi rientrano tutti nella fascia temperata.

Sicuramente c’è un fondo di verità: un patogeno, di qualsiasi tipo esso sia, ha bisogno di un optimum ambientale per riprodursi e diffondersi. Il virus influenzale, ad esempio, ha il suo picco di diffusione durante il periodo invernale, ovvero non solo quando le nostre difese immunitarie si abbassano a causa del freddo, ma anche quando ci sono particolari condizioni di temperatura e umidità dell’aria.

Il problema però è che questa semplificazione in fasce climatiche è appunto una semplificazione. Ad esempio l’Italia, che rientra tutta nella fascia temperata, ha in sé diverse zone climatiche che dipendono dalla latitudine, dall’altitudine e perfino dalla morfologia dell’orografia locale o dalla presenza di grandi specchi d’acqua come i laghi. Non tutti forse sanno che il Nord della nostra penisola, grossomodo dall’Emilia Romagna in su, è a clima continentale, in particolare a clima continentale temperato, per distinguerlo dal clima continentale freddo del resto dell’Europa, e non è certo una sorpresa: il clima di Milano ricorda più quello di Parigi che quello di Roma. Il resto d’Italia, fatto salvo alcune fasce negli Appennini, quindi sui rilievi, si può considerare prevalentemente di tipo Mediterraneo, ma anche in questo caso esistono eccezioni date da particolarità geografiche e da altitudine: l’inverno a L’Aquila è notoriamente diverso dall’inverno della Capitale, eppure distano solo poco più di cento chilometri.

Esistono quindi dei microclimi molto diversi dati da particolarità del territorio. La temperatura, il tasso di umidità e le precipitazioni, tutti parametri che i ricercatori stanno prendendo in considerazione per trovare una correlazione tra clima e diffusione del virus, possono variare di molto nello spazio di pochi chilometri. Chi abita vicino a uno dei grandi laghi italiani lo sa bene: l’effetto “pompa di calore” dello specchio d’acqua mitiga le temperature invernali anche di 2 o 3 gradi, altera il tasso di umidità e modifica il regime delle precipitazioni rispetto a zone situate poco distante.

Torniamo ora alla possibile macrocorrelazione tra le regioni in cui Covid-19 ha colpito con maggior forza: la provincia di Hubei, in Cina, secondo il modello climatico di Köppen è data a clima simile a quello del Nord Italia: in particolare viene definito Cfa (C=temperato caldo piovoso, f=con precipitazioni in tutti i mesi, a=temperatura media del mese più caldo superiore a 22 °C). Iran e Corea del Sud però, non hanno la stessa zona climatica di Hubei o del settentrione italiano. In particolare Seul è prevalentemente a clima boreale (Dwa) e Teheran prevalentemente a clima arido (BSh) con ampie fasce desertiche. Restando in Europa, secondo la medesima classificazione, Francia, Regno Unito e metà Germania hanno un clima temperato che ricorda quello italiano ma di tipo diverso (Cfb) mentre l’altra metà della Germania ha un clima boreale. La Spagna, invece, è divisa grossomodo a metà tra il clima temperato (Cfb) e quello arido (BSh).

Il virus non si è diffuso in Canada o in Russia perché hanno un clima diverso? Sicuramente anche qui un fondo di verità c’è, ma dobbiamo considerare il periodo: siamo in inverno e a quelle latitudini Covid-19 sembra non essere nel suo optimum ambientale, ma quando le temperature si alzeranno, se non saranno state prese le dovute misure di contenimento tra la popolazione, assisteremo ad un picco nei contagi che per il momento si mantengono per lo più bassi. Ad oggi in Canada i contagi sono 439 mentre in Russia 93. Questa disparità tra le due nazioni è però da attribuire, più che al clima che è simile, alle diverse misure precauzionali prese: molto più tempestive ed efficaci quelle di Mosca.

“Nei Paesi caldi il contagio sembra non diffondersi”. Anche qui occorre andare cauti nel fare questo tipo di affermazioni: al momento in Brasile, in Messico o in Malesia, tanto per prendere tre esempi della fascia tropicale ed equatoriale, l’infezione sembra non avere colpito con la stessa violenza rispetto all’Italia o ad altri Paesi Europei. Se andiamo a vedere i dati rilevati sempre dalla Johns Hopkins, il Brasile conta 234 casi, la Malesia 566 e il Messico solo 82. Ma anche in questi casi è plausibile pensare che si tratti più di un fatto temporale che ambientale, del resto anche in Argentina, che è nella fascia temperata per buona parte del suo territorio come l’Europa, i contagi registrati sono pochi: 65.

Sicuramente, come abbiamo detto da subito, esiste un rapporto tra particolari condizioni ambientali e la capacità di un virus di essere “attivo” e diffondersi, ed è giusto che la scienza cerchi possibili legami di causa effetto tra il clima e la diffusione di un patogeno, che proprio a causa di particolari condizioni climatiche può diventare endemico (pensiamo alla malaria o alla dengue). Al momento però, essendo noi nella fase iniziale di questa epidemia, è forse prematuro cercare questo tipo di correlazioni che potranno essere studiate a fondo, soprattutto considerando le differenti misure di prevenzione e contenimento prese dai vari Paesi che alterano il valore del set di dati a disposizione, solo quando sarà terminata.