Mesopotamia, terra di latte e di miele dove migliaia di anni fa è nata la nostra civiltà. Una terra incontaminata, apparentemente lontana da tutto e da tutti, ma terribilmente vicina: ad un passo dall’Europa, con un piede in Asia, adiacente le zone calde del Medio Oriente come la Siria e l’Iraq. Ci troviamo nel Kurdistan turco, croce e delizia di Recep Tayyip Erdogan, un crocevia nel crocevia abitato da un popolo che ancora oggi chiede un riconoscimento, esattamente nel momento in cui è proprio sulle milizie curde che il mondo occidentale ha fatto affidamento per combattere lo Stato islamico.

Questa terra meravigliosa, che sfiora i 12mila anni di storia, in un altro angolo del mondo probabilmente sarebbe uno di quei luoghi dove viaggiatori e turisti pagherebbero qualsiasi cifra per godere delle sue bellezze. Invece il destino ha voluto che quest’area cadesse proprio nel mezzo di una polveriera geopolitica: investimenti e speculazioni estere, le rivendicazioni del Pkk, le smanie autarchiche di Erdogan, il conflitto nel Paese di Assad ma soprattutto l’ostinazione per impoverire d’acqua l’Iraq attraverso la famigerata Ilisu Dam.

Ed è proprio quest’ultimo ad essere divenuto uno dei target principali della politica estera di Erdogan: ed è per togliere l’acqua agli iracheni che da circa dieci anni il leader turco progetta di far annegare sott’acqua questi luoghi millenari. Simbolo di questo scempio imminente, la città di Hasankeyf, perla meravigliosa scavata nella pietra e cullata dal fiume Tigri, che nei prossimi mesi finirà sotto metri e metri d’acqua.

Il progetto paventato da anni è diventato realtà: prima è stata costruita una grande diga idroelettrica, poi si è iniziato progressivamente a riempirla nonostante le vivaci proteste: i lavori stanno causando e causeranno lo sfollamento di migliaia di persone (i villaggi interessati sono circa 200) e rischiano di causare una serie di grosse carenze idriche più a sud, in Iraq, dove gli arabi delle paludi lottano da sempre contro la siccità. Per non parlare delle gravi conseguenze sull’ecosistema globale che si abbatteranno su flora e fauna fino in Siria. L’acqua sta ormai iniziando ad accumularsi nella diga di Ilisu, progetto faraonico che ha come obiettivo ultimo generare 1200 Megawatt di elettricità per la Turchia sud orientale.

Agosto 2019: i lavori accelerano

Il piano era già stato varato nel 1997 e costituiva uno dei nodi nevralgici di una più ampia strategia di ammodernamento dell’Anatolia sud-orientale, volta a modernizzare questa regione povera e meno sviluppata della Turchia. Fortissime sono le proteste che, oggi, giungono dall’Iraq: la diga crea una forte mancanza d’acqua riducendo i flussi di uno dei fiumi fondamentali per il Paese, di cui il 70% dell’approvvigionamento idrico proviene proprio da Paesi vicini, soprattutto da i due grandi fiumi che hanno dato vita alla Mesopotamia. La diga non piace soprattutto ai locali, che si rifiutano di trasferirsi o di spostarsi nel grande Paese dormitorio (di cemento) costruito a monte e che non approvano il “furto” d’acqua ai vicini: “Impareremo a nuotare” è diventato il loro slogan.

Proprio perché il progetto è sempre stato accompagnato da proteste, è oggi attenzionato da un vasto movimento internazionale e locale (“Salviamo Hasankeyf”) che opera per la salvaguardia dei siti storici e del diritto all’acqua. Al momento, lo stato dell’arte dei lavori è rilevabile solo da immagini satellitari: queste, nelle ultime settimane, confermerebbero che la diga ha iniziato a trattenere l’acqua e che l’allagamento totale delle zone interessate è ormai prossimo. Un gruppo di organizzazioni non governative, attivisti e sindacati hanno condiviso le immagini della diga che mostrano un aumento sensibile dell’acqua nell’ultima settimana di luglio: ciò sarebbe la prova che le valvole sarebbero state chiuse definitivamente. Contemporaneamente, il livello dell’acqua all’interno del lago della diga sembrerebbe crescere ogni giorno e gli abitanti delle zone sarebbero sempre più in allerta perché non sono in grado di prevedere quando l’acqua arriverà ad inondare le proprie case, le proprie strade, le proprie vite.

Una serie di start e stop e il tentativo presso l’Unesco

Il progetto ha avuto inizio ufficialmente nel 2006 con un imponente lavoro di scavo. Nel corso del tempo, numerosi ostacoli di natura politica e burocratica ne hanno bloccato la realizzazione come nel 2008, quando alcuni investitori europei si sono ritirati dal progetto. Il caso del Kurdistan meridionale, ed in particolare della cittadina mesopotamica, è stato portato anche all’attenzione dell’Unesco, tentando di far riconoscere la zona come Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Con lo scarto di appena un criterio mancante, l’Unesco ha segnato, con la propria sentenza pilatesca, il destino di quest’area.

Hasankeyf, sulle rive del Tigri (LaPresse)
Hasankeyf, sulle rive del Tigri (LaPresse)

Sullo sfondo di questo dramma di acqua e terra non solo il destino di migliaia di agricoltori, pescatori, tessitori e piccoli artigiani che qui di turismo sopravvivono, ma anche un grande crimine culturale e artistico: pareti di roccia millenaria, un antico ponte romano sospeso sul fiume Tigri, il canyon che quest’ultimo crea all’interno della valle; e poi ancora, lo scempio del taglio della celebre tomba di Zeynel Bey, monumento che vanta circa 500 anni di vita, letteralmente segato e portato via in pezzi. La diversione del fiume, già in atto dal 2012, si porterà via sotto circa 30 metri tutto questo: piccoli mercatini, palafitte, enormi ficheti ombrosi, piccole strade acciottolate, bar di fortuna dove si può gustare un caffè (rigorosamente alla turca) stando seduti nell’acqua del fiume, le barche dei pescatori, telai, alberi, bestiame e parte della storia di tutti noi.