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Considerata da anni il polmone verde della terra, nel corso degli anni la foresta Amazzonica si è imbattuta in molteplici episodi che hanno contribuito al suo progressivo disboscamento. Non soltanto la costruzione della Transamazzonica e la necessità di estendere i terreni coltivabili brasiliani per fare alla domanda interna ed estera, ma anche lo sfruttamento intensivo del territorio per appropriarsi delle sue ricchezze naturali ha contribuito negli anni a rendere la più grande foresta pluviale al mondo una vera e propria terra di conquiste. In uno scenario che, purtroppo, rischia nel lungo periodo di divenire pericoloso non soltanto per la stabilità stessa dell’ecosistema ma anche per la sopravvivenza stessa delle popolazioni indigene che tutt’ora abitano nell’Amazzonia.

Le tribù indigene così sono minacciate

Come messo in evidenza dal quotidiano tedesco Der Spiegel, nel corso degli ultimi anni un’attività illecita in particolare è cresciuta esponenzialmente nei territori dell’Amazzonia: l’estrazione aurea. E in modo particolare, considerando anche l’elevata presenza del minerale nel terreno, il fenomeno ha interessato prevalentemente la riserva degli Yanomami, sita ai confini nord-occidentali del Brasile.

Oltre ad essere la più grande riserva naturale dell’Amazzonia (cui estensione si avvicina ai dieci milioni ettari) essa è abitata infatti da due diverse popolazioni indigene: gli Yanomami e i Munduruku, cui stile di vita richiede tutt’ora una forte simbiosi con la natura che li circonda. Popolazioni che, nel corso degli anni, avevano guadagnato l’attenzione mondiale anche grazie alla forte resistenza posta nei confronti della costruzione della Transamazzonica e del disboscamento che avrebbe causato la sua costruzione.

Con gli interventi però di urbanistica da una parte e dell’estrazione mineraria illegale dall’altra, la stabilità stessa del loro territorio è stata messa in discussione, con migliaia di ettari di territorio che ormai sono divenuti per loro inutilizzabili. In una situazione che, nonostante prese di posizione anche dei tribunali brasiliani che hanno imposto a Brasilia una maggiore vigilanza dei territori, rischia nei prossimi anni di diventare irreversibile, mettendo in pericolo la sopravvivenza di oltre 30mila indigeni locali.

I danni causati dalla corsa all’oro

Come sottolineato sempre dal Der Spiegel, nel corso degli ultimi anni sarebbero stati oltre 2mila gli ettari di terreno distrutti dalla estrazione illegale ed intensiva dell’oro dell’Amazzonia, rendendo di fatto inutilizzabili vaste aree che fino a pochi decenni fa costituivano terreni di caccia per le tribù degli Yanomami e dei Manduruku.

Sebbene in Brasile le leggi che regolamentano l’estrazione dell’oro siano ferree, l’ambiente pluviale e la difficile raggiungibilità dei territori anche da parte delle forze di vigilanza ha reso la pratica particolarmente sicura e proficua. Ciò, nel corso degli anni, ha generato l’aumento del lavoro illegale del settore nel territorio ed ha contribuito ad aumentare l’impatto sulla riserva naturale, danneggiando irreversibilmente l’ecosistema di larghe porzioni di territorio. E stando alle accuse degli Yanomami, infatti, allo stato attuale sarebbero oltre 20mila i lavoratori addetti all’estrazione di oro e la “convivenza” forzata ha generato negli ultimi anni molteplici episodi di scontri e di tensioni. Ultimo dei quali (nato da un intrusione all’interno di un’insediamento indigeno) ha provocato uno scontro armato dove cinque persone sono rimaste ferite.

Negligenza nazionale (e internazionale)

Le accuse degli Yanomami però non si sono nel tempo rivolte soltanto nei confronti degli “invasori”, bensì anche nei confronti delle autorità nazionali e internazionali che, secondo la loro posizione, non avrebbero contribuito adeguatamente a disincentivare la pratica intensiva nella regione. Brasilia ma anche le organizzazioni dipendenti dall’Onu non si sarebbero infatti mosse in modo sufficiente per limitare l’estrazione illegale, permettendo ai ricercatori di danneggiare vaste aree dell’Amazzonia che ormai sarebbero divenute irrecuperabili. In uno scenario che, senza significativi cambi di tendenza, potrebbe diventare ancora peggiore nel corso dei prossimi anni.