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Nelle ultime settimane l’attenzione del mondo si è concentrata sulla Cina dopo lo scoppio delle nuove proteste ad Hong Kong, segnate da un escalation di violenza dei manifestanti e da un duro braccio di ferro tra i cittadini e i rappresentanti del governo di Pechino nell’ex colonia britannica. Tuttavia, altri focolai di protesta si sono accesi nella Repubblica Popolare per motivazioni molto diverse da quelle legislative che hanno aperto la faglia ad Hong Kong: a Wuhan, popolosa città di dieci milioni di abitanti e capoluogo dell’Hubei, a inizio giorno sono scoppiate manifestazioni di contestazione contro la decisione del governo regionale di costruire un nuovo inceneritore nel popoloso quartiere di Yangluo, in cui vivono oltre 300.000 persone.

Come sottolinea il Global Times, il progetto di inceneritore è opera delle autorità regionali dell’Hubei ed è stato ipotizzato circa dieci anni fa, quando ancora era impronosticabile la vertiginosa crescita dell’urbanizzazione di Wuhan, centro di una provincia il cui Pil cresce dell’8,5% annuo.

Le proteste di Wuhan colpiscono uno dei ventri molli del sistema di potere cinese, le rappresentanze locali del Partito comunista cinese e la loro difficoltà nel coniugare i bisogni strategici e gli indirizzi del governo centrale con le aspettative di una popolazione le cui aspettative socio-economiche sono in continua evoluzione. E l’ambiente è uno dei temi in cui la società civile cinese non manca di far sentire la sua voce. Nel 2013, l’inquinamento atmosferico a Pechino e nelle altre metropoli cinesi toccò livelli insostenibili nel corso di quella che fu definita dai media internazionali airpocalypse.

La guerra all’inquinamento di Xi Jinping

Da allora, specie dopo l’ascesa di Xi Jinping, il Partito comunista e il governo hanno dichiarato una vera e propria guerra all’inquinamento, rendendo in pochi anni la Cina una potenza guida nella lotta ai cambiamenti climatici per capacità e programmazione degli investimenti.

La guerra all’inquinamento si è sostanziata in nuovi standard e parametri per i livelli di inquinamento, multe più salate per gli inquinatori recidivi, dure campagne d’ispezione governative e investimenti massicci in energie rinnovabili e diversificazione dei mix energetici, portando da 71,2 a 47,9 microgrammi per metro cubo d’aria il livello di particolato PM2,5 nelle atmosfere delle 50 maggiori città cinesi e, come sottolinea The Diplomat, facendo sì che quest’anno, 337 città abbiano goduto di oltre l’80% di giornate d’aria pulite nei mesi da gennaio a giugno. Ma molto resta ancora da fare.

“Per ridurre gli alti tassi d’inquinamento, la Cina sta impiegando risorse energetiche più “pulite” quali petrolio, gas naturale, energia nucleare, eolica e solare per limitare l’uso del carbone. Quest’ultimo rappresenta ancora il 60% del fabbisogno energetico cinese. In questo contesto rientra anche l’utilizzo dei termovalorizzatori, ovvero inceneritori che generano energia con il vapore prodotto dalla combustione dei rifiuti. Il loro impatto sulla salute è fortemente dibattuto, a causa dell’emissione di anidride carbonica”, fa notare il Bollettino Imperiale di Limes.”La Cina è ancora lontana dal risolvere il problema ambientale. Secondo uno studio della Chinese University di Hong Kong, l’inquinamento atmosferico uccide un milione di cinesi all’anno e farebbe perdere al paese 38 miliardi di dollari l’anno sotto forma di morti premature e di prodotti alimentari sprecati”.

Il caso dell’Hubei e il ruolo della Diga delle Tre Gole

La scelta di introdurre gli inceneritori si scontra con i timori delle comunità locali, molto spesso abitanti quartieri popolosi di grandi città, di vedere tornare le minacciose nubi di smog che per anni hanno avvelenato i cieli della Repubblica Popolare. Tale timore è particolarmente sentito in regioni come l’Hubei in cui il tessuto sociale ed economico è stato profondamente modificato dalle scelte del governo centrale compiute negli ultimi decenni. Lo Hubei deve infatti ancora abituarsi all’urbanizzazione massiccia imposta dal governo cinese nell’entroterra e legata, nel suo caso, principalmente al gigantesco progetto infrastrutturale della Diga delle Tre Gole che ha sede nel cuore dello Stato sul corso del Fiume Azzurro.

Completata tra il 2006 e il 2009, la diga (che con la sua capacità di 22,5 gigawatt (GW) e 98,8 terawattora (TWh) generati ogni anno, è l’impianto energetico più potente al mondo) ha stravolto la demografia e l’ambiente dell’Hubei in nome della rivoluzione del processo di fornitura energetica alle aree più produttive della regione e della Repubblica Popolare. 13 città, 140 paesi e 1352 villaggi sono finiti sott’acqua per permettere la realizzazione di un’opera che ha mobilitato verso i centri come Wuhan oltre cinque milioni di residenti dell’Hubei, provenienti dalla parte più profonda del Paese e poco avvezzi alle problematiche dell’urbanizzazione.

La diga ha portato allo scoperto i nervi tesi delle problematiche ambientali cinesi: degrado degli ecosistemi (ad essa è imputata l’estinzione del lipote, il delfino che abitava le acque del Fiume Azzurro), distanza tra centro e periferia, incertezza sulle soluzioni tra Stato e regioni, necessità di dare risposta ai problemi dell’urbanizzazione (principalmente la vulnerabilità degli ex abitanti delle campagne all’inquinamento atmosferico). In questo contesto,le proteste di Wuhan sono un campanello d’allarme che Pechino deve ascoltare: nonostante i successi ottenuti dalla campagna anti-inquinamento su scala aggregata, il governo dovrà capire i mutati rapporti sociali, demografici ed economici prima di portare avanti le prossime mosse. E ascoltare il richiamo di una popolazione che chiede sempre maggior voce sulle questioni ambientali, per evitare di assistere in futuro a un nuovo, precipitoso degrado della salute dell’ambiente in cui risiede.