L’oro ha “cambiato” colore. In principio era giallo, e indicava il metallo prezioso utilizzato per creare bracciali, orecchini e collane. Con la rivoluzione industriale e la scoperta del petrolio, l’oro è diventato nero per riferirsi al nuovo deus ex machina della civiltà umana. In seguito, proprio come un camaleonte, avrebbe assunto altre sfumature per descrivere le risorse più strategiche a seconda del periodo storico. Siamo così passati a parlare, tra le altre cose, di oro bianco, con il chiaro riferimento al litio, il componente chiave per la realizzazione delle batterie delle auto elettriche e altri dispositivi tecnologici, e, ancor più di recente, di oro blu, in relazione all’acqua.
Del resto Kofi Annan, ex segretario generale dell’Onu, già nel 2002 aveva previsto che l’accesso alle risorse idriche – oltre che il loro controllo – avrebbe potuto diventare fonte di discordia tra Paesi, e quindi essere una delle case delle guerre del XXI secolo. È così che l’acqua, da elemento (in teoria) prioritario e basilare per l’intera umanità, è diventata sempre più un asset economico, nonché bene di consumo e di mercato.
Se aggiungiamo gli effetti del cambiamento climatico a politiche ambientali censurabili e ad una crescita demografica fuori controllo, oggi, accanto alle popolazioni che vivono nei Paesi a basso reddito, troviamo anche molteplici nazioni sviluppate chiamate che debbono fare i conti con aree caratterizzate da un forte stress idrico o regioni alle prese con una preoccupante scarsità idrica.
Il report Turning the tide, realizzato dalla Global Commission on the Economics of Water, commissione creata dal governo dei Paesi Bassi e dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), ha ad esempio acceso i riflettori sul 2030, quando la domanda di acqua dolce dovrebbe superare la sua disponibilità effettiva del 40%. Tra meno di dieci anni, stando agli autori del paper, il pianeta potrebbe affrontare una grave crisi idrica globale.
Stress idrico e risorse scarse: le aree in crisi
Ci sono due mappe da osservare con attenzione. La prima passa in rassegna i vari Paesi considerando le percentuali di accesso dei rispettivi cittadini all’acqua potabile, mentre la seconda si focalizza sulle aree di maggiore stress idrico. Escono fuori due mosaici colorati da tasselli che vanno dal verde, per le nazioni nelle quali pochissime persone sono prive di un accesso sicuro all’acqua potabile ed è presente uno stress idrico molto basso, al rosso intenso, dove invece accade il contrario.
Gli aspetti più interessanti che balzano all’occhio sono due. Innanzitutto, non solo nelle tradizionali zone desertiche le persone non hanno un adeguato accesso all’acqua potabile, ma anche in altri luoghi apparentemente insospettabili come l’America Latina e il sudest asiatico. Dopo di che, esistono importanti sacche di stress idrico anche in aree nelle quali la popolazione non sembrerebbe avere problemi legati all’acqua.
Per quanto riguarda le percentuali di popolazione priva di accesso sicuro all’acqua potabile, secondo i dati raccolti da Aqueduct e World Resources Institute in America Latina le percentuali oscillano tra il 10-20% del Brasile al 40-60% delle coste nord-occidentali, dove è intensa l’attività di estrazione di litio e terre rare. Escludendo il Maghreb, dove l’unica eccezione negativa è il Marocco, l’intera Africa si trova nella fascia rossissima, così come la Mongolia, l’Afghanistan, il Myanmar, la Cambogia, l’Indonesia e la Papua Nuova Guinea. Le aree più stressate idricamente, invece, sono localizzate negli Stati Uniti, in Africa centrale, Europa meridionale (Italia compresa), Medio Oriente e sudest asiatico, India in primis. Critica la situazione anche in alcune parti di Cina e Australia.
Guerre, scontri, conflitti in nome dell’oro blu
A partire dal Duemila in poi gli eventi violenti legati all’acqua si sono letteralmente moltiplicati ad ogni latitudine. L’elenco dei casi è lunghissimo: si va dagli scontri tra governi e agricoltori (in seguito a controversie politiche ambientali) agli attacchi contro infrastrutture che danneggiano (o inquinano) fiumi, laghi e mari, per non parlare di conflitti, più o meno intensi, per stabilire il controllo sull’accesso di sorgenti o su corsi d’acqua contesi.
Il braccio di ferro più famoso per l’oro blu è forse quello che contrappone Egitto ed Etiopia. La costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam (Gerd), un progetto idroelettrico costruito dall’Etiopia sul Nilo, ha complicato il rapporto tra due Paesi che considerano la diga rispettivamente come una questione di necessità nazionale e una minaccia assoluta. Fin dall’inizio della costruzione del Gerd nel 2011, il Cairo ha affermato che la costruzione dell’infrastruttura avrebbe rappresentato una grave ombra per la stabilità egiziana e regionale, in particolare per la sicurezza idrica egiziana. Al contrario, Addis Abeba ha sempre sostenuto che il Gerd, in fase di completamento, sarebbe stato un progetto di sviluppo e non politico.
La situazione si è surriscaldata nel 2013, quando l’Etiopia ha deviato il fiume per costruire la diga, una mossa ritenuta da alcune parti egiziane come il superamento della linea rossa. Dopo mesi di accuse reciproche ed intermediazioni esterne a vuoto, i due Paesi sono tornati a parlarsi, con l’intenzione di raggiungere un accordo nel giro di quattro mesi.
Un altro dossier scottante riguarda il bacino dell’Eufrate-Tigri, condiviso tra Turchia, Siria e Iraq, con l’Iran che comprende parti del bacino del Tigri. Dagli anni ’60, i piani di irrigazione unilaterali che alterano i flussi dei fiumi, insieme alle tensioni politiche tra i Paesi, hanno incendiato le relazioni nel bacino. Ulteriori controversie hanno impedito ai tre governi di co-gestire efficacemente i fiumi dell’area.
Dighe “segrete” e acque contese
Nella lista possiamo poi inserire il conflitto locale che chiama in causa la gestione del fiume Cauvery, in India, tra gli stati indiani del Karnataka e del Tamil Nadu, e quello regionale riguardante il bacino del Mekong, nel sudest asiatico, con quest’ultimo che sta assistendo ad un’enorme espansione della costruzione di dighe per la produzione di energia idroelettrica, soprattutto da parte di Cina e Laos. La nascita di tali infrastrutture ha generato tensioni diplomatiche, visto che i Paesi situati a valle delle suddette dighe temono gli impatti negativi che potrebbero causare (dalle maggiori inondazioni alla mancanza stagionale di acqua).
A proposito di Cina e India, Nikkei Asian Review ha acceso i riflettori sulla prima super diga al mondo che Pechino sta costruendo vicino alla sua frontiera – fortemente militarizzata – con l’India. Il megaprogetto, in realtà mai approfondito in maniera chiara e limpida, ha una capacità stimata prevista di 60 gigawatt, e genererebbe tre volte più elettricità della Diga delle Tre Gole, al momento la più grande centrale idroelettrica esistente, ovviamente sempre cinese. L’azione del Dragone riguarda da vicino il Brahmaputra, noto ai tibetani come Yarlung Tsangpo, un fiume che scende di quasi 3.000 metri prima di virare verso sud dall’Himalaya in direzione dell’India.
Profonda il doppio del Grand Canyon, la gola del Brahmaputra detiene le più grandi riserve idriche non sfruttate dell’Asia, mentre la caduta precipitosa del fiume crea una delle maggiori concentrazioni di energia fluviale sulla Terra. È per questo che la Cina ha iniziato a costruire la maxi diga, seppur in mezzo a mille rischi, in primis perché questi territori sono molto sismici, con tutti i pericoli connessi in caso di calamità naturale per le comunità di India e Bangladesh situate a valle.
Sempre in Asia, un altro focolaio chiama in causa Afghanistan e Iran, con i talebani che si stanno sforzando per sfruttare le acque del fiume Helmand e dell’Harirud per sostenere la ricostruzione e lo sviluppo postbellico, in mezzo alle preoccupazioni iraniane. Teheran percepisce infatti l’espansione agricola di Kabul, con tanto di costruzione di dighe, come una minaccia alla sicurezza idrica nelle sue province orientali e nord-orientali. Negli ultimi mesi, come ha spiegato il South China Morning Post, i talebani e le guardie iraniane di frontiera sono stati coinvolti in sparatorie per l’approvvigionamento idrico. In sottofondo, la contesa afghano-iraniana potrebbe presto riguardare anche Turkmenistan, Tagikistan e Uzbekistan. L’oro blu è sempre più raro e ricercato. In tutti i continenti, nessuno escluso.

