Le terribili inondazioni che hanno travolto decine di villaggi lungo il confine tra Nepal e Tibet, causando quasi 600 morti, più di 1.500 dispersi e danni incalcolabili, sarebbero state causate dal cedimento di un ghiacciaio ad alta quota sulle cime dell’Himalaya.
Il crollo, avvenuto a un’altitudine di 5.200 metri, ha trascinato per 1.200 metri rocce e sedimenti sul fondovalle innescando una valanga che ha colpito il fiume Lhende, in Tibet, a una ventina di chilometri a Nord-Est del valico di frontiera sino-nepalese. I detriti hanno bloccato il corso d’acqua prima che una diga naturale cedesse provocando una potente piena a valle.
Questo disastro si è verificato nel bel mezzo del rapido riscaldamento dell’intera regione himalayana. I ghiacciai della catena montuosa dell’Hindu Kush-Himalaya, tra Afghanistan, Bangladesh, Bhutan, Cina, India, Myanmar, Nepal e Pakistan, si sono sciolti il 65% più velocemente tra il 2011 e il 2020 rispetto al decennio precedente, mentre quelli nepalesi hanno perso quasi un terzo del loro volume nell’ultimo trentennio.
Il ritiro dei ghiacciai è un fattore da tenere d’occhio, visto che in determinate condizioni i versanti montuosi perdono stabilità e aumentano le probabilità di inondazioni improvvise. Sarebbe tuttavia un errore non approfondire cosa sta succedendo nell’impervia Himalaya, là dove le attività umane modificano il territorio e plasmano interi paesaggi.
Così India e Cina trasformano l’Himalaya
Da anni India e Cina sono impegnate a costruire infrastrutture strategiche nella regione himalayana. Nel 2025, per esempio, Delhi ha lanciato un’iniziativa idroelettrica per realizzare oltre 200 dighe nell’Arunachal Pradesh, territorio che Pechino rivendica come Tibet meridionale. Il costo? 77 miliardi di dollari.
Il Dragone ha risposto sfoggiando il maxi progetto che interessa il bacino inferiore dello Yarlung Tsangpo, ma soprattutto la mega diga che sorgerà nella Grande Ansa del Brahmaputra, nel Tibet sudorientale. Il sito diventerà, almeno nei progetti cinesi, il più grande impianto idroelettrico del pianeta con una potenza di 67-80 GW, il triplo della famigerata Diga delle Tre Gole, e un costo superiore a 160 miliardi.
Questa intensa attività stravolge i fragili equilibri dell’Himalaya e rischia di favorire disastri naturali. Rischi del genere passano tuttavia in secondo piano di fronte ai guadagni immaginati dai governi: energia idroelettrica a buon mercato per alimentare data center e infrastrutture digitali, il cui raffreddamento richiede grandi quantità di acqua.
In ogni caso, ed è bene sottolinearlo ancora, l’implementazione di simili progetti idroelettrici e la rapida urbanizzazione nell’Himalaya stanno degradando il paesaggio ambientale ed ecologico in aree ecologicamente sensibili e sismicamente attive.
Attività pericolose
Le recenti inondazioni hanno ufficialmente sancito una nuova normalità per l’intera regione himalayana. Gli scienziati, del resto, hanno più volte lanciato l’allarme sul crescente rischio di inondazioni improvvise ma nessuno ha prestato attenzione.
La costruzione di centrali idroelettriche, insieme alle relative ferrovie, autostrade percorribili in qualsiasi condizione atmosferica e gallerie attraverso la catena himalayana, sta rivoluzionando una delle aree più sensibili del pianeta in un gigantesco cantiere aperto. Il problema non riguarda soltanto l’impatto ambientale, ma anche la sicurezza di infrastrutture realizzate in una zona attraversata da faglie e soggetto a terremoti, frane e improvvise inondazioni.
A confermarlo è uno studio pubblicato nel 2026 sulla rivista cinese Sedimentary Geology and Tethyan Geology: un gruppo di geologi ha individuato la faglia attiva di Paizhen proprio nell’area interessata dal mega-progetto idroelettrico cinese sul Brahmaputra. Secondo i ricercatori la faglia ha fratturato e indebolito le formazioni rocciose, aumentando i rischi di instabilità dei versanti, soprattutto in caso di terremoti o dopo il riempimento del bacino. Quanto accaduto in Nepal è dunque un triste ma valido memorandum di cosa potrebbe nuovamente accadere.