In un Paese nato da genti in fuga, l’idea che un uragano possa arrivare all’improvviso a portarti via tutto, fa parte del kit di sopravvivenza di ogni americano. Nelle ore in cui gli Stati Uniti attendono gli esiti del passaggio di Milton (che ha già fatto vittime e lasciato al buio 2 milioni di persone), a così poca distanza da Helene, le immagini degli abitanti della Florida che sprangano porte e finestre ci restituiscono un ritratto singolare, quello del rapporto tra l’America e i disastri. Poco importa di che tipo, ma nella storia americana certi cataclismi-terremoti, attentati, conflitti, uragani- si sono ripetuti con scadenze quasi fisse e con una certa virulenza, quasi a ricordare che nulla è immutabile ma che tutto cambia incessantemente. Come se una sorta di nomadismo intrinseco nella natura di una nazione-continente e nello spirito del popolo che lo abita avesse reso uomini, donne e bambini perennemente pronti a case che si sgretolano, ponti che crollano, a venti minacciosi come a ondate di caldo infernale, ad alluvioni come a incendi indomabili.
A pensarci bene, la Frontiera è stata sostanzialmente questo: un perenne movimento di persone pronte a far fagotto e a spostarsi più a Ovest quando le cose si mettevano male, quando ciò che si era chiamato “casa” si tramutava in un luogo pericoloso, ostile e spesso letale. Lo avrebbe imparato appena centenaria la giovane Unione quando, dal 1861 al 1865, gli Stati Uniti furono travolti da un uragano come la guerra civile. Un conflitto fratricida, aggravato dal progresso tecnologico, che lo rese più letale e più lungo: in quasi cinque anni di guerra, i 620mila morti circa rappresentarono il passaggio di un tristo mietitore che si portò via l’8% di tutti i maschi bianchi di età compresa tra 13 e i 43 anni. Le battaglie intercorse tra unionisti e sudisti devastarono non solo la popolazione ma la stessa terra, che da fonte di sostentamento e guadagno si trasformò in luogo sterile stuprato dagli eserciti.

Il 18 aprile del 1906, invece, alle ore 5.12 del mattino, la costa della California settentrionale fu colpita da un devastante terremoto con una magnitudo stimata di 7,9 e un’intensità massima Mercalli di XI. Scosse di forte intensità furono avvertite da Eureka sulla costa settentrionale alla Salinas Valley, una regione agricola a Sud della baia di San Francisco. Presto scoppiarono incendi devastanti a San Francisco che durarono per diversi giorni. Furono più di 3.000 le vittime e oltre l’80% della città fu distrutta. Si tratta ancora oggi del terremoto più mortale e devastante nella storia degli Stati Uniti, e il bilancio delle vittime rimane la più grande perdita di vite umane dovuta a un disastro naturale nella storia della California e in cima alle liste dei disastri americani.
Ed è proprio qui, nel bel mezzo del Golden State, che i californiani aspettano da una vita il cosiddetto “big one“, il terremoto di proporzioni bibliche che dovrebbe colpire la California a causa dello slittamento della Faglia di San Andrea e che porterebbe a corollari indescrivibile per le persone e le città della zona. Vivere con una zainetto attrezzato con kit di emergenza, torce e scorte di cibo da queste parti non è affatto roba da stramboidi alla Sheldon Cooper, ma una normalità con cui le persone comuni – dai luoghi dorati di Orange County alle periferie di San Francisco – fanno i conti ogni giorno.
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La Seconda Guerra Mondiale era ancora molto lontana quando la “Dust Bowl” costrinse migliaia di americani alla fuga. Dust Bowl era il nome dato a una serie di tempeste di sabbia che colpirono gli Stati Uniti centrali e il Canada tra il 1931 e il 1939, causate da decenni di tecniche agricole inappropriate e dalla mancanza di rotazione delle colture. Il terreno fertile delle Grandi Pianure era infatti esposto ad arature profonde che finivano per distruggere l’erba che ne assicurava l’idratazione. Mentre forti venti e polvere soffocante spazzavano la regione dal Texas al Nebraska, persone e bestiame morirono e i raccolti fallirono. L’evento intensificò gli impatti economici schiaccianti della Grande Depressione e spinse molte famiglie di contadini a una disperata migrazione in cerca di lavoro e migliori condizioni di vita.
I coloni di fine Ottocento e inizio Novecento vivevano secondo il motto “la pioggia segue l’aratro”: emigranti, speculatori, amministratori e persino alcuni scienziati credevano che l’agricoltura avrebbero influenzato in modo permanente il clima della regione semi-arida delle Grandi Pianure, rendendola più adatta alle coltivazioni: non si trattava di altro che dell’illusione poetica e messianica del Destino manifesto, che ha accompagnato gli americani dalle tredici colonie fino al Pacifico. Una tragedia, sì, che tuttavia ci avrebbe regalato un capolavoro come Furore (The Grapes of Wrath) di John Steinbeck.

Ancora prima della “popolarità” del riscaldamento terrestre e del cambiamento climatico, nel luglio 1936, parte della “Dust Bowl“, produsse una delle estati più calde mai registrate in tutto il Paese, in particolare nelle regioni delle pianure, dell’Upper Midwest e dei Grandi Laghi. A livello nazionale, circa 5.000 persone morirono a causa delle temperature infernali. Il caldo fu accentuato da una prolungata siccità che stava colpendo la regione e da metodi agricoli scadenti che lasciavano poca vegetazione per aiutare a mitigare le alte temperature. In Illinois, molte località videro temperature di picco superiori a 110 gradi F (circa 38 Celsius) al culmine dell’ondata di calore, con record di temperatura più alti di sempre stabiliti durante questo periodo. Qualcosa di simile accadde nuovamente nel 1988 quando, da giugno ad agosto, una siccità in una vasta porzione degli Stati Uniti ebbe un impatto gravissimo sugli agricoltori e le industrie agricole. I decessi furono stimati a 454, ma le morti indirettamente correlate allo stress da calore avrebbero aver raggiunto quota 5.000.

Sebbene sia difficile immaginare un attentato terroristico come un “disastro”, l’11 settembre 2001 può essere considerato alla stregua di un uragano, sebbene di altro genere. Le Torri Gemelle che vengono giù come birilli restano, infatti, un’immagine iconica della storia recente. Ma soprattutto una ferita nella storia urbana di New York e una lacerazione profonda nell’America contemporanea che si scoprì per la prima volta volubile. La falla nella sicurezza causò quasi 3.000 vittime nel primo attacco al territorio degli Stati Uniti dai tempi di Pearl Harbor. Ricostruire i luoghi dell’attentato al World Trade Center dalle macerie ha costituito una lunga operazione di ricucitura etica e spirituale di New York e dell’intera nazione, sebbene ancora oggi l’attacco costituisca un trauma collettivo per tutti gli americani.

Era l’agosto del 2005 quando ciò che inizialmente toccò terra a nord di Miami come “tempesta di categoria 1” si rafforzò fino a diventare di categoria 3 una volta colpiti gli Stati della costa del Golfo. La furia dell’uragano Katrina causò un aumento del livello dell’acqua del mare, danni causati dal vento e il cedimento del sistema di argini di New Orleans, con oltre 1.800 morti e oltre 1 milione di sfollati. Il 31 agosto 2005, due giorni dopo che l’uragano Katrina aveva raggiunto la baia St. Louis, nel Mississippi, l’Air Force One volò basso sulla costa del Golfo per dare al presidente George W. Bush una visuale dei danni. Le fotografie di Bush che guardava fuori dal finestrino dell’aereo divennero il simbolo dell’inefficace risposta del Governo federale al disastro di un angolo d’America che non contava come gli altri. Importanti furono le conseguenze politiche: mentre la governatrice dem della Louisiana Kathleen Babineaux Blanco si affidò alla debole risposta federale a Katrina, l’allora governatore repubblicano del Mississippi, Haley Barbour, trascorse i giorni successivi alla tempesta assieme alle comunità locali. Blanco non tentò la rielezione nel 2007, mentre Barbour vinse la rielezione quell’anno con il 58% dei voti.

La risposta a Milton nel Sunshine State e da parte dell’amministrazione federale risentirà fortemente del clima elettorale, schiacciata com’è tra un governatore repubblicano che sognava la Casa Bianca, un presidente dem ormai verso la pensione e un candidato alla presidenza che ha fatto della Florida casa e bottega.
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