(Nong Khai) Sono le sei di mattina quando arrivo al piccolo villaggio Baan Duea, nella provincia di Nong Khai, al Nord-Est della Thailandia. Dalla strada principale si entra nelle piccole vie sterrate, caratterizzate da una terra rosso fuoco. Ai lati, davanti alle casette tradizionali thai costruite in legno, gli abitanti stanno mangiando. Il menù qua è sempre lo stesso, che sia mattina o sera, colazione, pranzo o cena, non cambia nulla. Pesce e pollo cotti alla brace, accompagnati dal riso. Mi guardano incuriositi. Non credo che vedano spesso un farang (uno straniero) da queste parti. Cordiali come tutte le persone che in questi anni ho conosciuto nel Paese asiatico, mi salutano. Così scendo dalla macchina per presentarmi e tra un sorriso e l’altro mi accompagnano fino alle rive del Mekong, dove alcuni pescatori sono già al lavoro.

Il Mekong inizia sull’altopiano tibetano e corre per oltre 4200 chilometri attraverso Cina, Birmania, Thailandia, Laos, Cambogia e Vietnam prima di svuotarsi nel Mar Cinese Meridionale. Un fiume imponente, affascinante e ricco di leggende, è uno dei più grandi dell’Asia e il settimo più esteso al mondo. Corrado Ruggeri, in “Bambini d’Oriente” lo descrive come “dolce e feroce, affidato alle magie della natura”. Quella stessa natura che oggi, però, è messa in pericolo dalle numerose dighe made in Cina.

“Nulla è più come prima, non c’è più niente di naturale qui”, mi dice subito Sukanayaa Intalak, 53 anni, nata e cresciuta sulle rive del fiume. Come ogni mattina sta dando da mangiare ai pesci, sperando che non muoiano a causa dell’innalzamento del livello dell’acqua. “È una scommessa ogni giorno, non sappiamo mai se ci sarà troppa acqua o se sarà troppo poca. Non sappiamo mai se le dighe cinesi saranno aperte oggi o domani, ora o più tardi. Quando il livello dell’acqua è troppo alto, come è quando è troppo basso, i nostri pesci muoiono. E se i pesci muoiono, noi non abbiamo nulla da mangiare e nulla da vendere”.

“Ora ci sono solo carcasse”

Come i pesci, anche il fiume sta lentamente morendo. E, insieme a loro, stanno scomparendo anche le abitudini della popolazione locale che, grazie al Mekong, è sopravvissuta per decenni. Il fiume, infatti, donava loro il pesce da mangiare e vendere, oltre all’acqua per irrigare le coltivazioni di riso, frutta e verdura. Dalla pesca tradizionale molti pescatori sono stati costretti a iniziare quella di allevamento, ma i problemi non si sono risolti. “Quando ero piccola era tutto diverso. Qui nel villaggio abbiamo sempre vissuto grazie al fiume. Siamo tutti pescatori da generazioni e anche io, appena ho potuto, ho iniziato ad uscire in barca, ma oggi non è più così”, mi spiega Sukanayaa mentre mi mostra le gabbie dove ha un allevamento di pesci. “Siamo costretti ad allevarli e non usciamo quasi mai con la barca, non avrebbe senso, non c’è più niente da prendere, se non le carcasse”.

La Cina interessata ad una nuova via commerciale

Il Mekong era una delle zone di pesca più produttive al mondo. Le oltre 500 specie conosciute di pesci riuscivano a sostenere una popolazione di sessanta milioni di abitanti tra Thailandia, Laos, Cambogia e Vietnam. Ma oggi non è più così. La quantità dei nutrienti dell’acqua è diminuita drasticamente, mettendo così in serio pericolo il già fragile sistema fluviale. I nutrienti naturali sono fondamentali per la salute del fiume ed essenziali per mantenere in vita i pesci. Tutto questo sta succedendo a causa delle 11 dighe mainstrem e delle altre 120 più piccole già realizzate o in fase di realizzazione dalla Cina. Non solo. Pechino, lanciando un programma di assistenza economica al Laos, alla Cambogia e alla Thailandia, ha finanziato la costruzione di altre decine di argini artificiali nei loro territori, per la produzione di energia elettrica e, soprattutto, per consentire a navi di tonnellaggio più elevato di percorrere il fiume fino a Luang Prabang, l’antica capitale del Laos, cercando così di creare una nuova via commerciale.

Il business contro le tradizioni

“Le improvvise fluttuazioni dei livelli dell’acqua interferiscono con la migrazione dei pesci e con la deposizione delle uova”, mi spiega Nuoljan Chaikun nel villaggio Baan Prao Nuea, a pochi chilometri nord di Baan Duea. “Ad aprile l’acqua è scesa così tanto che a malapena riuscivamo a vederla. Non avevamo niente da mangiare”, si sfoga. “Mio marito è uscito a pesca, ma molto probabilmente tornerà a mani vuote. Non sappiamo più come fare. Siamo costretti a vivere giorno per giorno, qui non c’è più un futuro”, aggiunge la sua amica Waanchaa Taenchai. Un futuro che, molto probabilmente, li vedrà costretti ad abbandonare la loro casa, ovvero il Mekong. E anche tutte le tradizioni tramandate di padre in figlio da generazioni. Lo chiamano progresso, ma si legge business. Sulla pelle dei popoli.