Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Un fiume che improvvisamente appare “esplodere”, esondare dai suoi argini, seguire traiettorie impreviste dopo fenomeni di maltempo. Un terrazzamento o un argine che per effetto dell’erosione crollano, portando con sé case, impianti, altre costruzioni. Quante volte, nella cronaca quotidiana o nelle grandi tragedie legate a disastri naturali, abbiamo avuto modo di sentire storie del genere?

Il problema antropico

I casi recenti delle alluvioni in Germania hanno riportato precipitosamente nel dibattito pubblico interno e dell’Europa intera, Italia compresa, il discorso sul legame tra antropizzazione, disastri naturali e questioni ambientali e climatiche. In questi tempi di mutamento climatico accelerato, verrebbe da considerare come opera di una natura in rivolta ogni disastro o tragedia. Come se una Gaia metafisica volesse prendersi una rivincita sull’uomo che l’ha ferita. Ma, parafrasando Giulio Andreotti, la situazione è un po’ più complessa. Spesso il cambiamento climatico, che scatena eventi improvvisi, picchi di gelo, precipitazioni o caldo, fenomeni innaturali e fuori stagione, è una concausa. La vera problematica è l’impatto dell’uomo sul territorio, che genera un effetto di azione-reazione. Si, perché il fiume che esonda o l’argine che crolla non lo fanno improvvisamente, ma spesso per colpa dell’antropizzazione: il corso di un fiume deviato, sotto l’effetto delle piogge, torna nel suo alveo naturale, travolgendo case e edifici che incontra sulla sua strada; un argine dilavato cede e porta con sé costruzioni eccessivamente in bilico, e così via.

Il caso tedesco lo testimonia: le impressionanti immagini degli sconvolgimenti creati dal fiume Inde nei territori in cui è esondato. Il piccolo rivo da 54 km che scorre nel Nord-Reno Vestfalia è stato deviato nel 2005 per permettere la costruzione di una miniera a cielo aperto di carbone nella zona di Inden sulla scia delle precipitazioni colossali si è, di fatto, ripreso il suo corso abituale. Contribuendo al più grave disastro ambientale della storia tedesca.

Queste problematiche sono ben note anche in Italia. Dove la sovrapposizione tra caos organizzativo nella gestione dei territori e bombe climatiche può fare danni devastanti. Antonello Pasini, fisico del clima all’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del Cnr, ha dichiarato a Il Messaggero che “un po’ tutta l’Italia è a rischio a causa delle ondate di calore e dei fenomeni collegati, dalle città alle campagne, ma questo sempre per la poca attenzione dell’uomo a un territorio”. Pensiamo ai continui problemi che territori come la Liguria o la Calabria, assieme a diverse aree di Sicilia, Piemonte, Sardegna, Puglia subiscono ciclicamente per questi fattori.

Per Pasini “città fragilissime sono Genova e Messina che hanno tombato interi torrenti e con le piogge più intense rischiano alluvioni e danni”, come del resto già successo tra Milano e Monza con il Lambro e il Seveso, “ma è la maggior parte delle città italiane è a rischio perché si è cementificato molto e si è asfaltato tantissimo e questo impedisce all’acqua di penetrare nel terreno. E poi ci sono pochi alberi, spesso abbandonati a se stessi, che gli eventi climatici fanno cadere. Senza dimenticare le campagne, soprattutto quelle abbandonate, il disboscamento e le costruzioni vicino ai fiumi”

Il caso Giampilieri

Come scritto da Alberto Bellotto su queste colonne in relazione a casi tragici come il Vajont, il minimo comun denominatore in Italia è spesso stata la memoria corta. Negli ultimi decenni la conoscenza del territorio che ci circonda è andata via via scomparendo. E casi avvenuti negli anni scorsi aiutano a confermare la veridicità di questa affermazione.

Il primo ottobre 2009 la Sicilia ha subito una delle alluvioni più gravi degli ultimi anni. Un violento nubifragio nel messinese ha fatto riversare sul terreno un’ingente quantità di acqua. Le montagne alle spalle di Giampilieri e Scaletta Zanclea, due località affacciate sullo Jonio, non hanno retto. La frana che ne è conseguita ha travolto strade e case, trascinando a valle una notevole quantità di detriti. Alla fine di quella giornata, la provincia di Messina ha contato 37 vittime. Quanto accaduto in Sicilia può essere preso come esempio di come una non corretta pianificazione urbanistica sia la prima vera causa di simili tragedie.

A dimostrarlo sono le opere di ricostruzione di Giampilieri messe in campo negli anni successivi. Qui è stato costruito un grande canale di gronda, largo 11 metri e alto 9. Un’infrastruttura che spicca nelle colline alle spalle del piccolo borgo messinese. Tutte le acque raccolte a monte vengono adesso condotte verso un altro canale, il quale a sua volta le fa convogliare nel torrente Giampilieri. Lo stesso che, esondando nel 2009, ha provocato buona parte dei danni a valle. In poche parole le acque, in caso di nuova alluvione, troveranno sfogo in canali in parte artificiali e in parte naturali per finire poi in mare. L’abitato in tal modo non dovrebbe essere più coinvolto. C’è un dettaglio che fa intuire i veri motivi della tragedia di 12 anni fa.

Il percorso del canale di gronda non è infatti ostacolato da abitazioni o strade. Nel progetto è stato previsto un certo spazio per fare in modo che altre acque in eccesso trovino sfogo naturale nella loro discesa. Quello spazio prima era occupato da abitazioni. Alcune sono state spazzate via nell’alluvione del 2009, altre sono state demolite dopo. Segno di come evidentemente a Giampilieri c’erano interi isolati costruiti in punti dove la natura reclamava il proprio spazio. Il borgo messinese è oggi ritenuto sicuro. Ma le imponenti opere costruite danno l’aspetto di un paese che dalla natura si deve difendere prima ancora che convivere. Per questo il caso Giampilieri ha fatto scuola: è uno degli esempi che mostra l’importanza di costruire e pianificare in armonia con le caratteristiche del territorio.

Il dibattito a livello internazionale

A partire dal secondo dopoguerra l’urbanizzazione è cresciuta fino ad arrivare, nel corso della prima decade del XXI secolo, al sorpasso della popolazione cittadina su quella rurale. E ancora oggi il bisogno di costruire nuovi alloggi è sentito in tutto il mondo. Le città si stanno ingrandendo e l’uomo sta occupando sempre più spazio un tempo riservato alla natura. Da qui la duplice sfida per il futuro: costruire in modo sostenibile e riqualificare quanto fatto in precedenza. Occorre cioè lasciare alle prossime generazioni nuovi quartieri in grado di sposarsi armoniosamente con il territorio, evitando gli errori del passato, e città risanate dagli abusi dei decenni scorsi.

In Italia, anche per via della fragilità del territorio del nostro Paese, la seconda sfida è la più difficile. Ci sono aree della penisola dove è quasi impossibile far avanzare le città. Servono quindi programmi di risanamento e riqualificazione del tessuto urbano già costruito. Alla tutela del territorio nel recovery plan sono stati destinati 15 miliardi di Euro. Di questi, 8 saranno utilizzati contro il dissesto idrogeologico e contro la vulnerabilità del territorio. Un capitolo in cui, in particolare, 2.49 miliardi dovrebbero essere spesi esclusivamente contro il pericolo alluvioni. Oggi le tecnologie consentono di mappare al meglio il territorio e conoscerne profondamente le caratteristiche. Da qui la possibilità della presentazione di progetti volti a risanare i contesti più critici. Ma è ancora presto per capire se nella fase post Covid, in Italia come all’estero, si è pronti ad affrontare queste sfide.

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