“Gli alberi sono le colonne del mondo, quando gli ultimi alberi saranno stati tagliati, il cielo cadrà sopra di noi”. Il saggio proverbio indio profetizzava già nell’antichità le conseguenze dell’irresponsabilità umana.
I cambiamenti climatici sono stati per molto tempo un tema per scienziati e ambientalisti prima di approdare al dibattito pubblico. Negli anni Novanta studiosi di varie nazionalità si misero in viaggio alla volta del Grande Nord, per osservare i ghiacci e la vita delle popolazioni autoctone. Quando nel 1999 Igor Krupnik – antropologo del Centro Studi Artici di Washington – raggiunse l’Alaska per approfondire la storia dei suoi abitanti, rimase stupito dal racconto di un indigeno inuit che così argomentava sui propri antenati: “La comunità locale deve affrontare problemi più urgenti delle vicende dei nostri padri”. A cosa si riferiva? All’ambiente, che si comportava in modo strano, inaspettato e non familiare, parole che gli inuit riassumono nel termine autoctono “uggianaqtuq”.
Essi avvertivano da tempo che attorno a loro si erano rotti degli equilibri per lunghi anni rimasti inalterati: il ghiaccio era sempre più sottile e il vento, soffiando forte e in modo imprevedibile, compattava la neve rendendola inadatta alla costruzione degli igloo, le loro caratteristiche abitazioni. Anche i fiumi non erano più abbastanza profondi per le imbarcazioni usate per la caccia e la pesca. Tutti segnali che forse potevano sfuggire a un esploratore di passaggio ma non agli inuit, che da generazioni hanno instaurato un rapporto “olistico” con la natura. Dall’ambiente, infatti, traggono tutto il necessario per la vita quotidiana: caccia e pesca garantiscono il cibo; le pelli animali forniscono i vestiti per proteggere dal freddo; le ossa e le pietre servono per realizzare armi e strumenti, e con la neve costruiscono gli igloo.
Al tempo stesso, ogni cosa nella tradizione inuit ha un’anima ed è oggetto di venerazione religiosa: l’oceano è abitato da “Sedna”, lo spirito del mare e il cielo da “Malina”, la dea del sole. Una dimensione spirituale della realtà che si fonde con le percezioni, i racconti degli avi e l’ambiente in una visione di insieme, olistica appunto. Grazie a questo rapporto identitario con la natura, gli inuit avevano percepito da tempo i segnali di cambiamento del clima. Le loro voci si erano levate attraverso racconti e testimonianze, ma per molti anni erano rimaste inascoltate in quanto ritenute aneddotiche e inaffidabili. Nel frattempo, la scienza – come riferisce lo stesso Krupnik – sembrava interrogarsi se il riscaldamento globale fosse qualcosa di cui realmente preoccuparsi. Solo molti anni più tardi vari studi e osservazioni sul global warming avrebbero dato una conferma scientifica ai racconti del popolo inuit: il clima stava cambiando anche nel Grande Nord.
Quello appena descritto è un esempio di come il sapere indigeno, frutto di un rapporto millenario con la natura, possa dare un contributo alla conoscenza. Nel caso degli inuit, i loro racconti erano veri e propri segnali di allarme, che la scienza ufficiale avrebbe preso in considerazione solo agli inizi del XXI secolo.
Nel Sud-Est asiatico, in alcune isole a Sud della Thailandia, vive una tribù indigena di circa 4.000 individui, i Moken, soprannominati “nomadi del mare”. I loro villaggi si trovano sulle coste e sono costituiti da palafitte immerse nell’acqua. Caratteristica peculiare dei Moken è la totale simbiosi con l’oceano. Qualche esempio? Imparano a nuotare in tenera età ancora prima di camminare sulla terraferma e sott’acqua hanno una visibilità doppia rispetto a un comune nuotatore. A bordo dei loro kabang, tradizionali imbarcazioni di legno, si spostano da una baia all’altra per pescare e raccogliere molluschi e crostacei.
I Moken credono nell’esistenza di un granchio gigante che vive in una caverna nelle profondità dell’oceano. Una creatura mostruosa che, secondo la leggenda, causa correnti e tempeste. Quando esce dalla sua tana, l’acqua prende il suo posto e il mare si ritira, allontanandosi dalla costa. Il ritiro delle acque genera il “laboon”, una parola che nella lingua locale significa “onda che inghiotte le persone”. Il laboon è stato lo tsunami gigantesco che il 26 dicembre 2004 si è abbattuto sulle coste dell’Oceano Indiano causando la morte di più di 230mila thailandesi. Grazie alla loro profonda conoscenza del mare, i Moken hanno riconosciuto in tempo l’onda anomala e si sono messi in salvo prima che radesse al suolo le loro abitazioni. In base alla leggenda, infatti, il “laboon” si era già verificato molto prima del 2004 ed era citato nei racconti dei loro antenati.
Passando ad altre latitudini, al confine tra il Brasile e il Venezuela vive la tribù degli Yanomami, che occupa l’estensione forestale compresa tra il bacino dell’Orinoco e il Rio delle Amazzoni, la più ampia del pianeta. Una popolazione di circa 38.000 individui – secondo Survival International – l’organizzazione che difende i diritti dei popoli indigeni. Gli Yanomami usano ogni giorno circa 500 varietà di piante per gli scopi più vari: costruire la “maloca”, la loro abitazione caratteristica collocata in genere vicino a fiumi e ruscelli per consentire la pesca e l’approvvigionamento idrico; fabbricare utensili e frecce, ottenere legna combustibile, colorare e dipingere il corpo. Da altre piante ricavano medicine, veleni e sostanze allucinogene che usano nei loro riti tradizionali.
Una straordinaria varietà di impieghi che implica un rapporto inscindibile con l’ambiente in cui vivono: la foresta pluviale. Appare evidente come la salvaguardia dell’habitat amazzonico sia fondamentale per la sopravvivenza degli Yanomami. L’azione di tutela, in realtà, deve avere un orizzonte più ampio: tutelare la biodiversità del pianeta, di cui le foreste costituiscono parte essenziale. Si pensi al ruolo primario di questi ambienti nella regolazione e nel controllo di malattie e pandemie. L’integrità delle foreste limita l’esposizione ad agenti patogeni, tra cui i responsabili delle cosiddette zoonosi, patologie trasmissibili direttamente o indirettamente dai vertebrati all’uomo.
Con quali modalità la deforestazione incide sulla loro diffusione? Le aree deforestate e poi adibite a varie destinazioni più o meno urbanizzate come pascoli, aree coltivate o insediamenti industriali, favoriscono una maggiore vicinanza tra l’uomo e gli animali selvatici. Questi ultimi agiscono come serbatoi di virus e malattie potenzialmente trasmissibili alla specie umana. Una relazione che Andy MacDonald – ecologo delle malattie all’Earth Research Institute dell’università della California – così riassume: “che la deforestazione possa essere un importante fattore nella trasmissione di malattie infettive è una cosa piuttosto nota. È una questione di numeri: più danneggiamo gli habitat forestali, più è probabile che si vada incontro a epidemie di malattie infettive”. Gli fa eco Jonathan Epstein, ecologo, che riferendosi ai patogeni animali afferma: “Non sono loro a cercarci, semmai siamo noi a cercare loro”.
Al riguardo, diversi studi condotti in Brasile, Uganda e Indonesia mostrano che i primati “non umani” come scimpanzè e gorilla sono potenziali serbatoi di malattie trasmissibili all’uomo. Questo si spiega innanzitutto con l’affinità genetica, considerato che condividono con la specie umana circa il 98% del DNA. La distruzione del loro habitat e la sua sostituzione con insediamenti o terreni destinati agli allevamenti intensivi rischia di rendere concreto un rischio potenziale: il passaggio di agenti infettivi da una specie all’altra. Il virus HIV (Human Immunodeficiency Virus), ad esempio, si è adattato all’uomo a partire da una variante presente nelle scimmie dell’Africa centrale, il SIV (Simian Immunodeficiency Virus). Il fattore scatenante è stata in ultima analisi la deforestazione dei territori, che ha favorito il passaggio del virus nell’ospite umano e il successivo contagio uomo-uomo, con la diffusione globale dell’AIDS e decine di milioni di morti. Sempre in Africa, il popolamento di foreste un tempo intatte da parte di insediamenti umani ha portato ad una maggior contiguità con preesistenti serbatoi di malattie, causando la diffusione di patologie come la leishmaniosi e la febbre gialla.
Quest’ultima è un esempio di zoonosi a trasmissione vettoriale; viene infatti trasmessa all’uomo da scimmie infette attraverso le zanzare. Il controllo epidemiologico è solo uno dei molteplici vantaggi di un habitat forestale intatto. La correlazione tra deforestazione e inquinamento atmosferico è nota da tempo, così come le varie conseguenze “a cascata”, sempre più intense e frequenti: effetto serra, riscaldamento globale, cambiamento climatico ed eventi estremi. Il quadro delle relazioni causa-effetto va in realtà ben oltre i pochi esempi citati e si presenta più complesso e meno prevedibile di quanto si pensi.
Comprendere tale complessità è fondamentale per generare maggiore consapevolezza degli impatti che le azioni umane hanno sull’ecosistema e sulla sua evoluzione. Questo è un compito fondamentale della comunità scientifica, che deve svolgersi in parallelo ad una efficace sensibilizzazione delle popolazioni. Ciò che è necessario fare nell’immediato è trasformare le conoscenze finora acquisite in efficaci strategie preventive e di tutela, al fine di preservare la biodiversità esistente. Gli indigeni possono dare un contributo in tal senso? Inuit, Moken e Yanomami, e con essi le 2.000 culture indigene del pianeta, hanno riti e tradizioni differenti ma un denominatore comune: la perfetta integrazione con l’ecosistema.
Da questa “full immersion” millenaria nella natura deriva la loro sapienza, che guida ogni momento della loro quotidianità. Attraverso la gestione sostenibile delle risorse naturali, essi tutelano l’ambiente, sempre più minacciato dalle politiche di sfruttamento attuate da multinazionali e governi poco lungimiranti. Nonostante rappresentino meno del 5% della popolazione del pianeta, secondo le Nazioni Unite le 2000 comunità indigene salvaguardano l’80% della biodiversità mondiale.Da qui l’importanza di tutelare e valorizzare i loro saperi per meglio comprendere i delicati e complessi equilibri naturali.
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