SOGNI DI DIVENTARE FOTOREPORTER?
FALLO CON NOI

Le alluvioni in Germaniafenomeno senza precedenti nel Paese nel periodo post seconda guerra mondiale, sono solo l’ultima manifestazione di una serie di fenomeni climatici e meteorologici estremi che negli ultimi anni hanno causato sconcerto e preoccupazione in tutto il mondo.

L’esistenza di un processo accelerato di cambiamento climatico globale è oramai assodata nella comunità scientifica, così come è forte il consenso che diversi fenomeni che costituiscono questo processo (riscaldamento globale, aumento delle concentrazioni di anidride carbonica nell’atmosfera e via dicendo) abbiano subito un impatto a causa dell’attività umana e non sia da imputare esclusivamente a motivazioni d’ordine naturale. Logico supporre, di conseguenza, un possibile nesso di correlazione, se non addirittura di causalità, tra il climate change e ondate sempre più violente e imprevedibili di fenomeni climatici.

Le ultime settimane hanno, a migliaia di chilometri di distanza, presentato due esempi di questo tipo. Oltre all’esplosione dei fiumi e dei torrenti del bacino renano sotto un’ondata catastrofica di precipitazioni, infatti, si è assistito all’avvio di una durissima ondata di calore che ha colpito la costa occidentale del Canada e degli Stati Uniti portando a picchi vicini ai 50 gradi nell’area di Vancouver e provocando centinaia di morti. Due fenomeni di questo tipo sono entrambi riconducibili, nella loro genesi, ai processi di riscaldamento globale: in Germania e nel resto dell’Europa occidentale si sono scaricate piogge a carattere paragonabile a quello di un vero e proprio monsone tropicale in un’atmosfera surriscaldata e resa più tesa dal pesantissimo accumulo di umidità; nella parte pacifica del Nord America si è invece accumulata una “cupola di calore” sulla scia della pressione esercitata da venti e correnti calde a poca distanza dalle masse oceaniche.

Nello stesso periodo, inizio luglio, Asia centrale e Nord Africa hanno registrato temperature da record. E anche nella zona del Circolo polare artico, dopo un giugno caratterizzato da 10-15 gradi di temperatura sopra la media, sono stati toccati i 34,3°C a Banak, sul Porsangerfjorden in Norvegia e infranti record di temperatura in Finlandia e Svezia.

Negli scorsi anni, ondate di calore hanno provocato una serie di incendi massicci che hanno colpito aree di mondo molto diverse tra loro impattando profondamente su ecosistemi cruciali per gli equilibri del pianeta. L’Amazzonia è stata un vero e proprio campo di battaglia nell’estate 2019, periodo in cui a esser funestata è stata anche la taiga della Siberia; a inizio 2020 è stata la volta del bush australiano, colpito da un’ondata di siccità che ha creato terreno fertile per le fiamme.

E il caos tedesco ci ricorda quanto pervasiva sia sull’Europa la presa delle sempre più frequenti inondazioni di carattere alluvionale che colpiscono regolarmente i Paesi del Vecchio Continente. Solo nell’ultimo decennio si sono avute inondazioni pesanti nel 2012 (Russia, Romania, Regno Unito, Irlanda) con 186 vittime, 2013 (Germania, Repubblica Ceca, Austria, Svizzera) con 25 morti, 2014 (Bulgaria e Paesi dell’ex Jugoslavia) con 102 perdite, 2016 (Europa del Nord-Ovest e Macedonia) con 41 morti. Nel 2017 la Grecia ha pagato un tributo di 24 vittime per le piene nell’Attica Occidentale, l’anno successivo furono una sessantina le vittime tra Francia, Spagna e Italia e quest’anno il computo dei morti tra la Germania e il Benelux è già oltre quota 150.

Non sono mancate, inoltre, le ondate di gelo: lo scorso febbraio negli Stati Uniti il Texas e altri Stati hanno subito il rischio di un catastrofico collasso della rete energetica, danni potenzialmente in grado di toccare le decine di miliardi di dollari e un vero e proprio caos sociale per un’ondata di freddo che ha portato alle più basse temperature mai registrate fuori dall’Alaska. Il record è stato toccato registrando -38,9 ° C presso Hibbing (Minnesota), battendo il record di -35,5 ° C del 1939. Due anni prima Chicago era stata investita da gelo e venti artici con temperature fino a -20 gradi, che portarono al congelamento del Lago Michigan.

Nell’anno in corso l’Europa settentrionale ha subito ad aprile la morsa del gelo che, a detta di Alun Hubbard del CAGE Center for Arctic Gas Hydrate, Environment and Climate presso l’Arctic University of Norway, ha sostanzialmente la sua spiegazione nel medesimo fenomeno che giustifica le ondate di caldo: il riscaldamento dell’atmosfera. “Hubbard è coautore di uno studio scientifico, pubblicato su Nature Geoscience, che analizza questo paradosso climatico”, nota GreenMe. “Dalla ricerca è emersa una correlazione diretta tra lo scioglimento dei ghiacciai marini della regione artica e l’aumento delle precipitazioni nevose in alcune aree dell’Europa. Nello specifico, una riduzione del 50% della copertura di ghiaccio ha alimentato nevicate estreme anche nelle zone più a Sud del Vecchio Continente”. Si sta in sostanza assistendo a “quantità crescenti di umidità che entrano in atmosfera durante l’inverno, il che ha un impatto diretto ulteriore sul meteo più a Sud, provocando nevicate molto abbondanti”.

Su scala globale tanti cambiamenti sono dunque in movimento. E proprio per questo, ora più che mai l’approccio alla questione ambientale può e deve essere rigoroso. Capire in che misura questi cambiamenti siano opera della natura e in che porzione, invece, responsabilità dell’uomo è esercizio complesso ma fondamentale per capire le modalità di intervento: possiamo invertire questo trend? Dobbiamo attrezzarci per essere più resilienti e resistenti alle “bombe” climatiche? Si è in una fase imprevedibile di cambiamento accelerato? Le società umane dovranno, senza allarmismi o catastrofismi, porsi queste domande. Nella consapevolezza che nell’era dell’Antropocene negare un ruolo, non necessariamente negativo, dell’uomo sull’ambiente che lo circonda sarebbe semplicistico.

“Non c’è da esser uno scienziato per capire che una popolazione umana quadruplicata in 120 anni, che oggi si organizza ovunque con le modalità dell’economia moderna che è una modalità essenzialmente entropica (massiccio prelievo di energia e materia, produzione di scarti di lavorazione, produzione di scarti dopo l’utilizzo), porta a modificare la stessa casa in cui vivi. La casa, non solo il suo clima”, ha fatto notare l’analista Pierluigi Fagan. Il mondo ci manda dei segnali. Sta alle società umane coglierli e adattarsi per far fronte alle fasi più difficili: in una fase in cui ondate di caldo, tempeste di freddo e alluvioni si moltiplicano, convivere leopardianamente con un senso di malinconica ineluttabilità non appare certamente la soluzione migliore. Serve studiare, capire, elaborare la complessità di un mondo che è, in fin dei conti, la casa di tutti.