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Millecinquecento delfini sono stati uccisi nelle Isole Faroe, un protettorato della Danimarca situato nell’Oceano Atlantico a metà strada tra Scozia e Norvegia. La mattanza è parte di una tradizione, denominata Grindadrap, praticata da centinaia di anni in questo remoto arcipelago. Il gruppo di delfini bianchi è stato spinto in un grande fiordo e poi le barche lo hanno costretto ad arenarsi nelle acque della spiaggia di Skalabotnur. Qui i mammiferi sono stati uccisi a colpi di coltello e persino di trapano. Le carcasse sono state poi portate a riva e distribuite agli abitanti del posto che ne mangeranno le carni.

L’entità delle uccisioni ha turbato molti residenti e suscitato critiche persino dai gruppi coinvolti in questa pratica. Il biologo marino Bjarni Mikkelsen ha riferito che si è trattato del maggior numero di delfini uccisi in un giorno solo nelle Isole Faroe e che il primato antecedente risaliva al 1940. Non è chiaro il motivo per cui il primato sia stato superato ora. Potrebbe trattarsi di una coincidenza oppure di altri fattori, come la pandemia.

Olavur Sjurdarberg, presidente dell’associazione balenieri delle isole, ha riconosciuto che le uccisioni erano eccessive. “È stato un grosso errore. Quando è stato trovato il branco hanno stimato che fossero solo 200”. Ma in realtà, ha spiegato la Bbc, quando è iniziata si è scoperta la vera dimensione di quanto successo. Nonostante questo, ha aggiunto Sjurdarberg, la cattura era approvata e non ha violato alcuna legge.

La Grindadrap può comportare l’uccisione di balene pilota o delfini ma questi ultimi, generalmente, sono meno colpiti. I sondaggi hanno chiarito che la maggior parte delle persone è contraria alla strage dei delfini ma che non ha problemi quando ad essere uccise sono le balene pilota. Le battute di caccia non sono organizzate e non danno origine a profitti economici ma sono fenomeni spontanei che vengono praticati a livello di comunità.

Le critiche verso la caccia alla balena

Le Faroe, insieme al Giappone, alla Norvegia e all’Islanda, sono tra le principali responsabili dell‘uccisione di quasi 40mila balene dal 1986 – quando la caccia commerciale ai cetacei è stata vietata – a oggi. La Blue Planet Society, un’organizzazione che si occupa della tutela dell’oceano, ha promosso una petizione (che ha raccolto oltre mezzo milione di firme) che consente di esprimere il proprio dissenso nei confronti di quanto accade nelle Isole Faroe e ha puntato il dito su numerosi media, accusati di non aver messo in luce la storia della caccia alla balena nei propri articoli di promozione turistica. La People for the Ethical Treatment of Animals (PETA), un’organizzazione no profit che si occupa dei diritti degli animali, ha chiarito come il consumo di carne di balena da parte degli isolani sia ormai un fenomeno minoritario e praticato da appena il 17% di loro. Ci sono, inoltre, potenziali rischi per la salute derivanti dalla possibile presenza di alte concentrazioni di mercurio nella carne delle balene. Gli animali più grandi e longevi che vivono nell’oceano hanno maggiori possibilità di accumulare grandi quantità di questa sostanza tossica che, secondo alcune ricerche, potrebbe portare allo sviluppo di malattie come Alzheimer, Parkinson, autismo, depressione ed ansia in chi lo ingerisce.

I cetacei sono a rischio di estinzione

Più di 350 esperti ambientali provenienti da oltre 40 Paesi hanno firmato una lettera aperta, nel 2020, per chiedere azioni urgenti per salvare balene, delfini e focene dall’estinzione. Il gruppo di scienziati e conservazionisti ha avvertito che la metà delle 90 specie viventi di cetacei sono a rischio di estinzione. Le grandi balene non sono al sicuro dato che ne restano solamente  poche centinaia nell’oceano Atlantico Settentrionale mentre la piccola vacuità, il mammifero marino più raro del mondo, può contare su qualche decina di esemplari. Ci sono, inoltre, altre trentadue specie o sottospecie di cetacei che sono minacciate oppure che corrono un rischio critico. La presenza di prodotti chimici, l’inquinamento ambientale, il cambiamento climatico e la presenza di specie invasive di pesci in grado di distruggerne l’habitat potrebbe provocarne la scomparsa nel giro di alcuni decenni.

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