Dice forse bene Micòl Flammini su Il Foglio: “Si è alla ricerca più di un palco che di altro in queste occasioni”. Il riferimento è alle dichiarazioni del presidente polacco, Andrzej Duda, in occasione della Cop sull’ambiente in corso a Katowice. Ma il concetto è senza dubbio estensibile a tutti i protagonisti principali di questa nuova riunione sull’ambiente. Vertici, summit, incontri per i quali, già dall’inizio, ben si conosce il risultato che si riesce a portare a casa. Ossia il nulla. Tentativi velleitari, buoni soltanto a rinfoltire agende ed a macchiare d’inchiostro il curriculum di funzionari che vi partecipano. Oppure, come accaduto anche in passato, anche per dare un palco ed una platea al padrone di casa di turno. 

Katowice 2018, un fallimento annunciato 

Anche il più ottimista dei giornalisti o degli analisti presenti racconta, da quando il 3 dicembre ha avuto il via la Cop 2018, di come già arrivando nella sede del vertice si intuisce che poco o nulla sull’ambiente verrà portato a casa da qui. Katowice è la città simbolo del carbone, di un paese poi, come la Polonia, che ottiene l’80% dell’energia che usa ogni giorno tramite il carbone. Da queste parti le miniere sono molto più del lavoro, ancora parecchio, che esse riescono a dare. Rappresenta un pezzo di storia della Polonia, qui nasce la classe operaia polacca, qui nei primi anni ’80 i manifesti di Solidarnosc iniziano a diffondersi capillarmente. Non è come lo zolfo in Sicilia, le cui industrie sono oramai reperti studiati in archeologia e musei a cielo aperto per visitatori e curiosi, in Polonia il carbone è ancora realtà. Ciminiere e fabbriche compongono ancora il paesaggio e la situazione non sembra mutare. La Slesia e Katowice in particolare devono molto, tra operai ed indotto, al carbone. La loro economia non ne può fare a meno, impossibile al momento tracciare piani di riconversione socio economica di questo vasto territorio. 

Mentre dalle ciminiere esce il fumo contro cui si punta il dito per i cambiamenti climatici, dentro la sede della Cop si espongono numeri, progetti, allarmi, buoni propositi, idee. Un mondo quasi surreale, contrapposto a quello reale che dista pochi passi dal forum. Quello dell’enunciazione di date sembra essere lo “sport” preferito all’interno della riunione. Ogni data corrisponde ad un paletto entro cui raggiungere ed agguantare un determinato obiettivo. Il più delle volte, nell’illustrazione di questi progetti, a cambiare è soltanto la data. Tutto il resto è esattamente come venti o dieci anni prima, con la differenza che prima gli obiettivi dovevano essere raggiunti entro il 2000, poi immancabilmente entro il 2010 ed adesso si parla di 2030 o 2050. Entro quest’ultimo anno ad esempio, la maggior parte delle fonti energetiche devono essere rinnovabili e pulite e la percentuale di carbone deve scendere dall’attuale 30% al 2%. Numeri del lotto, più che concreti programmi realizzabili, ecco la vera “sostanza” della Cop di Katowice. Quando venerdì si chiuderanno le porte del forum, si firmerà un documento e si faranno foto di rito per la felicità di chi su quel palco ha avuto modo di avere un assaggio di gloria in mondovisione. Poi, di concreto, ci sarà poco o nulla. 

L’inattendibilità degli obiettivi della Cop

Non solo Katowice, bensì anche i precedenti appuntamenti sembrano avere un “peccato originale” di fondo. Essere, come detto, del tutto slegati con la realtà. Non solo perché alcuni obiettivi appaiono oggettivamente fin troppo ambiziosi, nella migliore delle ipotesi. Ma perché, di fatto, tutto si traduce in un elenco di numeri e percentuali che non tengono conto di situazioni e contesti dei vari determinati territori. Facile dire, ad esempio, a Katowice di chiudere le miniere di carbone in nome dell’ambiente e del passaggio dal 30% al 2% dell’uso del carbone quale fonte di energia. In questi summit ci si limita a questo e nulla più. Difficile, e mai realmente proposto, dire invece come convertire l’economia della Slesia, della Polonia e, in generale, come gestire la transizione occupazionale ed energetica. Difficile proporlo ai cinesi, difficile proporlo ai paesi che iniziano ad affacciarsi al mondo industriale, difficile solo parlarne in gran parte del globo. 

I problemi sono due: o l’emergenza climatica non esiste, oppure non la si vuole affrontare. L’ambiente ha indubbiamente dei problemi, per risolverli occorrono investimenti. Sia diretti, cioè le somme che un paese deve materialmente sborsare per investire nelle nuove tecnologie e smantellare quelle vecchie, sia indiretti e quindi riconducibili alle ricadute economiche e sociali. Né il primo e né il secondo tema è stato mai concretamente affrontato. Ci si riunisce e si parla di belle intenzioni, puntando il dito contro chi non condivide in toto allarmi e proposte risolutive sull’ambiente. Poi, pericolo o non pericolo, tutto procedere come e più di prima.