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Gli oltre 100 capi di Stato e di Governo che martedì e mercoledì hanno partecipato all’inizio della conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, COP29, in Azerbaigian, sono tornati a casa. È rimasto l’ex calciatore Ronaldinho, arrivato con un jet privato, accolto forse anche lui dai souvenir dell’Opec, e farà compagnia ai negoziatori che ancora una volta cercheranno di evitare che un evento cruciale per il futuro della politica climatica globale finisca con un nulla di fatto. L’evento si protrarrà fino al 22 novembre, ma la mancanza di alcuni dei principali leader mondiali ha fatto parlare a molti analisti di fallimento annunciato.

Tra i nomi assenti si segnalano Xi Jinping, Narendra Modi, Luiz Inácio Lula da Silva, Vladimir Putin, Ursula von der Leyen, Emmanuel Macron, Olaf Scholz e Joe Biden. L’assenza degli Stati Uniti, in particolare, è un elemento di grande rilevanza, dato il ruolo che il Paese ha storicamente giocato nelle trattative sul clima. Anche se Biden aveva delegato la vicepresidente Kamala Harris all’evento nel 2023, quest’anno la rappresentanza americana è stata affidata a John Podesta, consigliere senior per la politica climatica internazionale.

Il clima è stato cupo ovviamente anche a causa del discorso elettorale del neoeletto capo della Casa Bianca, Donald Trump, tutto incentrato sui combustibili fossili e ancora fresco nella mente di molti. I negoziatori dei 197 Paesi coinvolti erano riusciti a contenere l’amministrazione Trump precedente, che aveva tentato senza riuscirci di uscire dall’Accordo di Parigi. Questa volta, i delegati sanno che il team Trump 2.0 potrebbe aver imparato dall’esperienza, potrebbe essere più compatto e infliggere danni più difficili da contenere. A peggiorare le cose c’è l’ascesa di partiti climascettici e sovranisti in tutto il mondo, che potrebbero mettersi di traverso alla decarbonizzazione dell’economia.

Il tema centrale della COP 29 è rappresentato dalla necessità di formalizzare un nuovo obiettivo collettivo quantificato di finanziamento per il clima (NCQG) rivolto ai Paesi in via di sviluppo. L’obbiettivo è chiaramente ambizioso: superare l’importo fissato durante la COP 19 di Copenaghen (2009), che ammontava a 100 miliardi di dollari all’anno. Secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, le necessità di finanziamento dei Paesi in via di sviluppo si aggirano attorno ai 500 miliardi di dollari all’anno, mentre altre stime parlano di un fabbisogno pari a 1.000 miliardi di dollari annuali.

Le implicazioni di questo focus finanziario sono molteplici. Da una parte, la somma di denaro necessario per sostenere le iniziative climatiche nei Paesi in via di sviluppo è elevata, e richiede la cooperazione internazionale. Dall’altra, la difficoltà di garantire questi finanziamenti rende evidente la necessità di un impegno serio da parte delle nazioni più sviluppate. La comunità internazionale deve affrontare la questione del come e del chi fornirà questi fondi, un dibattito che si prevede sarà centrale nelle discussioni di Baku.

Oltre alla questione del finanziamento, la COP 29 si concentrerà su diversi impegni industriali, come l’aumento della capacità di stoccaggio delle batterie, l’estensione delle reti elettriche, riduzione delle emissioni di metano, piani d’azione per il turismo e la gestione dell’acqua. Tuttavia, l’attenzione rivolta alla “transizione dai combustibili fossili nei sistemi energetici” solleva interrogativi. il Paese ospitante di quest’anno non ha contribuito molto alla causa, usando il discorso inaugurale per definire la ricchezza petrolifera del suo paese un “dono di Dio”. Il presidente Ilham Aliyev è un vero autocrate impegnato in un’opera repressiva contro giornalisti e studiosi critici, e ha accumulato un’immensa ricchezza familiare grazie al dono di cui sopra.

La decisione di Javier Milei, presidente argentino, di ritirare la delegazione argentina dai negoziati è stata descritta come “senza senso” e un “brutto colpo” per gli sforzi internazionali che mirano a fronteggiare la crisi climatica. Secondo il giornalista climatico Ferdinando Cutugno, quest’atto è visto come parte di una reazione a catena di matrice trumpiana, dove le forze della destra sovranista non si limitano a isolare il proprio paese, ma cercano anche di erodere il progresso collettivo sulla questione climatica. Sull’altro fronte, il premier italiano Giorgia Meloni ha destato stupore con la sua dichiarazione riguardante la fusione nucleare, un’alternativa energetica che rimane teorica e non praticabile nel breve termine, soprattutto considerando l’urgenza di risorse energetiche concrete e implementabili.

In un contesto nel quale Podesta ha fatto un appello alla responsabilità e un riconoscimento degli errori passati, l’atmosfera si è fatta pesante. L’inviato americano ha sottolineato che “i fatti rimangono fatti e la scienza rimane scienza”, ma poi ha aggiunto che nelle democrazie a decidere sono gli elettori, e quelli americani hanno votato – ha ammesso – per un climascettico. Peraltro appoggiato da un altro climascettico che è anche incidentalmente l’uomo più ricco del mondo.

La COP 29 si trova all’incrocio di molteplici crisi. In un momento in cui è necessario concentrare risorse e finanziamenti per aiutare il Sud globale, molti capi di Stato del Nord globale scelgono di rimanere a casa. La questione della finanza pubblica per il clima viene raccontata come un dovere storico, politico e morale, riconosciuto sia dalla scienza che dai trattati sul clima, ma ogni volta che i leader decidono di non essere presenti in un contesto cruciale, il messaggio che ricevono i Paesi in via di sviluppo è di abbandono e disinteresse.

Il discorso di Podesta è il simbolo della retorica della “resilienza” contro la realtà concreta della politica delle potenze. Lo stesso despota Aliyev ha avuto il merito, indiretto, di evidenziare l’ipocrisia che aleggia da tempo nei colloqui sul clima, criticando la stampa statunitense per aver definito l’Azerbaigian uno “Stato petrolifero”, nonostante gli Stati Uniti producano venti volte più petrolio e gas. E che dire dell’UE, che prima ha richiesto all’Azerbaigian di incrementare la produzione di combustibili per evitare carenze energetiche durante la guerra in Ucraina, per poi criticarne la scarsa ambizione nella riduzione delle emissioni?

L’amministrazione uscente di Biden si rivolge, per cercare di far avanzare le trattative, a gruppi indigeni, attivisti giovanili, ONG e difensori dell’ambiente qualunque. Guarda con speranza agli Stati ancora in mano ai Dem, alle grandi città che ancora rifiutano Trump, sottolineando una realtà in cui il supporto bipartisan potrebbe consentire una certa continuità nel progresso ecologico. Ma quel consenso comune si è frantumato – nella polarizzazione tra l’America rurale reazionaria, alleata con i tech bros accelerazionisti, e il ceto urbano più élite che chiedono la rivoluzione green – innanzitutto nella politica statunitense.

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