Conferenza Onu sulla Biodiversità: nulla di fatto e solita spaccatura tra Paesi sviluppati e Paesi poveri

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La COP16 sulla biodiversità tenutasi a Cali, in Colombia, ha riunito rappresentanti di 196 Paesi per affrontare l’urgente questione della perdita di diversità biologica. L’incontro si è però concluso con un nulla di fatto, nonostante sia terminato con un giorno di ritardo rispetto al programma proprio perché la discussione è andata oltre il tempo previsto. Ciò ha solo incrementato il disordine tra i partecipanti, già in disaccordo su alcune questioni, finché la ministra dell’Ambiente colombiana Susana Muhamad, nonché presidente della conferenza, è stata costretta a terminare i lavori poiché molti delegati se ne erano andati e non c’era più il quorum per votare.

Considerando che la Conferenza si è conclusa senza un accordo definitivo, sembra che questi incontri fatichino a produrre risultati tangibili, nonostante le ambizioni iniziali. Laddove invece gli accordi vengono presi, i traguardi non vengono raggiunti: l’accordo immediatamente precedente copriva il decennio 2011-2020 e non ha visto il raggiungimento di neanche uno dei venti traguardi prefissati. Sembra che questo “annichilimento biologico del pianeta“, come definito da alcuni scienziati in riferimento alla distruzione degli habitat, della fauna selvatica e degli ecosistemi, non possa essere arginato.

Cosa è andato storto

Il vero scopo della Conferenza era quello di trovare un modo per rendere operativo l’accordo sottoscritto alla COP15 a Montreal, ovvero il Kunming Global Biodiversity Framework (KM-GBF). L’accordo è il frutto di accurate analisi scientifiche volte ad individuare obiettivi certi e misurabili, oltre che concretamente raggiungibili. Il KM-GBF prevede quattro obiettivi che mirano a raggiungere nel 2050 un mondo che “vive in armonia con la natura” e 23 target “orientati all’azione” da conseguire entro il 2030. Tra questi, l’accordo prevede di stabilire aree protette sul 30% della terra e dei mari.

In generale, il KM-GBF dispone la riduzione dell’estinzione delle specie, limitando considerevolmente l’uso e i rischi legati all’uso di pesticidi e fertilizzanti azotati e fosforici di sintesi e in generale dall’inquinamento, quindi anche una gestione sostenibile delle specie selvatiche e delle aree destinate all’agricoltura, alla pesca e alla silvicoltura. L’accordo chiede ai Paesi di utilizzare le risorse finanziarie necessarie per almeno 200 miliardi di dollari entro il 2030, sia da fonti pubbliche che private. Inoltre, andrebbero identificati ed eliminati almeno 500 miliardi di dollari di sussidi annuali dannosi per la biodiversità e indirizzarli verso piani e progetti sostenibili.

A Montreal sono state stabilite anche le linee guida per attuare il KM-GBF, includendo un sistema di monitoraggio dei progressi, piani di revisione e strumenti di cooperazione tecnica. È stato persino creato anche un fondo speciale, il GBF Fund, per aiutare i Paesi in via di sviluppo a raggiungere gli obiettivi, seguendo il principio delle responsabilità comuni ma differenziate: i Paesi sviluppati, avendo maggiori risorse e responsabilità ambientali, devono sostenere finanziariamente quelli meno sviluppati. Ed è proprio questo il pomo della discordia.

Secondo i Paesi in via di sviluppo, l’attuale struttura di governance del GBF Fund, favorisce i Paesi sviluppati. Questi ultimi però si oppongono alla proposta di un nuovo assetto economico per la gestione delle risorse, richiedendo garanzie e verifiche sull’effettivo utilizzo da parte dei Paesi riceventi in modo efficace e trasparente. Si tratta di una questione cruciale, proprio perché i territori con maggiore biodiversità animali e vegetali si trovano nei Paesi in via di sviluppo.

Risultati ottenuti

Durante la COP16 sulla biodiversità si sono ottenuti anche dei risultati riguardo la Digital Sequence Information (DSI), ovvero le informazioni della sequenza digitale, quindi gli elementi costitutivi fondamentali della vita che sono incapsulati nel DNA. Si tratta di dati genetici che finora sono stati accessibili in modo gratuito all’interno di grandi banche dati. Bisognava però trovare un sistema per ricompensare i Paesi dell’utilizzo delle informazioni genetiche relative a piante, animali e microrganismi che vivono nel loro territorio. Si parla di tutte quelle informazioni che vengono impiegate nella ricerca farmaceutica ma anche cosmetica per lo sviluppo dei prodotti.

Nella conferenza è stata approvata la creazione di un fondo in cui le aziende di un certo peso che ottengono profitti dall’utilizzo delle DSI devono versare dei compensi per i Paesi dai quali provengono le DSI. Per la precisione di tratta dell’1 per cento dei profitti o lo 0,1 per cento dei ricavi come misura compensativa. L’accordo prevede però che ogni Paese possa decidere se aderire, e in tal caso bisognerà approvare una legge specifica. Alcune stime indicano che il fondo potrebbe arrivare a raccogliere più di 1 miliardo di euro l’anno. I ricavati dovrebbero essere destinati ad attività di conservazione degli ecosistemi naturali nei Paesi beneficiari. Essendo però la partecipazione volontaria per le aziende, non c’è alcuna garanzia sulla sua efficacia.

Un altro risultato è stato l’inserimento del gruppo di lavoro che rappresenta le popolazioni indigene degli ambienti meno modificati dall’umanità del pianeta tra le delegazioni permanenti. Il gruppo è sempre stato presente alle conferenze sulla biodiversità degli ultimi 20 anni in modo informale. Ora, invece, la loro partecipazione sarà assicurata e riconosciuta in modo formale. Questa novità mira a garantire il rispetto delle tradizioni e dei diritti delle popolazioni nella gestione della biodiversità.

Di tutte le questioni lasciate in sospeso si riparlerà l’anno prossimo a Bangkok, in Thailandia, in un incontro preparatorio per la COP successiva. Invece, in occasione dell’incontro in Azerbaijan per la COP29 sul clima, i delegati della COP16 hanno votato a favore di un documento che attribuisce la perdita di biodiversità del pianeta al cambiamento climatico, associata già da numerosi studi scientifici.

Questo traguardo sembra più un premio di consolazione, dato il fallimento nel raggiungere un accordo concreto. Si tratta sì di un riconoscimento importante, ma insufficiente per affrontare l’urgenza della crisi ecologica.