Nel dibattito sul clima continua a mancare o quasi qualsiasi riflessione storica. Un peccato, perché gli eventi di ieri potrebbero, anche nella loro drammaticità, insegnarci molto. Facciamo allora un passo indietro di qualche secolo e ragioniamo. Attorno al 1565 ebbe inizio la “piccola era glaciale” dell’età moderna, un brusco rallentamento dell’attività solare — il Maunder minimum — che determinò l’abbassamento della temperatura media (da 3 a 5 gradi) e l’impazzimento delle stagioni — neve e gelate per mesi, colture e alberi da frutto persi in tutto il Continente — trasformando l’intero panorama dell’emisfero boreale.

Una catastrofe climatica che ritroviamo nelle vedute ghiacciate dipinte da Hendrick Avecamp, in primis lo splendido “Paesaggio invernale con pattinatori”, e nelle opere di Pieter Bruegel il Vecchio, tra tutte “L’Adorazione dei Magi nella neve” prima rappresentazione nella storia dell’arte europea della caduta dei fiocchi di neve. Osservando la tavola, un brulichio di persone intente a scaldarsi per sopravvivere nella buriana, si comprendono appieno le sconsolate parole scritte nel 1570 dal teologo svizzero Heinrich Bullinger: “la primavera quest’anno sembra come l’inverno, fredda e umida, il vino sboccia in modo terribile e il raccolto è pessimo”.

L’elvetico aveva ragione. Lo scombussolamento del ciclo dei campi determinò un drastico calo della produzione agricola, un aumento vertiginoso dei prezzi dei cereali e il repentino peggioramento delle condizioni di vita: malnutrizione — l’altezza media scese di 2 centimetri —, carestie, sporcizia e poi dissenteria, tifo e, infine, la peste. Il peggio. Le epidemie colpirono soprattutto l’Europa meridionale. Impietosamente.

Nel 1600 l’Italia aveva 13.500.000 abitanti, sessant’anni dopo ne restavano 10.700.000. Un lacerante sconvolgimento demografico, economico e sociale: a Napoli sopravvisse circa il 50 per cento della popolazione, a Milano tra il 40 e il 50 per cento, a Genova, dopo la gran peste del 1656, restava in vita solo il 25 per cento della cittadinanza. Tra il 1576-77 a Venezia morirono 50mila persone (il 28 per cento della popolazione) e nel 1630-31 altre 46mila (il 33 per cento di una comunità già decimata). All’approssimarsi della seconda ondata, le autorità, non sapendo come contrastare il contagio decisero di mettersi nelle mani del Padreterno e il doge Nicolò Contarini prese il solenne impegno di un voto: «erigere e dedicar una chiesa alla Vergine Santissima». Il 21 novembre ‘31 il morbo fu dichiarato debellato e subito vennero avviati i lavori per la basilica di Santa Maria della Salute a Punta della Dogana, il capolavoro barocco di Baldassarre Longhena.

La “piccola glaciazione” si protrasse lungo tutto il Settecento con picchi crudissimi. Memorabile fu il gennaio 1709 quando l’intera Europa precipitò a temperature polari. Nella notte dell’Epifania gelarono tutti i fiumi, laghi, pozzi; Parigi finì a -23,1, Berlino a -29,4 e i ghiacci bloccarono i porti mediterranei di Marsiglia, Genova, Venezia e, persino, Livorno. Roma venne colpita da tredici nevicate, cadute tra il 6 e il 24 gennaio, la pianura padana fu coperta da un metro e mezzo di neve, il lago di Garda ghiacciò — unica volta nella storia — fino a permettere il passaggio dei carri; sulla laguna veneta, flagellata da un forte vento di bora, si registrò – 17,5. Gabriele Bella, pittore della Repubblica, ritrasse i veneziani pattinare divertiti sul Canal Grande. Non si trattò di un caso isolato. Nel 1788 un evento similare colpì nuovamente il Continente devastando una volta di più l’agricoltura, in particolare quella francese già funestata da una sequela di cattivi raccolti. Intanto che Francesco Battaglioli ritraeva, nel quadro oggi conservato nel Museo di Ca’ Rezzonico, i “giochi invernali” marciani, a Parigi affamata il prezzo del pane saliva ai massimi. La scintilla del grande incendio del 1789.

Il raffreddamento globale fu certamente un disastro, ma non ovunque e non per tutti. Riprendendo le suggestioni e le ipotesi di Wolfang Behringer, Philipp Blom e Alessandro Vanoli, The Great frost accelerò nell’Europa protestante — con l’eccezione della Germania devastata dalla terribile guerra dei Trent’Anni (1618-1648) — il passaggio da equilibri feudali e teocratici a inedite forme laiche apertamente capitalistiche, promotrici e beneficiarie del progresso scientifico: tecniche d’allevamento, culture in serra, conservazione dei cibi, commercio d’importazione, tecnologia navale. Dalla “piccola era glaciale” prese vigore e calore un pensiero antropocentrico e individualistico che determinò l’emergere della borghesia nel segno dell’economia-mondo e del primato dell’Occidente.

Paradigmatico il caso dei Paesi Bassi. L’Olanda, sebbene anch’essa colpita dagli effetti del gelo e del morbo (ad Amsterdam la sua ultima apparizione uccise ben 24mila persone), beneficiò dello spostamento a meridione dei banchi di pesce (aringhe e merluzzi) in fuga dalle gelate e dal progressivo avanzamento del ghiaccio artico: una risorsa preziosa per la piccola nazione protestante e repubblicana dal 1566 in guerra con la Spagna cattolica e imperiale. Le inattese risorse ittiche diedero alle Province Unite le capacità finanziarie necessarie per investire nei commerci, costruire una grande marina mercantile e proporsi come snodo per il traffico di granaglie dal Baltico e l’Ucraina verso tutta l’Europa, Italia compresa. A fine Cinquecento, come nota Bloom, a causa d’inverni gelidi ed estati piovose:
“La Sicilia e il Sud della Penisola, due poli tradizionali della cerealicoltura italiana, non erano più in grado di supplire al deficit delle regioni settentrionali, per cui il granduca di Toscana e il Senato di Venezia spedirono emissari per concludere acquisti d’emergenza. Negli anni successivi duecentomila tonnellate di cereali provenienti dal Baltico vennero smerciate nel Nord Italia: si trattava in prevalenza di segale, mai granché apprezzata dagli italiani. La popolazione masticava con scarso gusto quel pane dal sapore straniero”.

Per gli olandesi una merce perfetta, una fornitura costante e un investimento poco rischioso. I marinai iniziarono a cimentarsi nella difficile arte dello Straatvaart, il forzamento dello Stretto di Gibilterra stancamente vigilato dalle squadre spagnole. Una volta superate le colonne d’Ercole i nordici sbarcavano i cereali a Livorno e Venezia per poi balzare con le loro fluit, agili velieri di 150-200 tonnellate, verso i porti ottomani portando stoffe, panni, cuoio, catrame, pesce salato, armi moderne e (sempre più) riesportazioni coloniali come pepe, zucchero, tabacco per tornare carichi di sete, spezie, cotone, uva passa. Lungo il percorso i batavi — per Braudel simili a “calabroni attivi e un po’ pesanti, tanto pesanti che, quando urtano i vetri li rompono” — non disdegnavano di pirateggiare abbordando ogni nave cristiana o islamica (poco importava…) che incrociavano sulla loro rotta.

I veri affari, però, risiedevano altrove. Sui mari d’Oriente controllati da ispanici e lusitani. Le rotte del lusso. Presto i calvinisti di Amsterdam si convinsero che la soluzione ottimale passava attraverso il possesso diretto dei luoghi di produzione delle preziose “scintille d’oriente”, ovvero l’arcipelago indonesiano. Grazie alle mappe sottratte ai portoghesi da Jan Huyghen van Linden, un’abile spia per anni dipendente dell’arcivescovo di Goa, nel 1595 Cornelis de Houtman salpò con una prima spedizione per tornare due anni dopo con un carico modesto ma abbastanza redditizio. La porta era spalancata.
Gli olandesi s’imposero presto sui mercati asiatici. Negli archivi di Amsterdam è stato ritrovato un ordinativo del 1608 per l’acquisto in Cina di 50.000 portaburro, 10.000 piatti, 2000 fruttiere, 1000 saliere, vasetti, zuppiere e un numero indefinito di tazze e caraffe. Un primo passo ma ormai l’esclusiva ispanico-portoghese era stato infranta assieme alla fitta maglia burocratica che chiudeva i porti dell’impero di Mezzo; nella prima metà del secolo la marina nederlandese — 600.000 tonnellate di stazza complessiva, pari alla somma delle flotte di tutti gli altri paesi europei — importò dalla Cina più di tre milioni di pezzi di porcellane oltre a sete, spezie, tè.

Per sviluppare e razionalizzare l’espansione commerciale oltremare e controllare i mercati internazionali la Repubblica obbligò nel 1602 i mercanti a fondersi in un’unica organizzazione la Verenigde Oostindische Compagnie, la Compagnia olandese delle Indie Orientali: la prima società per azioni mondiale, “madre” di tutti gli attuali colossi dell’economia. Gestita da un consiglio di 17 direttori, gli Heeren XVII, la Voc era suddivisa in sei “camere” e offriva ad ogni cittadino la possibilità di investire e beneficiare dei profitti; con un dividendo medio superiore al 20 per cento dell’investimento iniziale, e una crescita delle sottoscrizioni dagli iniziali 6,4 milioni di fiorini sino agli oltre 40 del 1660. la società si rivelò un ottimo affare per gli investitori al punto che sugli stessi schemi nel 1621 venne creato un duplicato per le Americhe: la Westindische Compagnie, la Compagnia delle Indie Occidentali. Nel 1603 la Compagnia s’impiantò a Giava e nel 1611 stabilì il proprio quartier generale a Batavia (l’attuale Giacarta) da dove i governatori generali pianificarono il loro dominio sul commercio asiatico.

Da qui un ultimo balzo verso il remotissimo, impenetrabile Sakoku, il “Paese chiuso”. Il Giappone. Scalzando i portoghesi cattolici e, soprattutto, i poco graditi missionari gesuiti, i pragmatici protestanti ottennero nel ’41 dal governo Tokugawa una stazione commerciale a Deshima, un’isoletta di 15mila metri quadri nella baia di Nagasaki. Per i nipponici l’unica finestra sul mondo sino all’arrivo, nel 1854, delle “nere navi” del commodoro statunitense Perry. Per gli olandesi un magnifico affare supportato da una valida flotta, impostata su piccoli e bene armati velieri detti East Indiamen.

Così, grazie proprio al cambiamento climatico, quella che sino ad allora era considerata nulla più di un’acquitrinosa landa di pescatori, carpentieri, birrai e pirati si trasformò in una potenza globale impiantata tra le Molucche e i Caraibi, il Capo di Buona Speranza e Nieuw Amsterdam (l’attuale New York), felicemente proiettata nel Gouden eeuw (il “secolo d’oro”), un tempo di abbondanza e magnificenza, lusso e progresso.

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