Non c’è soltanto la pandemia di Covid-19 in cima alle agende dei leader globali. Un altro serissimo problema che attanaglia i governi di tutto il mondo è l’inquinamento, un macrotema che comprende molteplici ambiti, dalla qualità dell’aria che respiriamo ogni giorno alle plastiche disperse nell’ambiente. Gli esperti concordano su un fatto: è necessario invertire il trend adesso, prima che sia troppo tardi.

Non a caso, in occasione della Giornata mondiale della Terra, si è tenuto virtualmente il Leaders Summit on Climate, un vertice organizzato dagli Stati Uniti nel quale i principali leader del pianeta hanno svelato promesse e ricette per fronteggiare il cambiamento climatico. Dal presidente cinese Xi Jinping all’omologo americano Joe Biden, dal russo Vladimir Putin al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, dal primo ministro indiano Narendra Modi al presidente brasiliano Jair Bolsonaro, passando per i vari capi di Stato europei: tutti hanno rimarcato obiettivi e traguardi da raggiungere.

Asia in “zona rossa”

Eppure, al netto di summit e vertici, le classifiche sull’inquinamento stilate da IQAir, evidenziano come l’Asia sia afflitta da un enorme problema: l’inquinamento dell’aria. Basta dare un’occhiata alla graduatoria che mette in fila le città più inquinate del pianeta. In particolare, vengono considerate le città con la più elevata concentrazione di Pm 2,5 del mondo. Prima di proseguire oltre, ricordiamo che la dicitura Pm 2,5 indica il particolato con diametro di 2,5 micron o meno (per capirci: un trentesimo della larghezza di un capello), ovvero il tipo più pericoloso di inquinamento atmosferico.

Le prime 148 posizioni sono occupate solo ed esclusivamente da centri urbani situati nel continente asiatico. Al 149esimo posto troviamo Bawshar, in Oman, mentre al 150esimo Doha, Qatar. Prima di loro,le megalopoli indiane, cinesi, con sprazzi di Indonesia, Thailandia, Bangladesh e Pakistan. In pole position c’è la cinese Hotan, nello Xinjiang, che deve fare i conti con continue tempeste di sabbia. A seguire, fino al 14esimo posto, troviamo una sfilza di città indiane: Ghaziabad, Bulandshahr, Bisrakh, Delhi (decimo posto) sono soltanto alcune. L’elenco prosegue con una entry cinese, Kashgar, sempre nello Xinjiang, quindi Manijganj, in Bangladesh, poi, alle spalle dell’indiana Agra, spazio alle pakistane Lahore e Bahawalpur.

Le cause dell'”apocalisse”

A questo punto è interessante chiedersi per quale motivo le città asiatiche detengono un simile, triste primato. Come ha sottolineato anche il Corsera, non è soltanto a causa di una motivazione industriale. In altre parole, fabbriche e centri industriali inquinanti non rappresentano l’unica spada di Damocle sul capo del continente più popoloso del pianeta. I nodi più spinosi da sciogliere comprendono l’usanza di affidarsi ai roghi agricoli per ripulire i campi, grandi cantieri e, banalmente, il fatto che ogni giorno devono spostarsi miliardi di cittadini. Il consumo di un singolo individuo moltiplicato per diversi miliardi dà vita a un ciclo ecologico insostenibile.

C’è poi da considerare l’antico male atavico dell’Asia: l’utilizzo del carbone, sia per creare energia a livello di grandi centrali che a livello di singole abitazioni. La Cina, l’attore più importante del palcoscenico asiatico, ha fatto molto per cambiare registro e promuovere una svolta green. Ad esempio, nelle aree urbane cinesi la concentrazione media di PM 2,5 è calata del 20% nel periodo compreso tra il 2018 e il 2019. E adesso, vista la volontà di Pechino di raggiungere il picco di emissioni di carbone entro il 2030, per poi diventare carbon neutral entro il 2060, il Dragone potrebbe migliorare ulteriormente la propria situazione. Nonostante questo, non sarà facile, soprattutto a livello asiatico, mettere una pezza al problema dell’inquinamento dell’aria. Già, perché non tutti hanno le stesse risorse della Cina.