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Nelle ultime settimane Washington e Pechino non se le sono mandate a dire: il 18 marzo, ad Anchorage, il segretario di Stato Antony Blinken aveva pubblicamente elencato i crimini contro i diritti umani perpetrati dalla controparte, che aveva risposto con una secca accusa di ipocrisia. Un nuovo minimo storico che svelava un Joe Biden deciso verso la linea del China second e uno Xi Jiping fermo nello stringere le spire attorno all’economia mondiale.

Perché i due Paesi ripartono dal clima?

Entrambe le potenze sanno bene che i tempi del grande bluff di Nixon e Kissinger con la Cina sono tramontati e che con un gigante mutaforme come il Dragone, ben diverso dall’Unione Sovietica disfunzionale di trent’anni fa, non c’è storia: ergo, conviene adattarsi.

Ed è sotto questa lente che si spiega come e perché, lo scorso mercoledì, l’inviato per il clima John Kerry è atterrato a Shangai diventando il primo uomo della Camelot bideniana a mettere piede nel Celeste Impero. Come è possibile che, in un momento di minimo delle relazioni bilaterali, i due giganti decidano di “distrarsi” con le questioni climatiche? Un osservatore esterno potrebbe facilmente rispondere affermando che, in qualità di nazioni leader nell’inquinamento mondiale, le due grandi potenze avrebbero il dovere di venirsi incontro sul tema. Spiegazione banale, quella del pentimento sulla via green per Damasco.

Ad un occhio più attento, questa “blanda” questione è il tema ideale per stemperare la tensione, riaccendere il dialogo e ottenere reciproci vantaggi: di fronte a questa possibilità Pechino ha perfino richiamato in servizio il settuagenario Xie Zhenhu per essere il principale interlocutore di Kerry, con il quale aveva lavorato assieme e con successo in vista dell’accordo di Parigi del 2015, al fine di riaccendere la vecchia entente cordiale. Del resto, nemmeno durante la Guerra Fredda si è mai smesso di discutere di ambiente o di limitazione dell’escalation nucleare presso i tavoli di contrattazione internazionale.

Il meeting del 22 aprile

Se partecipare a certe trattative, infatti, significava fare parte del club dei “Paesi che contano”, l’ambiente, in questa nuova partita a scacchi, è un club negoziale di prestigio: per Biden, che ha fatto dei temi ambientali un punto forte della sua campagna elettorale, l’emergenza climatica è questione di autorevolezza internazionale nella misura in cui ammanta la nuova politica estera americana di un elemento etico, a lungo assente nell’agenda del Dipartimento di Stato da Kyoto in poi. È questa la logica che soggiace al meeting virtuale del prossimo 22 aprile, presso il quale ha invitato 40 leader mondiali. Sul tavolo delle trattative, numerosi temi caldi volti a galvanizzare gli sforzi delle principali economie mondiali per ridurre le emissioni inquinanti, mobilitare i finanziamenti del settore pubblico e privato per guidare la transizione, discutere dei vantaggi economici dell’azione per il clima, stimolare le tecnologie di trasformazione che possono aiutare a ridurre le emissioni stesse.

Obiettivi ambiziosi e prestigiosi per i quali Washington ha bisogno di Pechino e Pechino di Washington, soprattutto in fatto di tecnologie green. In Cina, che proprio nell’ultimo anno sembra essersi rifugiata nuovamente nel carbone, il presidente Xi Jinping si è impegnato di fronte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite affermando che il Paese avrebbe raggiunto il picco della sua era al carbone nel 2030, per poi decarbonizzare completamente entro il 2060. Il 14° piano quinquennale, approvato a marzo, porta inciso nero su bianco l’obiettivo di realizzare una “bella Cina” e forgiare una “civiltà ecologica”.

Pechino ha ben compreso che per far parte del novero delle grandi potenze è necessario qualcosa di più di un banale greenwashing: un’inversione di rotta che, tra l’altro, è perfetta per diluire le ombre sull’origine del Covid-19 e sulla vicenda degli uiguri e di Hong Kong. Dall’altra parte dell’Oceano, Washington mette sul piatto sfide notevoli: uno storico impegno di 2 trilioni di dollari per ridurre le emissioni a zero entro il 2050, la generazione di elettricità al 100% senza emissioni di carbonio entro il 2035 e rendere l’agricoltura statunitense totalmente green.

Competizione vs. cooperazione

Sebbene la situazione politica tra le due potenze resti tesa, le mosse di questi giorni sembrano spianare la strada al meeting della COP26 previsto a Glasgow il prossimo novembre. Un approccio tutto nuovo al tema ambientale che potrebbe sostituire la corsa al nucleare dei cinquant’anni di Guerra Fredda. Questa mossa bilaterale, infatti, promette di scatenare un effetto domino pur in assenza di una partnership: come sottolineano Andrew S. Erickson and Gabriel Collins dalle pagine di Foreign Affaris, infatti, potrebbe essere la pressione, non il partenariato, a stimolare i progressi sul cambiamento climatico.

Una strada nuova, quella della compartimentalizzazione della diplomazia, sembra perciò delinearsi. I toni al rialzo di Xi sulla lotta al cambiamento climatico hanno del resto un fine ben preciso: gli attori politici cinesi sanno che il loro Paese è la dogana di qualsiasi sforzo internazionale globale per ridurre le emissioni di gas serra e stanno cercando di utilizzare questa leva per promuovere gli interessi cinesi in altre aree. Ad esempio, rendere più verde la Belt and Road, sarà fondamentale, poiché i progetti relativi al carbone sono spesso oggetto di proteste e contenziosi nei paesi ospitanti, minando la loro redditività e quindi l’interesse degli investitori.

È per questo che sarebbe più corretto affermare che, sul clima, Cina e Stati Uniti si avviano alla competizione più che alla cooperazione, con il fine di non porsi obiettivi generici e troppo ambiziosi e spostando l’ottica verso il meccanismo della concorrenza. Da questo punto di vista, la green cold war con la Cina potrebbe diventare un gioco a somma positiva.