La crisi globale dei rifiuti diventerà presto terreno di scontro in chiave geopolitica. Perché se è noto che l’ammontare di spazzatura prodotta in tutto il mondo sia diventato imponente, è meno noto che tutta questa montagna di sacchi neri non è affatto statica. Viaggia, si muove, genera indotto, ma pure grattacapi. È, in sostanza, una materia prima in grado di sbilanciare gli equilibri interni di molti ecosistemi. Il caso della Cina è quello più palese. Le celebrazioni per il 70esimo anniversario della Repubblica Popolare sono state l’occasione di ricordare che centinaia di milioni i cittadini cinesi sono usciti fuori dalla soglia di povertà negli ultimi anni. Sono dunque diventati tecnicamente dei consumatori interni e hanno aumentato il loro livello di benessere in modo notevole. E, ovviamente, producono più rifiuti. Specie quelli usa e getta.
Nelle ultime settimane, ad esempio, è finita sotto accusa la nuova abitudine tutta occidentale della consegna di cibi a domicilio, per via dell’impiego sistemico di i due elementi, polietilene e polipropilene, utilizzati nelle plastiche dei contenitori monouso. Come sottolineato in un articolo del New York Times, una buona parte dei guadagni vertiginosi riscossi dalle principali app di food delivery cinesi, Muitan e Ele.me, sono cresciuti in modo esponenziale, ma sono andati a braccetto con un livello di produzione di rifiuti plastici senza precedenti. E gli impianti di smaltimento adeguati non hanno la capacità di stare al passo con il ritmo frenetico con cui vengono prodotti. Dunque, poiché la Cina si configura da tempo come uno dei maggiori produttori al mondo di spazzatura (61 milioni le tonnellate registrate ad inizio 2017), il suo ruolo nello scacchiere politico ed economico mondiale è cambiato in modo irreversibile. Con un conseguente impatto anche sulla politica di gestione dei rifiuti stessi.
Il blocco delle importazioni di rifiuti
Nell’ultimo quarto di secolo nessun paese al mondo ha importato più immondizia di quanto abbia fatto la Cina. Quasi 106 milioni di tonnellate metriche, il 45% di tutta la plastica riciclabile che viene prodotta al mondo, si sono accumulate in tutto il paese. È lecito dire quindi, che parecchia della spazzatura che finisce nelle discariche a cielo aperto, in quelle illegali e, molto spesso, anche in mare, non è tutta di derivazione cinese. Per un quarto di secolo i cinesi sono stati capaci di costruire un’intera industria specializzata in questo settore, capace di generare un giro d’affari da 200 miliardi di dollari e 1,5 milioni di posti di lavoro. Secondo una ricerca condotta da Science Advances, soltanto nel 2016 la Cina ha importato 7,35 milioni di tonnellate di plastica proveniente da 43 Paesi.
Se si guardano i dati del 2018 la Cina ha assorbito dall’Indonesia circa 7mila tonnellate al mese di rifiuti in plastica, dagli Usa 5mila tonnellate e dal Giappone 4mila tonnellate. A un certo punto però, il Dragone ha detto stop. Con l’entrata in vigore della National Sword Policy, una regolamentazione studiata a tutela dell’ambiente, la Cina ha drasticamente ridotto l’importazione di 24 tipologie di rifiuti riciclabili. In modo da concentrarsi meno sulla spazzatura degli altri e più sulla propria (basti pensare che la sola città di Pechino produce circa 9 milioni di tonnellate di rifiuti l’anno, circa un terzo dell’Italia intera, non riuscendo a smaltirne almeno il 40%). L’Occidente di colpo, nel 2018, è finito nel caos. Per una ragione semplice: l’incapacità pratica di riuscire a smaltire o riciclare montagne di rifiuti di scarsa qualità, privi di controlli adeguati durante il processo di sanificazione. I “porti chiusi” di Pechino hanno così stravolto l’organizzazione di mezzo mondo.
Le nuove rotte dei rifiuti
Nel breve termine la “guerra della spazzatura” ha colpito altri paesi asiatici che si sono lasciati ingolosire dai fatturati monstre cinesi. Malesia, Filippine, Indonesia, Thailandia e Vietnam su tutti. Quest’ultimo, poi, finisce col bloccare le importazioni già a metà anno, mentre sempre a titolo di esempio la Malesia è passata da 168mila tonnellate importate nel 2016 a 456mila tonnellate nel primo semestre 2018 e ha assistito alla fioritura di impianti illegali. L’Indonesia, già alle prese con un grosso problema di inquinamento domestico da plastica che finisce per lo più in mare, riversa molti di questi rifiuti nell’acqua che circonda le sue 18.000 isole. Le Filippine hanno ingaggiato battaglie diplomatiche con i paesi occidentali, Canada su tutti, per via di decine di container di rifiuti non riciclabili entrati illegalmente nel Paese senza che venissero rispediti al mittente.
Le nuove rotte dei rifiuti si chiamano Turchia (+191,5% rispetto al 2017) e alcuni paesi dell’est Europa, ma è chiaro che si tratti di armi a doppio taglio, poiché senza lo studio di serie politiche di gestione della produzione interna di rifiuti ogni stato diventa ricattabile. Durante la Conferenza delle Parti della Convenzione di Basilea sul controllo dei movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi e il loro smaltimento è stato stabilito, su iniziativa diretta della Norvegia, che a partire dal prossimo anno diventi vietato esportare rifiuti senza l’approvazione del Paese destinatario. Un principio ratificato da tutti i partecipanti tranne che dagli Stati Uniti (esportano 26,7 milioni di tonnellate e insieme a Giappone e Germania sono i paesi leader in questo tipo di business).
Senza il loro impegno è chiaro che venga meno anche l’auspicato circolo virtuoso che avrebbe dovuto spingere gli stati ad escogitare soluzioni domestiche. E in assenza di queste il futuro si preannuncia nero pece. Uno studio dell’Università della Georgia prevede che il bando cinese provocherà entro il 2030 una dispersione di 111 milioni di tonnellate di plastica in tutto il pianeta. A Pechino, inoltre, non solo intendono fare passi indietro, ma vogliono rilanciare introducendo nuovi blocchi all’importazione anche di tutti i rifiuti solidi, già a partire dal prossimo anno. Allo stesso tempo, stanno organizzando una rete di oltre 100 nuovi centri per la gestione dei rifiuti ma solo di derivazione interna.
La spazzatura, allora, diventerà un’arma da schierare contro tutti quanti non saranno stati in grado di adottare delle efficaci contromisure.