La transizione ecologica in via di strutturazione determinerà, nei prossimi decenni, un fenomeno senza precedenti nella storia delle rivoluzioni economiche ed industriali. Dalla rivoluzione agricola del Medioevo a quella industriale del XVII e XVIII secolo, fino al graduale sviluppo di nuovi fonti come base del sistema economico attuale e al passaggio dall’era del carbone a quella del petrolio le grandi fasi di discontinuità hanno permesso di razionalizzare il lavoro, ristrutturare settori e filiere, cambiare i modi di produzione e creare nuovi mercati senza imporre una rottamazione sistemica di interi comparti del sistema economico.

Oggigiorno, in prospettiva, quello che emerge sulla scia dei cambiamenti industriali, tecnologici ed energetici e dei nuovi paradigmi ecologici è un processo in cui interi settori dovranno di fatto cessare la propria attività nei prossimi decenni, venendo sostituiti da altri aventi al centro la necessaria compenetrazione tra obiettivi economici e ambientali.

E se da un lato sulla scia della fusione tra paradigmi ambientali e tecnologie avanzate la decarbonizzazione e altri obiettivi di sostenibilità possono produrre esternalità positive in termini di crescita e occupazione, un discorso fondamentale va fatto su quei settori, quei territori, quei settori occupazionali che saranno svuotati dalla transizione. Insomma, su coloro che risulteranno i perdenti della transizione. E che un mondo “sostenibile” certo non può trattare come scartati: si pone dunque la necessità di un ambientalismo pragmatico e al servizio dell’uomo, che sappia ben valutare le conseguenze delle politiche che vengono proposte.

Uno scenario complesso quindi come ribadito anche dal ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti intervistato in chiusura al Festival Città Impresa di Vicenza: “Paradossalmente la disgrazia dell’aumento delle bollette ci consente di aprire gli occhi e vedere che la transazione ambientale ha un prezzo. Sulla bolletta confluiscono tutta una scelta di politiche economiche ed energetiche, per esempio anche quella di non possedere il nucleare per l’approvvigionamento di energia”. “Il governo”, ha aggiunto, “interverrà per ridurre l’impatto sui consumatori, ma anche sulle imprese. A livello internazionale dobbiamo intervenire, partendo dall’idea che la transizione ambientale ha un costo e lo pagano consumatori e imprese”.

Quali settori rischiano di più?

In quest’ottica, dal punto di vista aziendale e industriale possiamo identificare diverse categorie di potenziali “perdenti” della transizione.

In primo luogo, si segnalano senz’altro le aziende attive nella ricerca della risorsa più inquinante per eccellenza, il carbone, e quei colossi dell’oil&gas che non percorreranno la strada della trasformazione verso un nuovo mix energetico. Per le prime la strada verso l’espulsione dall’economia appare oramai tracciata, mentre i secondi possono rimediare con un’opera di riqualificazione delle competenze, investimenti strategici e attenzione alle infrastrutture. L’esempio di aziende come Eni, Snam e Saipem lo testimonia.

In secondo luogo, ci saranno tra i perdenti diversi aziende legate alla filiera del settore automobilistico e dei trasporti, soprattutto nella componentistica. L’auto elettrica si preannuncia una grande fonte di cambiamento per l’intera catena del valore, che sarà sempre più spostata sull’immateriale, sui software che guideranno i dispositivi, consentiranno lo scambio di informazioni e gestiranno i trend di consumo e le batterie, piuttosto che sulla parte “hard” del veicolo. E questo porterà a un deterioramento di diversi comparti legati alla meccanica di precisione e alla componentistica, a favore dei gestori e dei produttori dei Charging Point Operator che gestiscono una rete di stazioni di ricarica (di proprietà o meno) interconnesse e funzionanti attraverso piattaforme applicative.

In terzo luogo, è da sottolineare il rischio che a essere dismesso possa essere una parte sostanziale del comparto aereo e dell’industria ad esso associata, specie se l’aumento dei prezzi dei combustibili fossili renderà più costosi determinate tratte e, come già sta accadendo, la transizione verso i viaggi in treno su media distanza e il declino delle compagnie low-cost proseguirà.

Quarto punto, tra i perdenti si posizioneranno quei comparti manifatturieri le cui imprese ad alto impatto climatico ed energetico saranno posizionate a larga distanza dalle reti di interconnessione o che avranno difficoltà ad applicare gli investimenti necessari a accelerare sulla transizione in una fase in cui, come già anticipa la fase odierna, inquinare e generare elettricità da fonti fossili costerà sempre di più. Dalla manifattura di beni di consumo all’acciaio, diversi settori stanno già provando a correre ai ripari, per evitare di essere tagliati fuori.

Infine, vi potranno essere “perdenti” relativi nei settori interessati dalla transizione che saranno sfavoriti dall’allocazione delle risorse pubbliche e, soprattutto, dall’andamento di investitori finanziari di matrice bancaria o istituzionale che interiorizzano sempre di più la sostenibilità come driver d’azione. Come scrive Il Sole 24 Ore, infatti, citando le analisi dell’Economist Intelligence Unit oggigiorno  tra gli attori finanziari “l’elettricità e la generazione di calore, e di conseguenza gli investimenti connessi a questo settore, rappresentano la porzione più consistente degli investimenti sostenibili. Per contro, le costruzioni, i trasporti e l’agricoltura, pur essendo tra le principali fonti di gas serra, riscuotono un successo relativamente esiguo”.

I costi e i rischi per i lavoratori

Per ogni singola impresa sarebbe complesso sobbarcarsi i costi della transizione senza ragionare a livello di sistema. Per limitarci al caso italiano, uno studio di Boston Consulting condotto su commissione delle aziende dei settori meno “green” rappresentato in Confindustria (siderurgia, chimica, fonderie, carta, vetro, cemento, ceramica) ha stimato il costo necessario ai comparti in questione per adeguarsi alla nuova normalità “sostenibile” in 15 miliardi di euro nel prossimo decennio per un gruppo di imprese che rappresentano un fatturato complessivo di 88 miliardi di euro e 700mila addetti.

A fallimenti di imprese, ridimensionamenti di organici, crisi sistemiche rischiano di essere associate situazioni di disagio per decine di migliaia di lavoratori costretti a rimanere senza lavoro o espulsi dal mercato nelle posizioni marginali. Per questo è impensabile che la transizione avvenga senza che una seria agenda di politica industriale intervenga a sanare queste problematiche asimmetrie, a finanziare la transizione delle filiere più importanti, a guidare le priorità di investimento delle aziende, a garantire sul fronte economico e geopolitico fonti di rifornimento certe e sicure che riducano i costi per cittadini e imprese.

Compensare i “perdenti” della transizione

Nei piani italiani per il Recovery Fund e nella strategia europea Fit for 55 il tema della transizione e della necessità di governarla pragmaticamente è coscientemente analizzato e affrontato, ma in entrambi i casi è latente un discorso sull’inclusività dello sviluppo e sulla definizione di reti sociali contro le potenziali esternaltià negative prodotte dalle agende per la transizione. A tal proposito Foreign Affairs ha posto in evidenza una serie di politiche applicate per compensare i perdenti della transizione in vari contesti. La Svizzera ad esempio utilizza i guadagni dei permessi di inquinamento per sostenere l’accesso delle persone a reddito ridotto al sistema sanitario, mentre la British Columbia, Stato del Canada, dal 2008 agisce con un vero e proprio stimolo fiscale concedendo deduzioni e crediti d’imposta agli “investimenti per rafforzare gli edifici rurali vulnerabili agli eventi climatici”.

Su questo tracciato si sta provando a muovere oltre Atlantico anche l’amministrazione di Joe Biden, che intende inserire la “giustizia ambientale” nel piano infrastrutturale da 2 trilioni di dollari. L’agenda di Biden per la transizione a garantire che i primi beneficiari di un’economia americana più sostenibile, della riduzione degli sprechi e dei costi dell’energia siano gli abitanti delle aree più povere del Paese. Spesso facenti riferimenti a Stati come la West Virginia o l’Alabama in cui i settori destinati a uscire tra i perdenti della transizione sono centrali nell’economia.

Il costo sociale per i Paesi più poveri

Per alimentare la transizione occorrono comunque delle risorse. La tanto inseguita decarbonizzazione non coinciderà certo con l’uso esclusivo di fonti di energia rinnovabile. Si passerà semplicemente da una miniera a un’altra. Per garantire lo sviluppo di macchine con motori elettrici ad esempio, potrebbe servire la fabbricazione in pochi anni di milioni di nuova batterie. Un obiettivo al momento non alla portata, se non al prezzo di tirar fuori dalla terra quante più risorse possibili. A partire dal litio, presente soprattutto nelle miniere cinesi, sudamericane e australiane. Di recente si è parlato anche dei tanti giacimenti in Afghanistan, nel cuore dei territori conquistati dai talebani. Se davvero le aziende dovranno servirsi di questa risorsa, occorreranno sforzi enormi per garantire al mercato tutta la quantità di materiale occorrente.

Dovranno essere scavate nuove miniere, si dovrà impiegare quanta più manodopera possibile e, soprattutto, si dovrà procedere in fretta. Occorrerà, in poche parole, un massiccio sfruttamento di quei territori dove si trova il “petrolio” della nuova economia di transizione. Il termine sfruttamento mal si concilia con quello di sostenibilità. Vale per il litio, così come le terre rare e per altre risorse e minerali di cui il “nuovo” mercato necessiterà. Il rischio è quello di correre verso un paradosso. Per alimentare la transizione green in Europa, si dovrebbero sfruttare risorse e capitale umano nei Paesi più poveri. Dove la manodopera a bassa costo risulterà essenziale per assicurare l’arrivo delle materie prime. Esattamente come avviene adesso.

Quali Paesi possono subire costi crescenti

I problemi però potrebbero esserci anche per l’occidente. Per portare a termine un processo di transizione occorrono molti sacrifici. Dal settore energetico, passando anche per quello dei beni di consumo, i cambiamenti all’interno dei mercati potrebbero tradursi in maggiori esborsi per cittadini e consumatori. Costi in più che oggi, in una fase caratterizzata dalla lunga scia della crisi scaturita dalla pandemia da coronavirus, per molte famiglie potrebbero rappresentare un autentico salasso. In poche parole, la transizione rischia di essere impopolare. Se le tasche del ceto medio e di quello meno abbiente dovessero essere sensibilmente intaccate, la conversione alla green economy risulterebbe invisa a una fascia importante di popolazione.

Costi economici e sociali a cui occorre aggiungere anche quelli derivanti dalla perdita di posti di lavoro nei settori più gravati dalla transizione. L’Europa in tal senso appare forse l’area più esposta a questo genere di rischi. Molto più di altre zone in via di sviluppo dove, al contrario, per il momento si perseguirà la via dello sviluppo industriale “tradizionale”. La transizione ad ogni modo è un dato di fatto già assorbito dalla storia. Le tecnologie e le nuove metodologie acquisite pongono di diritto il XXI secolo come quello della conversione dell’economia e del mercato. Occorre però ancora molta strada prima di poter realmente parlare di autentica sostenibilità.