Nel caso del processo Ilva che ha portato alla condanna in primo grado dei fratelli Riva, ex titolari dell’acciaieria pugliese, e all’avvio di un iter che può potenzialmente condurre al sequestro degli impianti del polo siderurgico di Taranto si è riproposta l’annosa questione della sovrapposizione tra dinamiche giudiziarie e questioni economiche che più volte in passato è stata oggetto di dibattito in Italia.

Nessuno, chiaramente, può negare il fatto che se ci sono delle responsabilità penali nella questione Ilva esse vadano accertate e ci si debba sincerare delle connessioni tra le emissioni dell’impianto e eventuali problematiche alla salute dei cittadini e alla salubrità dell’area del centro urbano pugliese. Ma, al contempo, vanno analizzati due rischi potenziali in un approccio che ritenga l’impianto in sé e non la sua gestione come prova di reato.

Il primo è quella della reductio ad Ilvam. Ovvero l’attribuire ogni problematica di matrice ambientale, sociale, economica della città di Taranto all’acciaieria. Tanto che nel processo ai Riva e all’ex presidente della Regione Vendola appare addirittura come tesi proposta dai pm quella che, sottolinea Il Riformista, “i Riva volessero prima avvelenare, poi produrre”, costituendo una vera associazione a delinquere per il dolo intenzionale. Tanto da portare l’accusa a presentare tesi, criticate dalla difesa, che riconducevano agli scarichi Ilva nel Mar Grande di Taranto la presenza di quantità anomale di Pcb, una sostanza altamente tossica, nei mitili allevati nel vicino Mar Piccolo, in realtà “da ascrivere agli sversamenti di olii dielettrici da parte della Marina, come puntualmente riferito dall’Ispettore Severini in udienza e come riscontrato anche dai recenti studi della Regione Puglia”.

Il secondo, ad esso fortemente connesso, è quello di far decidere nelle aule di tribunale il destino di preziosi asset strategici fondamentali per il sistema-Paese. Il fatto che il tribunale di Taranto abbia promosso una fuga in avanti prospettando il possibile futuro sequestro di un impianto già a operatività condizionata dal commissariamento del 2012 e oggi in mezzo alla trattativa tra Invitalia e ArcelorMittal per la costituzione di Acciaierie d’Italia può condizionare il futuro dell’ex Ilva e dell’intera città.

Da un lato risulta infatti disdicevole il fatto che si sia permesso che i lavoratori dell’Ilva di Taranto, per troppo tempo, fossero costretti a scegliere tra due alternative: la trappola della povertà, ovvero l’abbandono di un posto di lavoro che tra standard ambientali insani e problemi dilaganti rappresentava comunque una delle poche opportunità occupazionali dell’area, o l’accettazione di una precarietà di condizioni disarmante e degradante. Dall’altro, la tagliola giudiziaria difficilmente potrà migliorare lo status quo oggi presente. E rischia di alimentare la controversa prassi che vede un’attenzione continua e assidua da parte dei tribunali per i nostri campioni nazionali.

Citofonare Eni e Leonardo per avere una conferma. Paolo Scaroni e Claudio Descalzi, penultimo e attuale ad del Cane a sei zampe, sono stati recentemente assolti nel processo sulla presunta maxitangente nigeriana da parte del Tribunale di Milano che aveva avviato una controversa inchiesta. “Il fatto non sussiste”: la formula piena dell’assoluzione rappresenta, per dirla con Giulio Sapelli, una “vittoria dello Stato di diritto” al termine di una vicenda complessa, spesso torbida, in cui la cronaca giudiziaria si è unita a una crescente campagna mediatica di attacco e demonizzazione di Eni da parte di settori della stampa nazionale che ha contribuito a dare una visibilità  eccessiva, e spesso inopportuna, al processo.

Non è la prima volta che ciò accade in relazione alla galassia delle società partecipate e del suo top management: l’attuale presidente del Milan Scaroni è già stato riconosciuto come innocente al termine del processo sul caso Saipem-Algeri mentre la procura di Milano aveva dovuto già subire un verdetto sfavorevole vedendo il proprio “teorema” smontato al termine del caso di Riccardo Orsi, ad di Finmeccanica (predecessore di Leonardo) dal 2011 al 2013, anno in cui fu arrestato per l’accusa di aver intascato delle  tangenti pagate dal governo indiano come intermediazione per l’acquisto di elicotteri prodotti da AgustaWestland. Nel 2019 la Cassazione ha definitivamente prosciolto l’ex ad Orsi da ogni accusa in tal senso. E recentemente la stessa Leonardo è finita direttamente nel mirino dopo che il tribunale milanese ha inflitto una condanna a 6 anni di prigione e a una multa di 2,5 milioni di euro ciascuno Alessandro Profumo e Fabrizio Viola per i reati di aggiotaggio e di false comunicazioni sociali nel processo Monte dei Paschi.

La condanna di Profumo, ex ad di Mps e attualmente alla guida del gruppo di Piazza Montegrappa, è stata addirittura usata come motivazione per chiederne le dimissioni da Leonardo, con la giustificazione il caso Mps possa in qualche modo ripercuotersi sull’operatività della società e sui suoi risultati economici e produttivi. Ipotesi smentita dai fatti, come attestano i risultati garantiti dalla postura internazionale assunta da Leonardo negli ultimi mesi ed anni, la sua crescita in termini proiezione industriale, fatturato, valore aggiunto portato all’economia nazionale e all’occupazione. Recentemente Profumo ha fatto ricorso contro la sentenza in primo grado chiedendo la piena assoluzione e sottolineando che i reati di cui è stato imputato riguardano, sostanzialmente, errori e negligenze del vecchio management da lui portati allo scoperto assieme a Viola tra il 2012 e il 2015.

Il processo Eni-Nigeria, quello Saipem-Algeria, il caso Finmeccanica-India e quello Mps sono stati uniti dal fil rouge di un grande clamore mediatico a cui è stato associato un sostanziale processo di messa in discussione del valore per il sistema-Paese dell’azienda o dell’apparato i cui vertici sono stati chiamati a rispondere. Tale canovaccio si ripete anche nel caso Ilva, in cui l’ipotesi dell’associazione a delinquere, il persistente dibattito sul ruolo dell’acciaieria come inquinatore di ultima istanza e la grande pressione delle associazioni ambientaliste e della società civile hanno funto da volano per un’ulteriore mediatizzazione della questione, per un surplus di attenzione al versante economico, in ultima istanza per una condanna dura che può allontanare, piuttosto che risolvere, la riconquista di un futuro da parte di Taranto. Fare la politica economica nei tribunali è sempre rischioso: la presunzione di innocenza deve ispirare cautela e gradualismo, e i precedenti processi ai “campioni nazionali” insegnano che mettere nel centro del mirino un’azienda strategica rischia di essere giudiziariamente inconcludente e economicamente rischioso per l’Italia nel suo complesso.

Nel campo comunista di Goli Otok
SOSTIENI IL REPORTAGE