Paulo Paulino Guajajara, attivista indigeno 26enne conosciuto anche come “Il Lupo”, stava cacciando nella riserva di Araribóia nello stato di di Maranhão, nord est del Brasile, quando è stato colpito in pieno volto da un proiettile.

Un secondo indigeno che lo accompagnava, Laercio Souza Silva, è riuscito a salvarsi con pallottole nel braccio e nella schiena.

“Hanno cominciato a sparargli da una distanza non troppo lontana, poi [Souza] ha cercato di nascondersi, ma è stato colpito al braccio. Si è guardato attorno, e allora ha visto che Paulino era a terra, colpito in pieno volto,” ha raccontato l’agenzia investigativa brasiliana Pública, descrivendo una vera e propria imboscata.

Nel conflitto, anche uno degli assalitori risulterebbe scomparso. Si tratta dell’ennesimo attacco contro indigeni e difensori dell’ambiente. Tra gennaio e settembre 2019, il Consiglio Missionario Indigeno (Cimi) ha già infatti registrato 160 aggressioni, quasi tutti nelle zone dell’Amazzonia.

Paulino Guajajara era uno dei “Guardiani della foresta,” un gruppo di 120 indigeni creato nel 2012 per monitorare il territorio di Araribóia e proteggerlo dal disboscamento illegale e dagli incendi. Per un’amara ironia della sorte amara, proprio quel giorno Guajajara e Souza non erano in servizio, ma si erano messi in marcia per cacciare.

I guardiani della foresta

“Erano nel nostro territorio, e l’odio dei taglialegna per il nostro lavoro di protezione è così grande che stanno già inviando uomini armati a tenderci imboscate”, ha dichiarato la leader indigena Fabiana Guajajara a Pública.

La riserva di Arariboia si estende per 4130 chilometri quadrati, un'”isola” di foresta che si è staccata dal corpo centrale dell’Amazzonia. 14.000 Guajajara vivono al suo interno, nelle cui profondità risiede però anche una tribù isolata nel villaggio di Awá Guajá.

La protezione delle terre indigene è garantita dalla Costituzione Brasiliana come un mezzo per preservare i diritti e le culture dei popoli nativi dopo una persecuzione durata secoli.

Secondo il sito di informazione The Intercept, in Brasile vivono circa 900mila cittadini appartenenti ai popoli originari, divisi in 305 diverse tribù. La maggior parte di loro vive in queste riserve.

L’omicidio di Paulino Guajajara arriva subito dopo il clamore destato dalle immagini dell’amazzonia in fiamme di fine agosto.

Nonostante le fiamme siano state domate, la deforestazione procede ancora a balzi da gigante (7.604 chilometri quadrati nei primi nove mesi del 2019, con un aumento dell’86% rispetto all’anno precedente, secondo l’Istituto Nazionali di Ricerche Spaziali del Brasile ), e recenti ricerche dimostrano come le popolazioni indigene siano tra i più importanti agenti di protezione ambientale dell’Amazzonia.

“Se vogliamo mantenere i grandi vantaggi che la foresta amazzonica ci garantisce, dobbiamo riconoscere il diritto alla terra di queste persone,” ha dichiarato Paulo Moutinho dell’Istituto per la Ricerca Ambientale dell’Amazzonia al New York Times.

In questo contesto, l’attacco a Guajajara e Souza non è di certo un caso isolato.

La violenza è aumentata dopo Temer e Bolsonaro

Secondo quanto riportato da il sito di informazione ambientalista Mongabay, i due guardiani avevano già ricevuto minacce di morte, e Paulino Guajajara aveva iniziato a negoziare il suo ingresso in un programma statale di protezione. Troppo tardi.

“Vicino al mio villaggio vive l’uomo bianco che ha promesso di uccidermi…perché difendo la foresta…non arrestano i taglialegna criminali, ma vogliono arrestare i Guardiani,” aveva dichiarato in una video intervista rilasciata alla Thomson Reuters Foundation e diffusa dopo la sua morte. L’agenzia riporta inoltre che, dal 2012, in totale tre guardiani sono rimasti uccisi in conflitti con i taglialegna illegali.

Per il CIMI, le violenze contro i popoli originari sono in costante crescita: nel 2019 si sono infatti verificati 160 casi di invasione di terre, sfruttamento illegale delle risorse naturali e danni alle proprietà in 153 diversi territori indigeni. Un drastico aumento rispetto all’anno anteriore, quando l’organizzazione raccolse solo 111 denunce.

“E’ un genocidio istituzionalizzato. C’è una licenza per uccidere, per armarsi, e ancora di più quando i crimini rimangono impuniti e quando la massima autorità del paese dice che ora non marcherà più le aree protette,” ha denunciato Sônia Guajajara, dirigente dell’Articolazione dei Popoli Originari del Brasile (APIB) e originaria dello stesso paese di Paulino, a El País.

Per le organizzazioni indigene, infatti, la responsabilità è tutta del Presidente Jair Bolsonaro, che ha promesso di aprire le loro terre allo sfruttamento economico e cercato di limitare le capacità di agenzie governative come la Fondazione Nazionale dell’Indio (FUNAI) e l’Istituto brasiliano dell’ambiente e delle risorse naturali rinnovabili (IBAMA).

“Gli invasori si sentono legittimati dal presidente,” chiosa Sônia Guajajara, che in questo momento è impegnata in una campagna per chiedere alle istituzioni europee di non firmare il patto di libero commercio con il Mercosur.

Il ministro della Giustizia, Sergio Moro, ha però annunciato che la Polizia Federale farà ogni sforzo possibile per assicurare i responsabili alla giustizia.

Ma, secondo il New York Times, l’ufficio di Moro era già stato avvisato delle minacce a settembre dal governatore dello stato di Maranhão, senza che alcune azione venisse intrapresa.

Souza, sopravvissuto all’attacco, entrerà ora sotto lai protezione del governo di Maranhão. Da quando il programma è entrato in vigore nel 2016, altri 14 indigeni di diversi gruppi etnici hanno fatto richiesta di protezione.

Ma a Mongabay Souza ha già dichiarato che non è disposto a rinunciare alla lotta: “Combatterò fino alla fine,” ha detto alla giornalista Karla Mendes.