Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e il suo predecessore, Jair Bolsonaro, hanno politiche ambientali che più diverse non potrebbero sembrare. Il secondo, campione di un liberismo individualista e insofferente allo Stato, definiva il riscaldamento globale una “cospirazione marxista” e ha fatto scempio di ogni protezione ambientale, consentendo il disboscamento dell’Amazzonia e l’esplorazione petrolifera. Il socialista Lula, al contrario, ha rafforzato quelle restrizioni, riducendo la deforestazione dell’Amazzonia del 68% nel 2023 e finanziando iniziative di conservazione.
Eppure, nonostante questi progressi di facciata, su Lula incombe una forza più potente dell’etica ambientalista: il pragmatismo politico. Il Presidente dei lavoratori sembra infatti determinato più che mai a usare i vecchi, cari combustibili fossili per portare il Brasile fuori dalle secche della stagnazione, renderlo una potenza geopolitica credibile e soprattutto tenersi stretto il proletariato nazionale, affinché non ricaschi verso il bolsonarismo autoritario una seconda volta.
Il principale indicatore di questa ipocrisia sono i progetti di esplorazione petrolifera e sviluppi infrastrutturali che minacciano l’Amazzonia. Il suo tentativo di bilanciare sostenibilità e sviluppo, diventando un punto di riferimento delle sinistra anti-capitaliste, soprattutto in vista del COP30 che si terrà in Brasile nel 2025, rischia di schiantarsi e di far rivalutare la rozzezza di Bolsonaro. Come è possibile tutto ciò, si è chiesto il politologo Bernardo Jurema su New Left Review (un outlet progressista che ha sempre sostenuto Lula). Le risposte possibili sono almeno due.
La prima è che il destino del Brasile è legato indissolubilmente alla sua industria petrolifera. La scoperta dell’oro nero, e la fondazione di Petrobras nel 1953, sono diventati simboli della sovranità energetica di un Paese storicamente poverissimo. Durante i primi governi di Lula (2003-2016), la produzione petrolifera è aumentata esponenzialmente, con priorità data allo sviluppo industriale piuttosto che alle preoccupazioni ambientali. Questo ha portato a megaprogetti infrastrutturali come la diga di Belo Monte, dal forte impatto ecologico e sociale. L’espansione dell’industria della carne e il disboscamento sono stati ulteriori risultati di questa politica estrattivista.
La seconda ragione dell’ambigua retorica ecologista sta nella dipendenza dello sviluppo economico dai combustibili fossili. Lula sembra intimamente convinto che l’industria petrolifera sia lo strumento principale di giustizia economica per le popolazioni dell’Amazzonia, nonostante che gli impatti negativi di incidenti petroliferi e migrazioni indotte dall’esplorazione siano evidenti. L’Agenzia ambientale brasiliana ha già respinto le richieste di nuove esplorazioni, ma Petrobras continua a spingere il Governo per nuove concessioni.
Pù in generale, Lula sembra consapevole del fatto che dietro la maschera ambientalista talvolta si può nascondere un movimento elitista e autoritario. Le pressioni occidentali riguardo agli incendi nella foresta pluviale in Brasile, durante le devastazioni del periodo di Bolsonaro, hanno aperto a domande scomode. Ricche nazionali occidentali privilegiate criticano spesso il Brasile per voler usare le proprie risorse a modo suo, arrivando a invocare persino interventi esterni per salvare l’Amazzonia. Ma questo atteggiamento occulta la dipendenza dell’Europa dalla produzione di carne bovina in Brasile, e il fatto che spesso l’Occidente esternalizza l’inquinamento, facendo produrre sporco, mutilare l’ambiente e contaminare le nazioni meno sviluppate.
Non è necessario essere fan del presidente brasiliano Jair Bolsonaro per provare disagio di fronte all’indignazione occidentale verso la sua politica sulla foresta pluviale. Gli incendi non sono un evento apocalittico senza precedenti, come affermano alcuni, e la NASA stessa ha riportato che l’attività complessiva degli incendi in Amazzonia è “leggermente inferiore alla media quest’anno”. Tuttavia, i critici del Brasile ignorano tali dati e sostengono che il Paese stia distruggendo il pianeta.
Dietro a questa retorica ambientalista, sembrano dire sia Lula che Bolsonaro, si riflette l’idea che il mondo in via di sviluppo non possa industrializzarsi e modernizzarsi come ha fatto l’Occidente, cioè seguendo le proprie strade brutali, altrimenti il pianeta sarebbe in pericolo. Lo dicono in modo diverso, ovviamente: Lula concedendo una base di verità all’allarmismo degli scienziati mentre Bolsonaro lo negava totalmente. Ma il risultato sembra essere una dolorosa presa d’atto della realtà.
Così il Governo brasiliano, sotto pressione dall’industria agroalimentare e da Petrobras, fatica a implementare politiche climatiche più ambiziose. Nonostante le condizioni favorevoli per la transizione energetica, Petrobras continua a dedicare la maggior parte dei suoi investimenti ai combustibili fossili. Lula rischia di trovarsi in una situazione insostenibile tra la retorica di sviluppo sostenibile e la realtà di un’economia che deve competere con altri giganti non occidentali in crescita impetuosa, come Indonesia, Vietnam e Nigeria.
La sfida del socialismo di Lula, un socialismo fin troppo novecentesco, starà nell’escogitare un compromesso tra il mantenimento di una democrazia inclusiva, che comprenda anche classi povere che non ne vogliono sapere di accelerazioni green, e una crisi climatica incombente, che potrebbe rendere le vaste aree dove vivono quei poveri inabitabili nei prossimi decenni.