Nel Nord del Brasile è iniziata un’offensiva pericolosa, condotta contro una tribù indigena costretta a difendere con le unghie e con i denti i suoi terreni. Parliamo dell’attacco dei cacciatori d’oro abusivi, i garimpeiros, contro la piccola e isolata popolazione dei Waiapi, costituita da soli 1.200 individui sparsi su una distesa di oltre 600.000 ettari di foresta vergine che copre territori ricchi di risorse e materie prime. L’oro è il volano di un attacco che i Waiapi hanno subito, dopo trent’anni di convivenza pacifica con le comunità locali e i governi brasiliani, nella giornata di sabato 20 luglio.

“Una cinquantina di uomini armati fino ai denti sono entrati nel villaggio di Yvytotõ. Da un lato, le mitragliatrici, dall’ altro le lance e le danze propiziatorie, perché i pesci depongano le uova e il mais cresca”, sottolinea il Corriere della Sera, riportando come nel precedente giorno di mercoledì 17 luglio l’azione fosse stata prefigurata dall’assassinio del leader tribale Emyra Waiapi, 68 anni. La corsa all’oro, risorsa contesa con metodi sempre più violenti, danneggia un popolo che ha conosciuto la società moderna solo nel 1973, anno del primo incontro con le autorità brasiliane, e che in seguito ha goduto della tutela del fondo nazionale che protegge i popoli indigeni (Funai) e della possibilità di gestire autonomamente le sue terre. Gli indigeni sono cacciati fuori dalle terre loro assegnate dall’Articolo 231 della Costituzione brasiliana, che difende “i diritti originari sulle terre che hanno tradizionalmente occupato”, i loro leader più attenti a denunciare abusi e violazioni uccisi o intimiditi, il loro ambiente devastato dalle tecniche pericolose utilizzate dai garimpeiros, che avvelenano fiumi e sottosuolo con ingenti quantità di mercurio.

La corsa all’Amazzonia del Brasile di Bolsonaro

Non poche responsabilità per la rinnovata contrapposizione tra autorità brasiliane e popoli indigeni derivano dall’atteggiamento del governo di Jair Bolsonaro, che ha irrigidito la linea dura diretta allo sfruttamento economico dell’Amazzonia e dei santuari indigeni inaugurata da Michel Temer, il quale nell’agosto 2017 ha provato a ottenere l’abolizione della riserva amazzonica di Renca, istituita nel 1984 al confine tra gli Stati federali di Amapa e Para su un’area di 46mila chilometri quadrati.

Giusto la scorsa settimana Bolsonaro ha chiesto l’aiuto degli investitori internazionali per sviluppare le politiche economiche del governo in Amazzonia, definendosi un difensore dei popoli indigeni che non volevano più vivere come “uomini preistorici senza accesso” alle “meraviglie della modernità’”. Nella realtà, il governo di Bolsonaro rischia di scatenare la peggior corsa alle risorse naturali dell’Amazzonia dai tempi della caduta della dittatura negli Anni Ottanta, dando libero sfogo e un cappello istituzionale a rapinatori, contrabbandieri, minatori di frodo e speculatori agrari ed edilizi.

Oltre all’oro, ferro, rame, tantalo, nichel e manganese rappresentano i più ambiti tesori del sottosuolo amazzonico. E il destino degli Waiapi, che ha destato l’allarme della commissione Onu per i diritti umani e del senatore dello Stato di Amapà Randolfe Rodrigues, rischia di essere quello di decine di altri popoli nel Paese.

Del resto, le nomine di Bolsonaro lasciano pochi dubbi sull’approccio futuro di Brasilia. La lobby agraria dei faendeiros sostiene il Presidente e ha come esponente nel governo il ministro dell’Agricoltura Tereza Cristina. Il ministro dell’Economia, Paulo Guedes, è invece un fautore della più ampia de-regulation economica e ambientale. Ma a fare scalpore e a creare timore nei gruppi indigeni è la nomina a nuovo direttore della Funai di un vero e proprio paladino dell’agrobusiness, Marcelo Xavier da Silva, 41enne dichiaratamente ostile alle politiche di difesa degli indigeni, che in passato ha sostenuto che la Funai sarebbe tenuta in scacco da Ong legate all’agrobusiness statunitense, rivale del comparto brasiliano.

Il “sovranismo” indigeno

Di fronte alle minacce che rischiano di subire, è bene ricordare come l’unico vero sovranismo esistente in Brasile sia quello degli ultimi indigeni, di cui i Waiapi rappresentano un vero e proprio emblema, contro le logiche di sfruttamento che violano i diritti costituzionalmente garantiti dei cittadini brasiliani. Come scritto nei mesi scorsi sulle nostre colonne, per gli indigeni l’apertura economica dell’Amazzonia rischia di essere una sfida di vita o di morte: “Survival International, l’organizzazione globale che tutela le minoranze indigene, si è dichiarata allarmata per la nuova svolta governativa, condannando la guerra all’ambiente di Bolsonaro che potrebbe mettere a rischio i destini futuri di molte popolazioni, comprese diverse tribù non ancora contattate“. Custodi della foresta e di un ricchissimo polmone di biodiversità che le logiche della deregulation economica rischiano di mettere definitivamente a repentaglio. Mentre un governo che è completamente allineato a influenze esterne politiche, economiche e culturali, è pronto a svendere il tesoro più prezioso e inestimabile di cui il Brasile sia in possesso.