Qualche mese fa Jair Bolsonaro era diventato il capro espiatorio perfetto su quale scaricare ogni responsabilità del disastro ambientale che stava colpendo il Brasile. Il coro intonato all’unisono dai nuovi adepti del gretismo spicciolo da quattro soldi risuonava forte e chiaro: “L’Amazzonia brucia. È colpa di Bolsonaro”. Il presidente brasiliano ha senza ombra di dubbio molti difetti e, in maniera del tutto legittima, può anche politicamente risultare indigesto. Vale tuttavia la pena farsi una domanda: che utilità può esserci nell’attaccare senza ritegno un leader politico approfittando di un’emergenza che, a rigor di logica, dovrebbe invece spingere il mondo a esprimere solidarietà nei suoi confronti? La risposta è semplice: nessuna utilità. La controprova della malafede incarnata dalla maggior parte dei crociati ambientalisti si è avuta proprio in questi giorni. Nessuno – come è giusto che sia – si è azzardato neanche per scherzo a incolpare il premier australiano Scott Morrison della tragedia che sta colpendo l’Australia. L’esatto contrario di quanto fatto con Bolsonaro per l’Amazzonia.

La polemica di Bolsonaro

L’Australia è in ginocchio, divorata dagli incendi. I roghi, iniziati lo scorso 20 dicembre, hanno fin qui bruciato oltre mille chilometri quadrati di territorio, ucciso uomini e animali, devastato parchi nazionali e costretto migliaia di persone a lasciare le proprie abitazioni. Bolsonaro, memore del trattamento ricevuto di fronte al mondo intero sull’Amazzonia da Emmanuel Macron, ne ha approfittato per chiamare in causa il presidente francese, invitandolo a prendere posizioni simili a quelle che aveva assunto nei suoi confronti anche con il leader australiano Morrison. Nel corso di una diretta su Facebook, il “Trump brasiliano” ha provocato, senza usare mezzi termini, sia il capo dell’Eliseo sia la giovane attivista svedese Greta Thunberg: “Signor Macron, che cosa hai intenzione di dire in Australia? Ora ci sono incendi in Australia, non so se Macron abbia detto qualcosa. Ha per caso messo in dubbio la sovranità australiana? E Greta, quella ragazzina, ha per caso detto qualcosa?”. Bolsonaro ha infine terminato il suo intervento ricordando a Macron che “l’Amazzonia non ha preso fuoco, né sta prendendo fuoco”. Il tam tam mediatico dei mesi scorsi, a detta del presidente brasiliano, “è stata una grande bugia” perché “il Brasile è il Paese che più si prende cura dell’ambiente” e che nessun altro Stato può vantare “una percentuale così grande di territorio preservato”.

Un peso, due misure

Ricordiamo che ad agosto, poco prima del G7 di Barritz, Macron aveva accusato Bolsonaro di “portare avanti progetti economici disastrosi per la foresta amazzonica”. Il presidente francese aveva avvertito il suo collega brasiliano che non gli avrebbe mai permesso “di distruggere tutto”. Il capo dell’Eliseo aveva inoltre messo in discussione la sovranità del Brasile: “Rispettiamo la sovranità brasiliana ma sulla questione dell’Amazzonia non possiamo lasciare che Bolsonaro distrugga tutto”. La risposta del leader brasiliano non tardò ad arrivare: “Mi dispiace che il presidente Macron cerchi di strumentalizzare una questione interna del Brasile e di altri paesi amazzonici per i suoi interessi politici personali. Il tono sensazionalista con cui si riferisce all’Amazzonia (per altro sostenuto da foto false) non fa nulla per risolvere il problema”. Tornando al presente, appare evidente come il premier australiano Scott Morrison, membro del Partito Liberale d’Australia, non risulti ai gretini altrettanto antipatico come “l’estremista” Jair Bolsonaro. Alla fine è tutta una questione di simpatie. Altro che solidarietà e aiuti concreti.

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