Biotecnologie, high-tech e colture sperimentali: la Cina usa la scienza per garantirsi l’indipendenza alimentare

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La Cina sta da tempo rafforzando il proprio sistema di approvvigionamento alimentare. Pechino non ha più alcuna intenzione di fare i conti con dazi, guerre e rotte commerciali bloccate, né intende continuare a essere dipendente dalle forniture strategiche provenienti di Paesi terzi. È per questa ragione che il Dragone, nella quasi indifferenza generale, ha deciso di affidarsi a un forte sviluppo tecnologico per blindare il più possibile la propria sovranità alimentare. Il governo guidato da Xi Jinping lo ripete ormai da anni: questo dossier è un fondamento della sicurezza nazionale e come tale deve essere trattato. E così, accanto al “Piano d’azione per l’aumento della capacità produttiva di cereali”, oltre la Muraglia c’è ampio spazio per la modernizzazione dell’industria sementiera.

Non è un caso che il Dragone stia investendo fior di quattrini nelle biotecnologie agricole e nella costruzione di terreni di alto livello per aumentare le rese sulle limitate aree coltivabili. La Cina, del resto, deve sfamare quasi il 20% della popolazione globale (circa 1,4 miliardi di abitanti) avendo a disposizione meno del 9% delle terre coltivabili mondiali.

Lo sviluppo agricolo cinese passa attraverso un mix tra progresso scientifico e modernizzazione hi-tech. Nello specifico, ci sono due importanti innovazioni che hanno consentito al gigante asiatico di incrementare la produzione di cereali. La prima si chiama Juncao: si tratta di una tecnologia ecologica che utilizza piante erbacee appositamente coltivate come substrato per coltivare funghi commestibili e medicinali. La seconda coincide con il riso ibrido, e dunque con una tecnica ad alto rendimento che implica l’incrocio di diverse varietà di riso per ottenere piante più resistenti e con rese molto più elevate.

Alla ricerca della sovranità alimentare

È interessante notare quanto sta accadendo nei deserti della provincia cinese dello Xinjiang. Qui, a migliaia di chilometri da Pechino, gli scienziati del Dragone coltivano imponenti ibridi di grano e segale (in alcuni casi più alti delle persone).

Come ha spiegato il South China Morning Post, questi ibridi si chiamano triticale, sono di fatto cereali artificiali che si adattano a condizioni ambientali difficili e, oltre a fornire cibo per l’uomo, i loro steli e le loro foglie possono essere utilizzati come mangime per il bestiame. Dietro a un simile progetto troviamo la Xinjiang Maishengdao Biotechnology, una delle tante aziende coinvolte nella rivoluzione agroalimentare in corso in Cina.

Il triticale, un ibrido sintetico ottenuto come detto incrociando grano e segale, può produrre fino a 4 tonnellate di foraggio per mu (circa 667 metri quadrati) all’anno, consentendo così raccolti particolarmente abbondanti. In generale, l’ibridazione permette di combinare le caratteristiche migliori di due specie diverse, dando origine a una coltura più adattabile e capace di produrre rese superiori.

Uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista scientifica Field Crops, ha spiegato che grano e triticale possono produrre raccolti simili in condizioni normali. Tuttavia, in situazioni sfavorevoli – ad esempio con scarsa disponibilità d’acqua o terreni poveri di azoto – il triticale può garantire rese più elevate. Non solo: i ricercatori della Cuixi Academy of Biotechnology hanno rilevato che il contenuto di proteine grezze e di nutrienti digeribili totali del triticale è paragonabile a quello del grano.

A cosa punta la Cina

Ebbene, negli ultimi anni la Cina ha investito nella trasformazione di aree desertiche dello Xinjiang in poli agricoli destinati alla coltivazione di cereali come grano e riso. Da questo punto di vista, il triticale potrebbe rappresentare uno strumento importante per rendere produttivi terreni marginali e contrastare gli effetti delle condizioni climatiche estreme.

Ma perché Pechino sta investendo tempo e risorse per rendere il proprio sistema alimentare impermeabile agli shock esterni? Basta dare un’occhiata agli ultimi dati. Nel 2021, per esempio, il Dragone importava il 70% del mais da Washington e il 30% da Kiev: un rischio enorme date le tensioni globali.

Non è un caso, dunque, che il ministero dell’Agricoltura cinese preveda che entro il prossimo decennio la Cina produca il 91,5% del cibo consumato. Scendendo nei dettagli, il governo cinese intende raggiungere il 92% di autosufficienza nei cereali e nei fagioli di base entro il 2033 (rispetto all’84% registrato nel periodo 2021-2023), in linea con l’obiettivo di Xi di trasformare la Cina in una “potenza agricola” entro la metà del secolo.