È una storia che si credeva già sentita troppe volte ma che riesce ancora a sorprendere: quella dell’ipocrisia. Le grandi banche francesi – Crédit Agricole, BNP Paribas, BPCE – continuano a sbandierare i loro impegni ecologici mentre, in sordina, finanziano le attività di multinazionali del petrolio e del gas che devastano l’Amazzonia. È quanto emerge dall’inchiesta condotta da Disclose, in collaborazione con France 24, RFI e il Pulitzer Center.
Le cifre, nero su bianco, raccontano una realtà imbarazzante per chi si proclama in prima linea nella lotta contro il cambiamento climatico. Ogni anno, i gruppi bancari francesi guadagnano oltre 45 milioni di euro da investimenti in aziende come Repsol, Ecopetrol e Chevron, le cui attività in America Latina includono lo sfruttamento intensivo di gas e petrolio, spesso al centro di accuse di inquinamento e violazioni ambientali.
LE OPERAZIONI NASCOSTE DELLE BANCHE
L’indagine rivela come queste banche utilizzino strumenti finanziari opachi per sostenere le multinazionali degli idrocarburi. Il Crédit Agricole, ad esempio, deteneva ad agosto 2024 più di 240 milioni di euro in azioni e obbligazioni di Repsol, diventando il quinto investitore principale della compagnia petrolifera spagnola. Non finisce qui: il Crédit Agricole possiede anche 50 milioni di euro in azioni e obbligazioni di Ecopetrol, la società colombiana impegnata nell’estrazione di greggio, e quasi 1,8 miliardi di euro in investimenti in Chevron, colosso americano del petrolio.
Lo schema è chiaro: le filiali di gestione patrimoniale di queste banche – come Amundi per Crédit Agricole, Natixis Investment Managers per BPCE e BNP Paribas Asset Management – investono i fondi dei clienti in prodotti finanziari apparentemente innocui, ma che in realtà contribuiscono al saccheggio dell’Amazzonia. Parliamo di strumenti come polizze vita o fondi pensione che, all’insaputa dei risparmiatori, sostengono la devastazione ambientale.
PROMESSE ECOLOGICHE TRADITE
Di fronte alle domande dell’inchiesta, le risposte delle banche oscillano tra giustificazioni vaghe e negazioni di responsabilità. Il Crédit Agricole afferma di valutare i propri investimenti “in base alla credibilità degli impegni delle aziende nella transizione energetica”, mentre BNP Paribas sostiene di “gestire gli attivi per conto di clienti investitori” senza beneficiare direttamente dei dividendi. BPCE minimizza, affermando che “i redditi diretti delle attività legate alle energie fossili rappresentano una parte minima del totale del gruppo”.
Eppure, le contraddizioni sono evidenti. Repsol, Ecopetrol e Chevron, lungi dall’adottare politiche compatibili con la neutralità climatica, continuano a sviluppare nuovi giacimenti e a ignorare gli obiettivi dell’Agenzia Internazionale per l’Energia. Secondo Lara Cuvelier di Reclaim Finance, queste banche avrebbero già gli strumenti per cambiare rotta: potrebbero smettere di acquistare obbligazioni delle aziende che sviluppano progetti legati alle energie fossili e disinvestire da quelle attualmente detenute. Ma evidentemente il profitto immediato vale più di un impegno per il futuro.
UN DISASTRO ANNUNCIATO
Mentre gli interessi degli investimenti crescono, l’Amazzonia si riduce. Le trivellazioni inquinano i fiumi, i gasdotti feriscono irreversibilmente il territorio, e intere comunità indigene vengono private dei loro diritti. Ogni euro che queste banche incassano dai loro investimenti ha un costo incalcolabile: la perdita di uno dei più importanti polmoni verdi del pianeta. Di fronte a queste rivelazioni, è lecito chiedersi: quanto ancora si dovrà tollerare l’ipocrisia di chi si proclama campione della sostenibilità, ma dietro le quinte contribuisce alla distruzione dell’ambiente
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