Nel 2019 la prestigiosa rivista Nature pubblicava un paper dal titolo emblematico: New elevation data triple estimates of global vulnerability to sea-level rise and coastal flooding. Lo studio, realizzato dal centro di ricerca no profit statunitense Climate Central, sosteneva che nel 2050 le case di 300 milioni di persone sparse in ogni angolo del pianeta sarebbero finite sommerse dagli oceani. Nella lista delle città a rischio figuravano anche diversi centri italiani, tra cui Venezia, Rovigo e Jesolo. La previsione da incubo era particolarmente infernale per il continente asiatico, visto che lì si trova il 70% degli insediamenti che più rischiano di finire sotto il livello del mare.

Il caso più noto è probabilmente quello di Jakarta. La capitale dell’Indonesia, 11 milioni di abitanti, che salgono a 30 contando l’area metropolitana, affonda 15 centimetri ogni anno che passa. Calcolatrice alla mano, significa che di questo passo sparirà dalle cartine geografiche nel giro di qualche decennio. Il governo locale, conscio del pericolo, ha preso le contromisure. Dal momento che dighe e sbarramenti non bastano a bloccare l’innalzamento degli oceani, ecco che le autorità hanno deciso di “trasferire” gli uffici e le sedi istituzionali, e dunque la capitale, di un centinaio di chilometri, dall’isola di Giava all’isola del Borneo. Nel caso indonesiano, la furia dell’oceano si deve all’eccessivo sfruttamento delle falde acquifere, ma anche all’enorme quantità di cemento utilizzata.

La mossa delle Maldive

Oltre a Jakarta, si trovano nella lista nera pure Mumbai, in India – città che nei prossimi 30 anni dovrebbe finire sommersa -, Dacca, in Bangladesh, il Sud del Vietnam, Alessandria d’Egitto, alcune aree di New Orleans, Amsterdam, Anversa e molte zone di Londra. E poi c’è il caso delle Maldive, pronte a sfornare un progetto avveniristico per neutralizzare gli effetti nefasti del cambiamento climatico.

Si chiama Maldives Floating City (MFC) e consiste, niente meno, che nella trasformazione dell’intero arcipelago in una vera e propria città galleggiante. Per quale motivo le autorità si sono impegnate per dare vita a un piano simile? Colpa del riscaldamento globale, dunque dello scioglimento dei ghiacciai e del conseguente innalzamento del livello dei mari. Gli esperti ritengono che, da qui al 2050, i circa 30 atolli situati nell’Oceano Indiano diventeranno letteralmente inabitabili. Stiamo parlando di quasi mille isole, ad appena 90 centimetri sul livello del mare.

La città galleggiante

Ma che cos’è MFC? Nello specifico, il governo delle Maldive costruirà una nuova isola artificiale nella quale sorgeranno migliaia di case, ma anche ristoranti, negozi, un ospedale, una scuola e perfino un edificio istituzionale. I lavori prenderanno il via nel 2022 e, in un decennio, la città dovrà avere la forma di un corallo. A quel punto le Maldive saranno diventate a tutti gli effetti una città galleggiante.

Sono emersi ulteriori dettagli in merito al curioso piano. Come ha sottolineato il sito ufficiale MFC, la città prenderà vita su un incrocio di reticoli situati nella laguna di 200 ettari a una decina di minuti dalla capitale Malè e dall’aeroporto internazionale. La progettazione è affidata a due società olandesi: Dutch Docklands e Waterstudi. Quando i lavori saranno terminati, insomma, dovremmo aspettarci migliaia di case “a picco” sul mare.

Tutto, ovviamente, sarà ecosostenibile. Non sono previste bonifiche del territorio e – hanno assicurato gli specialisti – l’impatto sulle barriere coralline sarà minimo. Se per fuggire all’innalzamento degli oceani l’Indonesia ha pensato bene di trasferire la propria capitale in un’altra isola, le Maldive sono ricorse alla creazione di una città galleggiante. Due soluzioni diverse per affrontare lo stesso problema.

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