Il Mekong non è un fiume come tutti gli altri. Con i suoi quasi 5mila chilometri è il terzo più lungo dell’Asia – dopo lo Yangtze e il Fiume Giallo – e il 12esimo del mondo, lambisce o attraversa sei Paesi e sfocia nel Mar Cinese Meridionale. È inoltre una culla di biodiversità – ospita più di mille specie di pesci, alcuni rarissimi come il delfino dell’Irrawaddy – e, soprattutto, rappresenta una risorsa fondamentale per milioni di persone. Il sostentamento di contadini e agricoltori della regione dipende infatti dalle sue piene stagionali.

Le acque del Mekong fertilizzano campi, consentono la pesca e regolano l’agricoltura di comunità tradizionali. E ancora: questo fiume fa sì che Thailandia e Vietnam siano due dei principali esportatori di riso del pianeta, alimenta le energie rinnovabili del Laos e garantisce il sostentamento del settore ittico cambogiano.

Come arteria culturale, il Mekong collega città leggendarie come Xishuangbanna, in Cina, e la thailandese Chiang Rai alla laotiana Luang Prabang, per poi proseguire fino ai centri di industrializzazione di Phnom Penh in Cambogia e Can Tho in Vietnam. Ci sono tuttavia diversi fattori che mettono a rischio questo fiume, nonché gli equilibri da esso generati.

I problemi del Mekong

Da anni diversi esperti ritengono che il Mekong stia silenziosamente e lentamente morendo. Non solo a causa del cambiamento climatico che ne modifica le piene, ma anche per l’azione umana. Le decisioni prese a monte – dighe e sbarramenti – influenzano la vita di milioni di persone a valle, mentre nell’intera regione l’acqua stessa sta diventando un bene sempre più prezioso e richiesto.

La disputa per la gestione del fiume più importante del Sud Est Asiatico si è così trasformata in una vicenda meramente politica, che contrappone diversi governi e altrettanti divergenti interessi. La competizione geopolitica, appunto, ha creato molteplici quadri di cooperazione per il Mekong – dalla Commissione del fiume Mekong (Mrc) alla Lancang Mekong Cooperation (Lmc) fino alla Mekong-Us Partnership – che collettivamente contribuiscono alla complicata governance del bacino.

Il problema è che ciascun gruppo di lavoro, se così può essere definito, risulta troppo frammentato. Con il risultato che i problemi del Mekong permangono, e anzi, peggiorano. Un esempio? Secondo varie Ong, le dighe idroelettriche sostenute dalla Cina, costruite per soddisfare il crescente fabbisogno di elettricità nella regione, hanno talvolta limitato l’acqua, intensificato la siccità e contribuito a ridurre la produzione alimentare per i Paesi che accolgono il fiume sul loro territorio.

Rischi ambientali

Il controllo delle acque del Mekong a monte porta anche all’imprevedibile innalzamento e abbassamento del livello dell’acqua del fiume a valle, con interi ecosistemi e raccolti a rischio.

Nel frattempo, l’estrazione non regolamentata dell’oro in Myanmar solleva preoccupazioni circa il rischio di contaminazione da cianuro nei principali fiumi transfrontalieri vicino al confine tra Thailandia e Myanmar, tra cui il Mekong.

Unendo i vari punti elencati, arriviamo al nefasto esito contenuto in un recente report del Wwf: lo sviluppo insostenibile ha portato un quinto dei pesci del suddetto fiume quasi all’estinzione.

Per arginare l’apocalisse c’è chi suggerisce un funzionamento coordinato delle varie dighe idroelettriche presenti sul corso del Mekong, oltre che un generale sforzo congiunto tra più governi. È una corsa contro il tempo.

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