Doveva essere un progetto in grado di portare una vera e propria rivoluzione all’interno del panorama agricolo africano, ma nonostante la cifra astronomica raccolta tramite le donazioni, superiore al miliardo di dollari, il progetto Agra (Alleanza per la rivoluzione verde in Africa) è stato fino a questo momento un tragico fallimento. Nato dalla spinta propositiva della Gates Foundation e supportato dalla Rockefeller Foundation, Agra aveva l’obiettivo di ammodernare, secondo gli standard occidentali, la metodologia di semina e raccolta nel continente africano e di aumentare la ricchezza delle famiglie locali. In 15 anni, però, il reddito medio degli agricoltori ghanesi e burkinabé non è cresciuto di nemmeno 100 dollari annui pro capite, dissipando però al tempo stesso il patrimonio di oltre un miliardo di dollari.

Usato un metodo sbagliato

Le accuse principali rivolte ai fautori del progetto si focalizzano principalmente sulla presunzione di poter applicare un sistema di agricoltura rivelatosi funzionante nell’emisfero boreale a uno scenario agricolo completamente differente come quello del Sahel e della Tanzania. E in modo particolare, come messo in evidenza dalla fondazione Rosa Luxemburg (vicina al partito tedesco Die Linke), il progetto non avrebbe tenuto conto dei costi esorbitanti rispetto alle controparti locali delle sementi “sponsorizzate” da Agra.

Secondo quanto emerso anche dalle analisi della Ong “Bread for the world”, molti agricoltori africani continuano, nonostante le sovvenzioni del progetto, ad utilizzare i prodotti indigeni, poiché più redditizi e soprattutto meno costosi. Soprattutto poiché nei 15 anni di affiancamento i risultati promessi non sono mai stati nemmeno lontanamente ottenuti, accrescendo la sfiducia egli agricoltori africani nei confronti di un progetto diventato giorno dopo giorno una mera utopia.

Ma non solo. A differenza del mais, i sementi africani necessitano di dosi meno importanti di pesticidi e fertilizzanti per essere coltivati, abbattendo i costi di produzione e permettendo alle colture di non danneggiare in modo invasivo i pochi terreni coltivabili a disposizioni. In uno scenario che, in conclusione, evidenzia quanto la bontà del progetto sia andata incontro a difficoltà che si sarebbero dovute tenere in considerazione.

Progetti utopici ma pochi risultati: il paradosso dei Gates

A livello internazionale, la Gates Foundation si può considerare la più grande Ong personale in termini di investimento nei territori svantaggiati del pianeta. Tuttavia, nonostante le ingenti somme a disposizione, la capacità di attrarre donatori e il folto numero di progetti seguiti, nel corso degli anni i risultati ottenuti sono sempre stati scarsi o comunque inferiori alle attese. Impossibile, dunque, non notare come ciò sia stato nella quasi totalità dei casi dovuto al tentativo di applicare pedestremente le strategie occidentali al mondo africano, senza mai cercare invece di sviluppare metodologie alternative che fossero in simbiosi con le logiche e le possibilità locali.

Rimanendo sul tema dell’Agra, però, l’errore è appunto da ricercarsi nel tentativo di “riprodurre” un metodo che ha dato i suoi frutti nei Paesi industrializzati senza cercare, al contrario, di migliorare e ammodernare le tecniche agricole locali, risultate a loro modo vincenti in relazione alle poche disponibilità. Evidenziando ancora una volta come, per fare beneficienza, non sia sufficiente una capacità di fuoco in termini di disponibilità economiche quasi illimitata se, al tempo stesso, i progetti non vengono contestualizzati negli scenari locali.