Amatrice, dieci anni dal sisma: quando la politica fallisce, la rigenerazione parte dal basso

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Arrivando in macchina ad Amatrice la prima cosa che salta all’occhio è la Torre Civica, monumento del XIII secolo, divenuto simbolo della resistenza del borgo. L’orologio della torre è fermo alle 3:36, orario in cui il 24 agosto 2016 è stata registrata la prima forte scossa di quella che l’INGV ha definito: sequenza sismica Amatrice-Norcia-Visso del 2016-2017.

Laddove sorgeva il paese medioevale, a dieci anni dal terremoto, ci si trova d’innanzi ad un cantiere a cielo aperto.

La ricostruzione nei territori sinistrati si estende ben oltre i confini del borgo (solo Comune di Amatrice copre un territorio circa 174 km²) e presenta diverse problematicità.

Uno dei principali paradossi risiede nel fatto che, a fronte di una fetta considerevole di residenti che continuano a vivere nelle cosiddette SAE (Soluzioni Abitative Iniziali di Emergenza), molte “seconde case” di famiglie dotate di capitali relazionali, simbolici, fisici ed economici sono già terminate.

La radice del problema” spiega Davide Olori, docente di sociologia dei disastri e politiche territoriali all’Università di Bologna e membro del collettivo Emidio di Treviri (collettivo d’inchiesta nato in seno al Centro Studi Ecologie del post terremoto), “è stato aver lasciato alla spontaneità individuale e alla bontà del mercato la capacità di livellare le disuguaglianze, cosa che invece dovrebbe spettare al soggetto pubblico e al soggetto pianificatore”.

I fondi per la ricostruzione fisica e il rilancio economico delle aree sinistrate – provenienti da una combinazione di risorse pubbliche europee, statali e regionali, affiancate da donazioni private – sono stati appaltati al Programma Straordinario di Ricostruzione (PSR). Redatto e promosso dal Comune di Amatrice, in stretta collaborazione con l’USR Lazio (Ufficio Speciale per la Ricostruzione della Regione Lazio) – di concerto al controllo del Commissario Straordinario di Governo per la Ricostruzione Sisma 2016 – il PSR nasce come strumento urbanistico per pianificare la rinascita dei centri storici devastati dal sisma, con un compito chiaro: dettare la linea pubblica, stabilire un’agenda prioritaria e superare le spinte individuali per garantire un processo equo.

Nella realtà dei fatti, la totale assenza di un percorso partecipato con i cittadini e la scarsa capacità dell’amministrazione locale nell’imporre un calendario ai lavori hanno spalancato le porte a una gestione caotica e affaristica.

La dinamica che si è configurata è stata la seguente: una manciata di imprese edili e studi tecnici ha monopolizzato migliaia di cantieri, accumulando posizioni di rendita, senza alcun interesse a velocizzare gli interventi, il che ha portato all’innalzamento dei costi del Prezzario Unico del Cratere (l’insieme dei listini ufficiali dei costi per i lavori di edilizia e ingegneria da applicare nei Comuni rientranti nel cosiddetto “cratere sismico”). A ciò, si è aggiunta la facoltà esclusiva per i proprietari più facoltosi di coprire le spese necessarie al completamento o ammodernamento degli immobili – nonostante lo Stato garantisse una copertura finanziaria pari al 100% dei contributi per la ricostruzione degli immobili (“com’erano, dov’erano”). Per cui, chi ha potuto pagare di tasca propria questi extra-costi, ha sbloccato immediatamente i cantieri delle proprie abitazioni. Al contrario, i residenti storici meno abbienti – impossibilitati a sostenere le pretese economiche dei costruttori – sono rimasti incastrati in un’attesa indefinita nelle strutture provvisorie, invecchiando e impoverendosi all’interno di un processo di ricostruzione infinito.

Questa la dinamica che ha creato una profonda sperequazione sociale a favore dei proprietari delle seconde case e dei ceti più abbienti.

L’assenza di un vero processo partecipato da parte della comunità ha impedito, inoltre, di attuare soluzioni urbanistiche trasformative come la “deperimetrazione”, con cui “attraverso un confronto guidato da esperti e facilitatori, si sarebbe potuto ridisegnare il tessuto urbano ex novo, allargando le strade, creando piazzette d’emergenza e adeguando il vecchio patrimonio abitativo alle norme sismiche ed energetiche” sottolinea Olori. Si è preferito invece tutelare lo status quo di chi, non essendo residente, non si interessava di tali interventi.

“Lo stato di fatto del territorio è una ricostruzione a macchia di leopardo, la condizione è molto arretrata, le opere pubbliche sono ancora più indietro di quelle private, e dunque molto del costruito non è abitato, scoraggiando sicuramente le capacità di agency delle persone. Il territorio è un territorio puntellato di abbandono ricostruito, abbandono non ricostruito e vuoti. È vero che era scritto dentro una parabola discendente, nel senso che già prima del terremoto era piegato da dinamiche di spopolamento, impoverimento e invecchiamento, ma è vero pure che questa ignizione di fondi pubblici sarebbe potuta, forse, essere l’occasione per invertire la rotta dell’Appennino centrale – da cui costruire un vero e proprio laboratorio per riabitare diversamente una zona rurale del paese – visto che il problema dell’abitare delle zone rurali si pone a tutte le latitudini del nostro Paese. Quello di Amatrice è il più grosso cantiere d’Europa ad opera delle casse dello Stato, dunque sì, diciamo il più grosso rammarico è che si sarebbe potuto pensare a un’inversione di tendenza, ma non c’è stata, anzi talvolta si riscontrano caratteristiche aggravate”, continua.

In questo scenario desolante, di iniziative ammirevoli ce ne sono state, come quella promossa da Terremosse x SESAM, collettivo inscritto in EASA ITALIA – European Architecture Students Assembly.

Nato da due anni di ricerca sul campo, la popolazione è stata ascoltata dai giovani architetti dell’associazione ed i bisogni, espressi da diverse parti della società civile, si sono tradotti in dieci cantieri di autocostruzione, affiancati da talk, musica, performance e camminate.

Grazie al network di EASA, architetti e artisti da tutta Europa hanno risposto all’open call aperta da Terremosse X SESAM, al fine di realizzare progetti in diversi siti. Dal 2 al 12 luglio, i progetti che hanno vinto sono stati realizzati, sotto il tutoraggio di chi li ha proposti, grazie al lavoro di giovani architetti che hanno assurto al ruolo di operai, negli spazi che la comunità di Amatrice sentiva dimenticati dalla politica e dalle aziende edili.

Il PSR prevede la ricostruzione del centro storico e la realizzazione di grandi opere pubbliche, tra cui il nuovo Ospedale Grifoni, oltre ad abitazioni e spazi di aggregazione commerciale; mentre i luoghi d’aggregazione senza scopo di lucro, come piazze o spazi in cui si svolgono manifestazioni culturali, rimangono secondari nel piano ed è su questi che l’associazione si è focalizzata.

L’approccio all’urbanistica neoliberista non funziona attraverso processi partecipati, non ascolta la voce della comunità che molto spesso è fioca e le cui istanze sono frammentate e sfocate. Chi vive in luoghi terremotati, spesso, non riesce neanche ad immaginare soluzioni che rispondono a bisogni inevitabilmente silenziati da un trauma simile.

Ciò che è stato realizzato, attraverso fondi raccolti tramite bandi e fundraising, è la ricostruzione di spazi in cui le persone potranno tornare ad incontrarsi, per immaginare un futuro.

Tali iniziative e la narrazione da esse veicolate rimangono marginali rispetto alle speculazioni che sovente, nella storia italiana, avvengono nei luoghi terremotati, ma meritano di essere attenzionate.