Vuoi diventare giornalista d'inchiesta?
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Tra i giornalisti d’inchiesta più promettenti nel panorama italiano degli ultimi anni, non può non essere annoverato Alessandro Politi. Milanese, classe 1988, Politi può vantare una carriera di tutto rispetto, costellata di importanti scoop e molti illustri riconoscimenti. Già collaboratore di Oggi e de ilFattoQuotidiano.it, il suo comincia a essere un volto noto con l’ingresso a Le Iene, dove nel 2018 debutta con un’inchiesta sul mondo degli steroidi. Particolarmente abile nell’infiltrazione e nelle tecniche di registrazione e videoregistrazione occulta, Politi s’inoltra sin da subito nel torbido, affrontando di petto casi di cronaca nera come la morte del calciatore Denis Bergamini, l’incendio della ThyssenKrupp, la strage nazista di Fucecchio (sarà proprio lui a individuare e intervistare in Germania l’ultimo nazista protagonista dell’eccidio ancora in vita). Dal 2021 approda a Rai Uno presso il programma Storie Italiane, condotto da Eleonora Daniele. Qui, Alessandro Politi realizza servizi e collegamenti in diretta principalmente su casi di cronaca nera. Ospite il 12 novembre per il corso di giornalismo d’inchiesta della Newsroom Academy di InsideOver, gli abbiamo fatto qualche domanda.

Quando hai deciso – e perché – di fare il giornalista?

Sono figlio di giornalisti e ho scritto il mio primo articolo a 15 anni. Mi verrebbe da dire che non potevo non diventare un giornalista. La passione, però, è esplosa intorno ai 22 anni quando stavo per conseguire la laurea magistrale in giurisprudenza ed ho cominciato ad avvicinarmi al giornalismo d’inchiesta. È stato amore a prima a vista.

Cos’è, dal tuo punto di vista, il giornalismo d’inchiesta? In cosa differisce dagli altri tipi di giornalismo?

Mi sono occupato anche di Moda, di viaggi e Life-style ma niente di tutto questo mi ha mai entusiasmato come il giornalismo investigativo, che, dal mio punto di vista è “il” giornalismo. Si differenzia dalle altre tipologie perché ti permette “di fare la differenza”, ovvero di poter contribuire a migliorare la società in cui viviamo o quanto meno a sensibilizzare il pubblico su questioni rilevanti.

Qual è il confine sottile che distingue il giornalismo dal gossip? Ci sono limiti che nel giornalismo sarebbe meglio non varcare?

Difficile definire il gossip come giornalismo. Io mi considero un purista della professione e, per quanto mi riguarda, al netto del fatto che si dovrebbero rispettare le carte deontologiche sempre e comunque – anche se è un principio spesso disatteso da molti – se la popolazione a cui si propinano contenuti sempre più trash e beceri si sta analfabetizzando, sicuramente la colpa è anche di chi fa il nostro mestiere.

Da giornalista investigativo, prima per le Iene e ora per la Rai, ti sei occupato di molti argomenti complessi e, perché no, pericolosi: ci racconti qualche aneddoto? Hai mai avuto paura?

Chi dice che non ha paura a occuparsi di casi di mafia, pedofilia, omicidi irrisolti o comunque di cronaca nera, mente o non ha mai fatto davvero questo lavoro. Mi è capitato tante volte di lavorare sotto copertura. Probabilmente la volta in cui mi sono più spaventato è stato quando in Turchia mi sono infiltrato all’interno delle fabbriche del falso, aziende che spesso lavorano per le organizzazioni criminali. L’ho fatto per documentare la produzione e il traffico di abiti e prodotti griffati contraffatti, dato che ormai il grosso della produzione del fake Made in Italy ha delocalizzato ad Istanbul per aggirare i tanti controlli fatti in Italia dalle forze dell’ordine. Ricordo che, dopo aver convinto un losco personaggio a permettermi di raggiungere la loro azienda, abbiamo fatto circa 2 ore di taxi arrivando in un sorta di paesino sperduto nel nulla. Sembrava di essere a Beirut, in una zona che aveva subito bombardamenti. Attorno a me e al mio collega soltanto macerie e deserto. Internet non prendeva più bene, ma sono riuscito ad inviare a mio padre una foto del trafficante e la posizione in cui ci trovavamo che la diceva lunga sulla pericolosità della situazione e sul mio stato d’animo: “Papà, se tra due ore non mi senti più manda qualcuno, ti voglio bene”.

O anche quando sono andato in Egitto, pochi mesi dopo la morte di Giulio Regeni, sempre sotto copertura, a documentare il traffico di steroidi anabolizzanti tra quel Paese e l’Italia. Ovviamente sempre utilizzando false identità e camere nascoste. Ricordo che sono dovuto rientrare 3 giorni prima perché le mie numerose domande avevano destato l’attenzione di “qualcuno” e ho ancora ben presente cosa ho provato mentre passavo in fretta e furia davanti al carcere diretto all’aeroporto: guardando fuori dal finestrino del taxi ho avuto un brivido di terrore, pensando che sarei potuto finire lì dentro se mi avessero scoperto a riprendere di nascosto i loro traffici illeciti.

Qual è il servizio di cui vai maggiormente fiero?

Devo essere sincero? Tutti. Io amo profondamente ogni mia singola inchiesta. In ogni mio lavoro metto anima e corpo, per me non è semplice “lavoro”, ma è la mia vita. Ne sono letteralmente affascinato, quasi ossessionato. Se proprio dovessi sceglierne uno tra tutti, probabilmente opterei per il mio lungo lavoro d’inchiesta relativo al caso Thyssenkrupp, dove abbiamo fatto emergere dettagli ed elementi inediti che hanno scosso l’Italia e la Germania. Ho lavorato mesi e mesi a quell’inchiesta e i risultati sono stati clamorosi.

Parlaci degli strumenti indispensabili per un giornalista d’inchiesta…

Passione, sangue freddo e coraggio. Tanto coraggio. Bisogna essere lucidi, preparati a tutto e soprattutto tenere sempre bene a mente che non si deve mai sposare una tesi e convincersi che sia per forza quella giusta, altrimenti si corre il rischio di perdere per strada pezzi fondamentali e dettagli che forse avrebbero permesso di giungere prima e senza fare errori alla verità vera. È poi fondamentale documentarsi con grande scrupolosità e attenzione ai dettagli. Dal punto di vista tecnico invece ovviamente sono fondamentali le micro, cioè i ferri del mestiere. Sicuramente due telefoni cellulari e due Sim e delle telecamere nascoste o almeno registratori facilmente occultabili di alta qualità. Io ho un kit di telecamere nascoste fatto su misura (ve li mostrerò durante la nostra lezione).

L’inchiesta del passato che avresti voluto firmare? Perché?

Mi sarebbe piaciuto indagare sin dall’inizio sulla morte di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. In effetti poi l’ho fatto, scoprendo i retroscena legati al mancato utilizzo di un dispositivo che forse avrebbe potuto salvare la vita ad entrambi, ma che misteriosamente non gli venne mai installato: il bomb jammer. Non sono un tecnico,ma per bomb jammer s’intende un’apparecchiatura di sicurezza, già in uso da decenni, volta a disturbare le frequenze radio e in grado di bloccare, ad esempio, l’azione dei telecomandi a distanza per gli esplosivi.

Perché hai accettato di partecipare al corso della Academy?

Perché tra i doveri/piaceri di un giornalista c’è anche quello di trasmettere la propria passione e le proprie esperienze e non solo quello di raccontare fatti. Vi svelerò quindi anche alcuni “trucchi del mestiere”, dettagli inediti relativamente alle mie inchieste undercover e qualche curiosità su come utilizzare al meglio le telecamere nascoste.

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