diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY
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Tra i vari corsi proposti da The Newsroom Academy, quello di Daniele Bellocchio è rivolto a chi vuole intraprendere la professione del giornalista o del reporter e a chi ha il desiderio di ampliare le proprie conoscenze in questo ambito. Grazie al contributo di illustri professionisti, i partecipanti avranno modo di interfacciarsi con una pluralità di linguaggi e con le loro peculiarità tecniche coniugando aspetti teorici, pratici e creativi. Nato a Lodi nel 1989, è giornalista pubblicista e dal 2012 si occupa in modo costante di Africa. Ha raccontato le principali crisi e guerre del continente africano e ha realizzato reportage anche in Centro-America, Balcani, Caucaso ed Oriente. I lavori, pubblicati dalle più importanti testate italiane e straniere, sono stati vincitori di svariati premi giornalistici e nel 2016 la medaglia di stato per meriti giornalistici in Nagorno Karabakh, con la motivazione «onestà nel raccontare la guerra nella regione caucasica del Nagorno Karabakh».

Come nasce la tua collaborazione con InsideOver?

Ho iniziato a collaborare con InsideOver più o meno quando l’idea è nata. All’epoca il progetto si chiamava Gli occhi della guerra. Io ero già un giornalista freelance e lavoravo con Marco Gualazzini. Insieme abbiamo visto la nascita di InsideOver, promossa da dei nomi del giornalismo che per me sono delle icone imprescindibili come, ad esempio, Fausto Biloslavo, Gian Micalessin e Pozzo*. Interessato all’idea, con un fare molto timido avevo provato a mandare, insieme a Gualazzini, una email di presentazione a Gli occhi della guerra con lo scopo di organizzare magari un incontro. Siamo rimasti particolarmente stupiti perché la redazione ci ha subito accolto e, molto tranquillamente, ci ha invitati per un colloquio. Ci siamo presentati, abbiamo mostrato il nostro portfolio e abbiamo proposto delle idee. All’epoca era stata organizzata una serie di reportage sui cristiani perseguitati in alcune zone dell’Africa e noi in quell’occasione avevamo proposto un lavoro che era un po’ l’inverso di questo trend: un reportage sui musulmani perseguitati nella Repubblica Centroafricana dove era in corso un durissimo conflitto. Con enorme stupore, questo reportage ci è stato approvato pur essendo un’idea che andava contro corrente e da lì è nato tutto. Ricordo che rimasi particolarmente colpito dall’enorme attenzione che questa giovane redazione riservava ai giornalisti freelance. Ci hanno infatti detto di partire e ci hanno supportati completamente. Così è iniziato il nostro rapporto di collaborazione, che dura ormai dal 2014.

In che modo si svolgerà il corso di giornalismo e reportage e quali sono, secondo te, i suoi punti di forza?

Partiamo dai punti di forza. È un corso che io definisco avveniristico, come lo è la tradizione di InsideOver che, per certi versi, è una scommessa in un sogno. In un mondo in cui ci si lamenta della mancanza di spazi per i giornalisti freelance, mancanza di giornalisti sul campo e in un mondo in cui si parla di crisi dell’editoria questa redazione davvero futuristica decide invece d’investire su quella che è l’identità e il DNA puro del mestiere del giornalista: andare sul campo. Sul solco del lavoro inaugurato da InsideOver, The Newsroom Academy offre qualcosa di unico: non è solo un corso accademico e didattico, ma è un corso anche tecnico e pratico. Non ci si limita soltanto a raccontare cosa è il giornalismo e come si dovrebbe fare, ma vuole fornire gli strumenti per poterlo fare. Quindi il suo punto di forza è proprio questo: si impara a fare giornalismo, si apprendono tutte le peculiarità di questo mestiere, si acquisisce una serie di linguaggi e, allo stesso tempo, si viene accompagnati praticamente nella realizzazione di un reportage che, se selezionato, verrà pubblicato sul sito di InsideOver e de ilGiornale.it. È davvero un’occasione unica. Dove è possibile trovare una proposta così audace e una redazione che voglia investire sui giovani per farli diventare dei professionisti?

Nello specifico, il mio corso si svolgerà cercando d’insegnare cosa è il giornalismo oggi e come deve essere fatto un reportage. Si partirà dalle differenze che sussistono tra le diverse forme di linguaggio: scrittura, video e podcast. Tutto ciò verrà realizzato con l’aiuto di professionisti del settore come Fausto Biloslavo, storico reporter italiano, Marco Maisano, volto noto delle Iene e oggi autore e protagonista del programma Piacere Maisano, Floriana Bulfon, pluripremiata giornalista d’inchiesta e autrice del libro “Casamonica. La storia segreta” e Giampaolo Musumeci, giornalista specializzato negli esteri e oggi autore dei programmi di Radio 24 “Nessun luogo è lontano” e “Io sono il cattivo”. Grazie a queste figure, si inviteranno i partecipanti a utilizzare diversi linguaggi, a prenderne pieno controllo e a padroneggiare nuovi mezzi di comunicazione. Li si guiderà verso la realizzazione di un reportage partendo dalle basi: che cosa è una storia, come la si trova e come la si realizza. Sarà un corso approfondito, lungo e si cercherà di non limitarsi a fare del semplice nozionismo. L’obiettivo è fare in modo che chi si iscrive alla fine del corso possa dire “posso essere un giornalista”.

Hai fatto riferimento ai professionisti che parteciperanno con te al corso. Perché sono stati scelti proprio loro?

Sono stati scelti perché sono professionisti di altissimo livello che riescono a raccontare il mondo del giornalismo in modo molto eterogeneo. Vengono da settori diversi per linguaggi, vissuti e specializzazioni. Come accennavo prima, abbiamo uno dei maestri nell’ambito dei reportage di guerra, Fausto Biloslavo, che ha vissuto le diverse fasi dell’evoluzione dei linguaggi nel mondo del giornalismo e che quindi sarà capace di raccontare ai partecipanti come questo mestiere è cambiato e come si fa il reporter sul campo. Marco Maisano ha invece vissuto diverse esperienze a livello televisivo ed è poi riuscito a creare il suo format. Il suo linguaggio funziona ed è accattivante anche per quella fascia di pubblico che è attratto da un giornalismo che potremmo definire un po’ più social, girato in presa diretta. Floriana Bulfon è una delle più grandi giornaliste d’inchiesta italiane e nessuno meglio di lei può insegnare come si conduce un’inchiesta e come avvicinarsi alle realtà di sofferenza e disagio presenti nel nostro Paese. Infine, Gianpaolo Musumeci ha dedicato una vita agli esteri, fino ad arrivare a scrivere e produrre un programma radiofonico tutto incentrato sulla politica internazionale. Io credo che con un parterre di docenti di questo tipo ci sia solo tanto da imparare.

I linguaggi e le modalità di narrare una storia all’interno del mondo del giornalismo sono in costante evoluzione. Quali sono gli strumenti fondamentali da acquisire per poter fare oggi il mestiere del giornalista?

Io credo che esistano degli strumenti imprescindibili per chiunque voglia fare il giornalista: una profonda curiosità ed una passione che sia più forte di ogni scoramento. Questo è infatti un mestiere che porta a dover affrontare situazioni di forte dispiacere e frustrazione nel momento in cui, ad esempio, si vede andare in frantumi un viaggio per un visto negato. Capita a tutti, a me è capitato molte volte. In questi momenti è necessaria una grande pervicacia che possa aiutare a superare le delusioni. Allo stesso tempo, bisogna rimanere umili per potersi interrogare sul mondo in modo genuino e disinteressato. Disinteressato nel senso di non pensare mai di aver ragione in assoluto e senza voler raccontare la storia degli altri partendo unicamente dal proprio punto di vista. Bisogna invece “acculturarsi” con il fine di imparare a conoscere e raccontare le storie degli altri. Queste, secondo me, sono delle componenti uniche che bisogna avere e che magari si potranno coltivare proprio durante questo workshop attraverso letture, riflessioni e confronti.

Per quanto riguarda l’aspetto più meccanico: il giornalismo si è evoluto moltissimo. Ha vissuto una profonda trasformazione. Non possiamo arrenderci al cambiamento del tempo, sarebbe una contraddizione. Piuttosto, dobbiamo imparare a maneggiare il presente. E dunque come si fa giornalismo oggi? Il giornalismo oggi ha tanto ampliato i suoi linguaggi quanto ha ridotto all’osso gli strumenti per poter raccontare il mondo. Talvolta basta un buon telefono per poter fare video, fotografie e registrazioni. Ciò che davvero fa la differenza è il valore della storia, come la si racconta e il proprio sguardo nel raccontarla. Durante il corso si parlerà dunque anche degli aspetti più tecnici, di come si realizza un video, di come muoversi agilmente senza dover sovraccaricarsi di attrezzature e, soprattutto, come si fa a portare a casa un prodotto professionale, spendibile e che sia accattivante anche per il lettore, portandolo proprio là dove è stato il giornalista.

Nel corso della tua carriera ti sei occupato prevalentemente, anche se non solo, di Africa. Da dove nasce il tuo attaccamento per questa terra?

Non so dirti se sia stato io ad andare verso l’Africa o se l’Africa sia venuta a me. Ero giovanissimo. Mi sono trovato a viaggiare nel continente africano a 22 anni con Marco Gualazzini, che ho avuto modo d’incontrare tramite conoscenze comuni. Io volevo iniziare a fare il giornalista e a occuparmi di esteri. Ero alla ricerca di un fotografo e ho trovato lui che aveva già portato a termine diversi lavori. Ci si è presentata un’occasione unica: quella di andare nel 2012 a Mogadiscio. È stata una grande scommessa su noi stessi poiché all’epoca Mogadiscio era un posto inaccessibile e pericoloso. Ci siamo incontrati e abbiamo deciso di affrontare insieme questa avventura che ci ha aperto mille universi e che ci ha portato innumerevoli riconoscimenti a livello professionale. Dopo quello che è stato il nostro battesimo in terra africana abbiamo deciso di concentrarci per molto tempo sull’Africa, un continente in evoluzione, difficile, pregno di contraddizioni e difficoltà. Un continente per certi aspetti feroce, ma anche ricco di umanità dove sicuramente ci sono le componenti per imparare a fare bene questo mestiere.