Farsi largo tra le etichette e le definizioni della politica è sempre più caotico e complesso. Il caso del populismo è probabilmente quello più emblematico. Negli ultimi anni ne avrete sicuramente sentito parlare in maniera spesso confusionaria. Dunque, per capire di cosa stiamo parlando e avere contezza di come questo fenomeno influisce sul dibattito politico odierno, vi invitiamo a seguire il corso “Populismo, sovranismo e crisi della democrazia: capire i fenomeni della politica contemporanea” realizzato da Marco Tarchi per InsideOver.
Il populismo, fenomeno complesso e controverso che intreccia politica, società e cultura, è uno dei temi affrontato dal corso di Tarchi.
Il populismo ai raggi X
“Osteggiata dalla quasi totalità dei mezzi d’informazione “che contano”, demonizzata da un’identica percentuale delle classi politiche di governo e di opposizione, invisa fin oltre i limiti dell’astio dal ceto intellettuale, sgradita alle gerarchie ecclesiastiche, paventata come una minaccia dagli attori di primo piano della scena economica sia padronale che sindacale, combattuta con ogni mezzo dai principali players dei mercati finanziari, l’ascesa dei movimenti e partiti populisti, in Europa e altrove, è stata vista di buon occhio da due sole categorie di persone: da un lato gli appartenenti a quei ceti sociali che si considerano danneggiati dagli effetti della globalizzazione e/o diffidano della capacità e dell’onestà dei politici di professione che non hanno saputo o voluto impedirli, dall’altro coloro che soffrono della sempre più rigida restrizione alla libertà di pensiero imposta a chi non sottoscrive ai principi del “politicamente corretto”.
Se il primo di questi agglomerati ha espresso le convinzioni attraverso la scelta di voto che ha premiato le formazioni dichiaratamente avverse all’establishment, il secondo ha offerto all’ondata populista il pur limitato sostegno di prese di posizioni pubbliche ogni volta che ciò gli era consentito: molto raramente in tv e in radio, qualche volta in più su giornali e riviste, abbastanza spesso attraverso messaggi depositati in quell’affollatissimo oceano che è il mondo del web. Dove è apparso chiaro che, “da destra” come e più che “a sinistra”, gli ambienti del radicalismo erano in prima linea nel compiacersi, a seconda dei casi, del successo di Trump o della Brexit, dei risultati elettorali di Marine Le Pen o di Mélenchon, della Lega o di Podemos, della Fpö o del M5S, o delle prese di posizione ostili a talune politiche dell’Unione europea di Orbán o dell’intero gruppo di Visegrád.
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Se infatti si pensa che sia ancora possibile far breccia nella mentalità collettiva che caratterizza la nostra epoca, e che nella sua versione attuale (modellata con cura da decenni dagli operatori culturali promotori dello “spirito del tempo” progressista e consumista) fa da sostegno all’azione delle classi politiche liberali e socialdemocratiche, è certamente sull’insieme pur eterogeneo dei movimenti populisti che occorre puntare. Non certo su gruppuscoli marginali di qualsiasi colore, imbevuti di nostalgie, utopie e velleitarismo, la cui immagine truculenta e a tratti grottesca, molto spesso accompagnata da corrispondenti modalità di manifestazione, è funzionale alla sopravvivenza del sistema che essi dichiarano – e probabilmente pensano sinceramente – di voler combattere.
Tuttavia, se questa simpatia per un certo numero di prese di posizione dei movimenti populisti è comprensibile e quasi automatica per chi contrasta le derive economiciste, edoniste, cosmopolite e individualiste del tempo attuale, lasciarsene trasportare passivamente, sottoscrivendo ognuna delle mosse di questi soggetti potrebbe indurre a pesanti equivoci e scatenare, a termine, forti delusioni (e l’ulteriore depressione di un ambiente che ne è già affetto da molti anni). Per indurre a una più ponderata valutazione della situazione, e a comportamenti conseguenti – primo fra tutti un uso equilibrato di commenti nei canali comunicativi – è quindi opportuno mettere in fila un certo numero di rilievi critici.
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I movimenti populisti hanno individuato alcuni dei versanti di conflitto più rilevanti della nostra epoca – la difesa delle identità collettive contro la loro diluizione in funzione degli interessi di un capitalismo cosmopolita, la riscossa dei ceti popolari contro le oligarchie che da lungo tempo li dominano, la tutela delle specificità culturali contro l’ideologia dell’omologazione, il richiamo ad un ordine naturale olistico contro il relativismo dei diritti esclusivamente individuali. Tuttavia non sono stati capaci produrre nessuna visione d’insieme che colleghi fra loro ognuno di questi fronti, in una prospettiva capace di comprenderli simultaneamente tutti.
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Il caso-limite è quello della politica estera. Pur non essendo dei nazionalisti vecchio stile e non avendo alcun appetito di conquista, i populisti si preoccupano esclusivamente di quel che può accadere al proprio popolo all’interno delle frontiere che circoscrivono la sua collocazione territoriale e, ovviamente, alle possibili minacce che dall’esterno a quel popolo possono provenire.
Degli scenari geopolitici cruciali hanno scarsa cognizione e delle crisi che li coinvolgono fanno poco conto. Perciò, quando sono costretti a doversene occupare procedono in modo casuale e/o miope, guardando a ipotetiche convenienze del momento: se pensano che possa servire ad apparire ancor più anti-arabi (e quindi nemici dell’immigrazione dai paesi islamici) sponsorizzano Israele, ma possono anche schierarsi dal lato dei palestinesi; possono simpatizzare per Putin ma, se Trump ringhia, diventano anti-russi e si rimangiano l’ostilità all’embargo; prima se la prendevano con l’egemonia statunitense ma adesso adorano il grande fratello della Casa Bianca; fustigano i regimi autoritari ma i propositi filogolpisti di Bolsonaro li incantano. E, soprattutto, quando si parla di Europa, spesso non sanno andare oltre le deprecazioni della commissione di Bruxelles, senza pensare a fare del continente un grande spazio da ricollocare al centro dello scenario multipolare.
Per tutti questi motivi, fare del populismo un oggetto di culto sarebbe un imperdonabile errore. Occorre capirne e studiarne le mosse e, ove possibile, cercare di influenzarle ed orientarle. Non astenersi dalla critica, ma indirizzarla nella giusta direzione”.
Estratto dell’editoriale presente sul numero 346 di Diorama Lettarario. Per abbonarsi alla rivista (10 numeri in un anno) versare 35 euro sul conto corrente postale 14898506 intestato a Diorama Letterario, Codice Postale 1292, 50121 Firenze oppure effettuare un bonifico sul ccb IBAN IT72Y0760102800000014898506 intestato a Marco Tarchi. Inviare quindi una mail a mt*******@***il.com per comunicare l’indirizzo al quale si vorrà ricevere la rivista.

