Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Nella quarta lezione del corso di giornalismo di reportage promosso da The Newsroom Academy ci sarà un ospite d’eccezione. Stiamo parlando di Giampaolo Musumeci, giornalista di esteri e oggi autore e conduttore dei programmi di Radio24 “Nessun luogo è lontano” e “Io sono il cattivo”, con il quale verranno approfonditi i vari aspetti inerenti alla raccolta delle notizie e alla stesura della storia. Musumeci, attraverso la sua esperienza di reporter, docente e redattore, sarà in grado di rispondere e dare informazioni esaustive e articolate su tutti gli aspetti della realizzazione di un reportage, dalla fase di ricerca sul campo a quella di editing in redazione. Lo abbiamo intervistato per inquadrare meglio i temi che svilupperà durante il suo corso.

Cosa vuol dire essere reporter oggi?

Secondo me i punti fondamentali da analizzare per definire la figura del reporter sono due. Da un lato l’uso di nuovi linguaggi (Instagram, Twitter e via dicendo) ci sta portando verso un giornalismo molto sintetico, molto d’effetto. Allo stesso tempo il giornalista diventa quasi un protagonista che ambisce a farsi vedere, a far vedere al pubblico che va nei posti. Benissimo. Ma se questo non viene accompagnato da esperienza, solidità, studio e tecnica giornalistica, tutto ciò rischia di fornire un’informazione vuota, con una fruibilità svilita dai contenuti. Va bene, insomma, assecondare queste tendenze per raggiungere un pubblico giovane, ma bisogna ricordare che il mestiere del giornalista ha delle regole. Il mezzo non può fagocitare il contenuto. Ecco, infine, l’altro aspetto sul quale intendo soffermarmi: i media tradizionali sono lentissimi e molto spesso gerontocratici. In più non si rendono conto che sta cambiando tutto e non hanno le competenze per stare al passo con i tempi.

Assieme alla figura del reporter è cambiato anche il modo di fare reportage? Che cambiamenti hai visto?

Ho girato i miei primi video con le cassette. Era il 2011 e mi trovavo in Libia. In quel periodo c’è stato un momento preciso che mi ha fatto capire che nel mondo del giornalismo era cambiato tutto. All’epoca ero nei pressi di Bengasi, stavo girando con le mie cassettine e la mia Sony. A un certo punto ci sono degli scontri. Mentre inizio il mio lavoro di reporter, sopraggiunge un van. Scende dal mezzo una troupe di Al Jaazera: tre telecamere e una parabola. Iniziano una diretta. Ho guardato i miei strumenti e mi sono chiesto: “Che cosa ci sto a fare io? Adesso butto via tutto?”. Secondo me il 2011 è stato un anno di svolta. Sono avvenute guerre in luoghi molto accessibili (Tunisia, Egitto, Libia). Tanti giornalisti sono partiti all’avventura, molti non erano preparati. Giornali e tv hanno iniziato ad acquisire materiale anche da colleghi non ipersolidi. Questo ha cambiato anche le regole del mercato. Ho sentito di colleghi e amici che, pur di apparire su media prestigiosi, hanno dato pezzi quasi gratis. Nel 2011 c’è stato, insomma, uno doppio svilimento, sia del mezzo che del mercato.

Perché sei stato attratto dalla professione giornalistica?

A 10 anni ero impegnato nella realizzazione del giornalino della mia classe: era già evidente ciò che volessi fare. Per spiegare la molla che mi ha spinto verso la professione giornalistica, racconto un episodio della mia carriera. Ho fatto un anno in Adnkronos, lontano dai riflettori e dalla prima linea. Facevo i lanci di agenzia, firmavo con l’iniziale del mio nome e del mio cognome. Eppure ero contentissimo perché mi trovavo dove succedevano le cose. Se oggi tu proponessi un’esperienza del genere a uno di questi giovani reporter d’assalto – che vogliono sempre apparire ed essere protagonisti della storia – riceveresti quasi sicuramente un netto rifiuto. A me, invece, interessa questo: stare dove succede un avvenimento e capirlo, per poi raccontarlo. Adesso faccio un programma, ma è successo 20 anni dopo che ho intrapreso un certo percorso. In sostanza, sono stato guidato da questa domanda: “Come posso essere utile per raccontare certi fatti?”. Ho cercato di seguire e studiare certe tematiche per cercare di fare quelle poche cose al meglio. Perché sapevo che lì potevo dare un valore aggiunto su certi temi. La vera molla, secondo me, deve essere questa.

Quali sono i reportage ai quali sei più legato?

Il mese passato in Libia nel 2011 è stato interessante e formativo. Avevo creato un collettivo. Eravamo in tre: un fotografo, penna pura, io facevo video e radio. Quel mese lì abbiamo confezionato tantissime storie vendendole a molti clienti diversi. Cito poi il Congo: è il paese a cui sono più legato per vari motivi. È di cuna complessità incredibile ma viene raccontato molto male. Infine il lavoro in cui ho avuto più budget e tempo (paradosso) è stato un documentario fatto a Hebron in Cisgiordania, dove il committente non era una testata giornalistica ma la Croce Rossa. I giornali hanno sempre meno tempo e soldi, e paradossalmente i soggetti del terzo settore sono quelli che hanno tempo, voglia, soldi ed energie per raccontare e far raccontare storie di lungo respiro.

Perché partecipare all’Academy?

Lo dirò anche nel corso. Quello del giornalista è il lavoro più bello del mondo, però chi sceglie di intraprendere una strada del genere dovrà scontrarsi per tutta la vita contro tutto e tutti. Per i motivi che dicevo prima, per la difficoltà del lavoro, e perché non si stacca mai la spina. Uno degli studenti del corso, tra cinque-dieci anni, magari si chiederà: “Chi me l’ha fatto fare?”. È però importante sottolineare altri aspetti: siamo freelance, possiamo decidere le storie da raccontare e anche permetterci di essere ondivaghi. Nel mio caso, questo mi ha permesso di campare. Anche perché ho avuto un percorso strano: ho iniziato a scrivere sul Resto del Carlino, poi ho scritto di musica quindi ho fatto il pubblicitario e in seguito l’autore tv. Ho scoperto che sapevo “girare” e allora mi son buttato sugli esteri. Questo percorso, apparentemente caotico, mi ha dato numerose competenze diverse che adesso riesco a spendere.

Qual è il crocevia del mondo di domani?
È lì che vogliamo portarvi