Attilio Alessandri, noto anche come “il cobra” o “il monaco”, ha lavorato per 40 anni nella squadra mobile di Roma, sezione antirapina. Durante il suo periodo di attività ha conosciuto una vasta gamma di personaggi della scena criminale romana e internazionale ed è uno dei poliziotti più decorati d’Italia. Tra i suoi successi può vantare di non avere mai ucciso nessuno e di non avere mai perso nessun membro della sua squadra. Il suo primo intervento in pubblico l’ha concesso ai partecipanti del Corso di giornalismo d’inchiesta della Newsroom Academy, che hanno potuto intervistare l’ex-poliziotto, presentatosi in redazione indossando il mephisto, perché ancora minacciato da coloro a cui il suo operato ha messo un bastone fra le ruote.

I corsisti della Newsroom Academy sono stati suddivisi in sette gruppi, ognuno dei quali sta sviluppando un’inchiesta: “Feste private” composta da Sofia Fossati, Edoardo Mario Francese e Guglielmo Calvi; “Svaniti nel nulla” di cui fanno parte Martha Conterno, Claudio Monzio Compagnoni e Giulia Narisano, quest’ultima tra i vincitori del Corso di giornalismo di reportage della Newsroom Academy; “Disservizio Capitale” a cui lavorano Domenico Ricci, Mirko D’Antuono e Nicola Piccenna; “Furbetti del reddito” con Micaela Montaldo, Angelo Melchionna e Alessandro Di Luzio; “Malagiustizia” con Antonio Del Furbo, Flavio Ciccione e Alessandro Conterno; “Predatori Online”, con Giulio Vescovi, Manuele Avilloni e Isabel Demetz, anche quest’ultimi due appartenenti ai vincitori del Corso di giornalismo di reportage; e “La sfida alla globalizzazione dell’industria radiotelevisiva italiana” di Davide Zappa.

Ogni gruppo ha avuto la possibilità di porre una domanda ad Alessandri, facendosi raccontare com’era la vita di un poliziotto durante alcuni degli anni più difficili della storia criminale italiana.

Predatori Online – Partendo dalle origini della Banda: qual è secondo lei il rapinatore di maggiore spessore con cui ha avuto a che fare?

Urbani Gianfranco, detto “er pantera”. Avevano tutti dei nomi in codice all’interno dell’organizzazione, di cui lui era uno dei collaboratori storici, non propriamente integrati al suo interno. Era una persona organizzata, che si faceva rispettare. A parte la cattiveria che aveva dentro, era un soggetto alto 1,95, quindi anche di grande presenza “fisica”. Tra “guardia e ladro” si era instaurata una forma di reciproco rispetto. In quegli anni eravamo in guerra, per vincere dovevamo adottare gli stessi loro metodi. La regola era cattiveria per cattiveria, quando affronti una banda determinata e ben armata devi anche tu essere determinato e ben armato.

Furbetti del reddito – Quanto è venuto alla luce durante l’operazione Colosseo è da considerarsi un modus operandi strettamente romano o più vasto?
Molto più vasto anche perché in quegli anni la banda della Magliana non agiva solo in quanto banda, era anche mafia, camorra, NAR.

Malagiustizia – Durante l’operazione quanto conta la soffiata e come la si gestisce?

Se c’è una soffiata questa va verificata, c’è di mezzo la vita dei poliziotti. Se tutte le verifiche portano a quello che ha detto la fonte, allora ben venga. Se però la fonte ha saputo quella determinata cosa ed era presente solo lui e chi gliel’ha detto cerchiamo di non operare per non bruciarlo. Bisogna sempre salvaguardare la vita di una persona che ci da una mano. È meglio evitare l’operazione se per portarla a termine metto una persona nei guai. Quando invece la soffiata riguarda una cosa di cui sono a conoscenza in molti, la situazione ovviamente cambia.

Disservizio capitale – Da poliziotto ma anche da cittadino, come ha vissuto il periodo in cui la banda della Magliana era nel pieno della sua attività?

Bisogna tenere conto che in quegli anni c’era anche il terrorismo, non solo la banda. Erano attive le Brigate Rosse, i NAR. La consapevolezza del cittadino del clima di allora arrivava solo fino ad un certo punto, non essendo dentro al problema. Di giorno, quando uscivo da poliziotto, sapevo che rischiavo di non rientrare a casa, come qualunque poliziotto in fondo, perché il poliziotto è diverso dal cittadino comune: quando quest’ultimo scappa, noi andiamo verso il pericolo. 

Svaniti nel nulla – Il vostro lavoro è cambiato dopo l’Operazione Colosseo?

In realtà no, una volta smantellata la banda, le varie batterie si sono riformate e hanno ripreso il sopravvento nelle rispettive zone. È venuta meno un’organizzazione che teneva il controllo dell’intera città, ma le singole zone non hanno subito un vuoto di potere.

Feste private – Come mai ha deciso di scrivere un libro [che verrà pubblicato prossimamente dalla casa editrice Chiarelettere] basato sulla sua esperienza personale?

Da un lato perché racconta le cose che sono accadute allora, ma soprattutto perché al suo interno cerco di spiegare cosa significa vivere il lavoro di poliziotto e di squadra in un certo modo. Spero che lo leggano soprattutto i poliziotti giovani e che ne traggano delle utili lezioni.

La sfida alla globalizzazione dell’industria radiotelevisiva italiana – Ci racconta di un arresto particolarmente interessante?
L’arresto di Massimo Carminati, o “il Cecato”. È stato nel 1999, dopo il furto al caveau della banca interna al palazzo di Giustizia di Roma. È capitato quasi per caso, in procura a Roma erano venuti i pm di Perugia per indagare sul furto, e l’allora capo della polizia ha chiamato me e un collega dandoci il compito di trovare Carminati e portarlo da lui. Io e il mio collega siamo dunque usciti e ci siamo diretti verso il ristorante del fratello di Carminati; una volta arrivati, abbiamo incrociato proprio il fratello che andava via dal ristorante in macchina, l’abbiamo pedinato e poco dopo l’abbiamo visto fermarsi in una piazza di Roma. Poco dopo, è arrivato anche Carminati a bordo della sua macchina. Quando l’abbiamo arrestato ha reagito da signore, come sempre.