diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY

Come si scrive un reportage? Come è cambiato il ruolo del reporter nel mondo di oggi? Quali sono le nuove sfide per l’intera professione? Queste sono soltanto alcune delle domande alle quali il corso di giornalismo di reportage di The Newsroom Academy proverà a dare risposta. Tra gli ospiti che prenderanno parte al corso coordinato da Daniele Bellocchio troviamo Fausto Biloslavo. Storico reporter italiano, firma de IlGiornale, grazie all’esperienza maturata durante la sua straordinaria carriera Biloslavo sarà in grado di fornire un quadro dettagliato e di farsi testimone di come si è sviluppato il reportage con il passare degli anni. Lo abbiamo intervistato per capire qualcosa in più

Cosa vuol dire essere reporter nell’era in cui internet ha fagocitato i media tradizionali?

Essere reporter significa andare sul terreno – in prima linea nel mio caso, per chi vuol fare il giornalista di guerra – e raccontare cosa avviene là dove i accadono i fatti. Perché non ci sarà mai nessun Facebook, Twitter o Internet che potrà eliminare un giornalista di esperienza che si trova in mezzo alla storia. Vale il vecchio motto: un buon cronista si vede dalla suola delle scarpe. Poi, sia chiaro: le storie, i racconti, i video, tutto questo può certamente passare dai social e non solo attraverso i media tradizionali. In ogni caso, un conto è raccontare gli eventi da qualche ufficio, un altro è farlo direttamente dal posto in cui essi avvengono.

Come si è trasformato il reportage? È cambiato modo di lavorare?

Si è trasformato tantissimo da quando ho iniziato. All’epoca i telefonini non esistevano e il fax era un miraggio. Trasmettevamo via telex. Adesso è diventato tutto molto più veloce, e talvolta non è un bene. In un certo senso, oggi siamo tornati ad esser multimediali. Ma quando ho mosso i primi passi, essere multimediali significava usare la cinepresa Super 8 con caricatori di pellicola da 3 minuti e mezzo e la macchina reflex con rullino, che per intenderci ti permetteva di vedere soltanto da casa quali foto avevi scattato. Insomma, c’è stata una rivoluzione tecnologica enorme. Prendiamo, ad esempio, i telefonini, che al giorno d’oggi riprendono perfettamente in hd e addirittura anche in 4k, oppure le macchine digitali, molto più dettagliate e precise di quelle di ieri. Oggi, come dicevo, bisogna essere multimediali. È necessario scrivere il pezzo, ma anche realizzare un videoservizio, fare foto, rilanciare il tutto con i social e, se possibile, trasmettere in presa diretta. Tutti dovranno adattarsi a questi cambiamenti perché questo è il futuro.

Lei come si è avvicinato alla professione di reporter e perché ha scelto di fare proprio il reporter di guerra?

Quando ero al liceo sfogliavo Corto Maltese, un bellissimo fumetto di Ugo Pratt. Dicevo che volevo essere come Corto Maltese. Volevo inseguire le avventure, raccontare le guerre, magari anche sbarcare il lunario. Sono riuscito a realizzare questi tre obiettivi, primo tra tutti quello di girare il mondo.

Ha raccontato molte storie. Ce ne sono alcune alle quali è più legato?

Senza ombra di dubbio tutta la parentesi relativa all’Afghanistan. Mia moglie dice che è la mia seconda patria. Ho iniziato a visitarlo nel 1983, durante l’invasione sovietica, ci sono tornato molteplici volte, anche recentemente con l’avvento del secondo emirato talebano. Ricordo, poi, quando ho incontrato il leggendario comandante Massoud nella valle del Panjshir dopo 400 chilometri a cavallo, sempre durante l’invasione sovietica. Ricordo poi il “rosso sangue” dell’Africa, dove ho raccontato il terrificante genocidio in Ruanda. In quei casi bisogna farsi amico l’orrore e spero di non vedere mai più una cosa simile. Ricordo, poi, molte interviste, come l’ultima fatta a Gheddafi alla vigilia del bombardamento della Nato. Fuori dalla tenda in cui lo stavo intervistando si sparava e c’era già la rivolta.

A proposito delle situazioni che ha affrontato, ha mai rischiato la vita?

Sono stato catturato in Afghanistan e ho fatto 7 mesi di galera a Kabul al tempo dei sovietici. Poi hanno cercato, quando sono tornato, di uccidermi. Ci sono andati vicino: mi hanno investito con un camion militare. Avevo sette fratture, ho perso la metà del sangue ma sono stato salvato da un chirurgo americano della croce rossa internazionale. In generale, le volte che ho rischiato la vita sono state tante. Nel 1982 in Libano un soldato voleva fucilarmi, in Kosovo mi arrivavano addosso i traccianti dei proiettili mentre a Kabul ho evitato un colpo di mortaio. Ci sono tanti episodi in cui ho visto la morte in faccia. Per questo continuo a dire che la cosa più importante non è il pezzo ma portare a casa la pelle.

Perché oggi è importante riesumare la figura del reporter sul campo?

Qualcuno deve andare in mezzo a ciò che accade per poterlo raccontare. Uno non può farlo per sentito dire o stando dietro la scrivania. Soprattutto per quanto riguarda i conflitti, è importante che ci siano degli occhi, che sono poi gli occhi della guerra, cioè siamo noi che la viviamo e raccontiamo in prima persona andando sul posto dove i fatti accadono.

Perché partecipare all’Academy di Inside Over?

Perché c’è scarsissimo interesse nel formare i nuovi reporter, e questa Academy è unica nel suo genere. Esistono tanti corsi, ma spesso tenuti da professori universitari che non sono pratici del mestiere se non a livello teorico. Ma in Italia, in generale e a differenza degli altri Paesi, c’è poco interesse a coltivare i giovani. L’Academy, al contrario, dice loro: “Se avete la passione del giornalismo, noi possiamo darvi consigli pratici su come farlo”. Questa iniziativa che guarda ai giovani, e che cerca di metterli sulla strada giusta, ritengo sia fondamentale. Ogni media dovrebbe fare qualcosa di simile e curare le nuove generazioni di giornalisti. Purtroppo non è così.