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L’Italia rappresenta senza dubbio un caso particolare, se messo al confronto quanto meno con i Paesi dell’Unione europea, ma probabilmente sarebbe in grado di giocarsela anche in un campionato mondiale, se ne esistesse uno dedicato ai misteri irrisolti. Senza andare a scavare troppo nel passato, pensiamo a stragi come quella di Portella della Ginestra, alle bombe di Piazza Fontana e della stazione di Bologna; pensiamo a omicidi come quello del giornalista Mino Pecorelli o del carabiniere Antonio Varisco; a disastri come quello di Ustica o a casi di cronaca nera come quello del Mostro di Firenze. Possiamo dirlo senza timore di smentita: l’Italia il mistero ce l’ha nel sangue. Esiste un lato oscuro insito nel nostro tessuto sociale, politico, nel nostro essere parte di una nazione che spesso, troppo spesso, ha difficoltà a fare i conti con se stessa. Ma se volessimo trovare l’archetipo di tutti i cold case nostrani, il crocevia che ha segnato un prima e un dopo nella nostra storia repubblicana, questo è certamente il caso Moro.

La vicenda che ha visto tragico protagonista lo statista democristiano Aldo Moro, dall’eccidio della sua scorta in via Mario Fani, a Roma, la mattina del 16 marzo 1978, fino al ritrovamento del suo corpo senza vita nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani, sempre Roma, il 9 maggio dello stesso anno, dopo 55 giorni di rapimento, non ha un epigono se non forse l’omicidio di John Fitzgerald Kennedy negli Usa. Nella vicenda Moro ci sono tutti gli ingredienti della spy story: terrorismo italiano e internazionale, killer misteriosi, servizi segreti più o meno deviati, consulenti ministeriali tra luci e ombre, massoneria, Vaticano, infiltrati, criminalità organizzata e chi più ne ha, più ne metta.


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Insomma, la vicenda di quello che probabilmente sarebbe diventato il presidente della Repubblica e si è invece trasformato in un martire attira su di sé da quasi 45 anni la curiosità di chi non si accontenta della verità ufficiale, che vuole attribuire la responsabilità di tutto alle Brigate rosse (per loro stessa ammissione, peraltro). Tanti i giornalisti che hanno cercato di addentrarsi in un terreno ancora oggi scivoloso. Alcuni sono irrimediabilmente inciampati e si sono persi in uno dei tanti rivoli che non portano a nulla, girando su se stessi, vittime di una particolare sindrome che può colpire solamente il giornalista che ossessivamente si metta in testa di trovare una verità univoca e granitica; altri sono riusciti a tenersi in equilibrio, avendo compreso che in questa vicenda – come nella vita in generale – non esiste il bianco o il nero. Le sfumature sono infinite.

Tra quei giornalisti che non sono rimasti inghiottiti nel labirinto degli specchi del caso Moro c’è Marcello Altamura, napoletano, che da anni dedica il suo scrupoloso lavoro d’inchiesta alla ricerca non tanto di una verità definitiva, ma di quei pezzi del puzzle che possono consentire di osservare, a distanza di tanto tempo, un quadro finalmente sensato. Autore di due importanti libri d’inchiesta – La borsa di Moro e Il professore dei misteri – e al lavoro su un terzo libro che promette di far discutere, Altamura ha sempre avuto una particolare propensione per i misteri d’Italia: “La mia è forse l’ultima generazione che si sia occupata attivamente di politica, che abbia letto i giornali con continuità. E dico questo non per dare addosso ai giovani ma per sottolineare che erano tempi diversi. L’interesse per il lato oscuro della Repubblica nasce proprio dal desiderio di comprendere la realtà che mi circondava, spiegarmi l’evoluzione di quella società in cui mi apprestavo a calarmi. Dopo tanti anni posso dire che non c’è futuro se non si conosce il passato”.

Negli anni, Altamura ha affinato la sua tecnica giornalistica, distinguendosi non solo per il rigore con cui tratta gli argomenti cui si approccia, ma anche per l’intuito che lo porta a esplorare terreni particolarmente impervi. Gli abbiamo chiesto di spiegarci il suo metodo: “Anzitutto, bisogna studiare le carte, cioè gli atti giudiziari. Questo è un lavoro essenziale ma assai complesso. Prendiamo il caso Moro: non bisogna limitarsi a scandagliare gli atti dei relativi processi (e parliamo di milioni di pagine, trattandosi di ben cinque procedimenti) ma esaminare anche altri atti di procedimenti collegati. Ci sono poi gli atti delle commissioni d’inchiesta, che per quanto riguarda il caso Moro sono tre, due dedicate più la commissione Stragi. Inoltre è fondamentale consultare la stampa dell’epoca attraverso le collezioni dei quotidiani e dei settimanali, che all’epoca disponevano di buonissime fonti informative nelle forze dell’ordine e nella magistratura. Poi c’è il lavoro diretto con le interviste, con le fonti e con i testimoni, diretti e indiretti, che sono l’asse portante di una buona inchiesta”.

Tornando al caso Moro, ci siamo chiesti per quale motivo ancora oggi eserciti un fascino (certamente oscuro) su tante persone. Altamura ci ha dato il suo punto di vista: “È una vicenda chiave per capire anche il presente del nostro Paese. Un caso complesso, che a distanza di quasi 45 anni ha ancora troppi angoli oscuri, una vicenda che si presta a più piani di lettura, tutti logici ma nessuno, sinora, risolutivo. Da giornalista d’inchiesta, questo ha esercitato un fascino irresistibile su di me ma non mi sarei ‘specializzato’ in questa branca se non avessi scoperto, andando avanti in tanti anni di ricerca, gli innumerevoli ‘buchi’ nelle indagini giudiziarie, le molteplici contraddizioni nei processi, le centinaia di testimonianze preziosissime ignorate. In sintesi, posso dire che il caso Moro per me è una perenne sfida, una ‘palestra’ lavorativa costante”.

Restando sul tema, abbiamo chiesto ad Altamura di raccontarci un aneddoto particolarmente significativo occorsogli durante il suo lavoro d’inchiesta: “Tra i miei contatti nelle forze dell’ordine che all’epoca si erano occupate del caso, conobbi un poliziotto della scientifica che aveva partecipato ai rilievi fotografici in via Fani dopo la strage del 16 marzo 1978. Mi raccontò che conviveva da troppi anni con un peso e, dopo aver acquisito la sua fiducia, mi raccontò che, dopo la strage, durante i rilievi, non aveva fotografato una borsa appoggiata sul sedile accanto a quello dove sedeva il presidente Moro nella sua Fiat 130, e che un giovane capitano dei carabinieri, in seguito, l’aveva portata via. Di quella borsa, che scoprii essere la più importante delle cinque che lo statista aveva con sé quella mattina, quella da cui non si separava mai e che conteneva documenti importanti, non se n’era saputo più nulla. Quella testimonianza, oltre ad essere uno scoop giornalistico che alcuni anni dopo la pubblicazione del mio primo libro su via Fani, La borsa di Moro, persino il Tg1 riprese, mi colpì profondamente da un punto di vista umano”.


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Ma non solo la borsa scomparsa. Marcello Altamura ha concentrato i suoi sforzi di ricerca in particolare su un personaggio decisamente misterioso, ufficialmente mai coinvolto nel caso Moro: Giovanni Senzani. Il libro Il professore dei misteri è infatti un unicum nel panorama dei lavori d’inchiesta sul caso Moro. Un lavoro che ha innescato una serie di conseguenze: “La soddisfazione più grande che ho avuto dal mio lavoro – ci racconta Altamura – è stata quando, nel marzo del 2021 la procura di Roma, che sta indagando ancora sull’omicidio Moro, prelevò, insieme ad altri Dna di ex brigatisti, anche quello del professor Giovanni Senzani, ex leader delle Br, cui nel 2019 ho dedicato l’unico libro attualmente esistente. La scelta della procura di Roma ha confermato la validità del mio lavoro, definito da Miguel Gotor, storico tra i maggiori esperti del caso Moro, ‘la prova definitiva della partecipazione di Giovanni Senzani’ alla vicenda dello statista. Un riconoscimento ancor più significativo se si considera che, da un punto di vista giudiziario, il professor Senzani è stato dichiarato estraneo dal punto di vista giudiziario al caso Moro”.

La domanda a questo punto viene spontanea: arriveremo mai a capire davvero cosa sia accaduto nel corso di quei 55 giorni che hanno segnato irrimediabilmente la storia d’Italia? “È una risposta difficile, forse impossibile, da dare. Di sicuro gli anni che passano non aiutano: i testimoni diretti muoiono o invecchiano, gli inquirenti che si sono avvicendati spesso sono digiuni di conoscenze. Un assurdo gioco dell’oca dove si riparte troppe volte dal via. Per fortuna, però, c’è il giornalismo d’inchiesta, che supporta il lavoro della magistratura. E che può contribuire ad accendere una luce sui troppi angoli ancora oscuri”.

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