diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY

Il secondo corso proposto da The Newsroom Academy ruota attorno al reportage, inteso come particolare linguaggio giornalistico volto a coprire un avvenimento, un luogo o un certo argomento del mondo. La caratteristica principale del reportage è quella di non limitarsi a fornire una o più fredde notizie flash. Al contrario, il suo obiettivo consiste nel descrivere l’ambiente all’interno del quale si svilupperà una data storia, il contesto e, più in generale, i retroterra storico-culturali ad esso connessi.

Il corso di giornalismo di reportage sarà coordinato da Daniele Bellocchio, a sua volta accompagnato da diversi ospiti. I partecipanti potranno così interfacciarsi con illustri professionisti e unire la parte teorica a quella pratico-ricreativa. Ed è proprio quest’ultima l’eccezionalità della Academy: offrire alla platea iscritta la possibilità di realizzare reportage nella maniera più professionale possibile, dall’ideazione del lavoro alla presentazione dello stesso agli editori. Alla fine del corso, infatti, il lavoro migliore, sviluppato durante le lezioni verrà pubblicato sul InsideOver e ilGiornale.it, consentendo al profilo selezionato di intraprendere una collaborazione sul campo.

Per capire meglio come è strutturato il corso, e non solo quello, abbiamo chiamato in causa Daniele Bellocchio. Nato a Lodi nel 1989, è giornalista pubblicista e dal 2012 si occupa in modo costante di Africa. Ha raccontato le principali crisi e guerre del continente africano e ha realizzato reportage anche in Centro-America, Balcani, Caucaso ed Oriente. I lavori, pubblicati dalle più importanti testate italiane e straniere, sono stati vincitori di svariati premi giornalistici.

Cosa vuol dire essere reporter oggi?

Dal momento che viviamo in un’epoca in cui le notizie hanno vita brevissima e noi possiamo essere presenti in ogni dove, in ogni momento, essere dei reporter ha acquisito un valore aggiunto. In altre parole, significa essere testimoni della storia, degli storici della contemporaneità. E, in un’epoca così inflazionata da news e foto usa e getta, essere reporter significa anche andare in profondità per poi riaffiorare in superficie fornendo, in maniera approfondita, la nostra storia o un avvenimento storico.

Come ha iniziato a fare il reporter?

Sono nato e cresciuto leggendo libri di Tiziano Terzani, Oriana Fallaci e altri autori simili. Il giornalismo mi ha attratto come la luce attrae le falene. Ho iniziato a proporre storie dal Sud America a 18 anni per alcuni giornali locali. Sono stato in Brasile, poi in Bolivia. In quel momento Morales stava cambiando la costituzione: c’era fermento e ricordo ancora gli scontri nelle strade. Lascio immaginare cosa volesse dire per me quel momento. In seguito sono rientrato a Lodi e ho iniziato a lavorare come cronista. Ho poi fatto esperienze in Cisgiordania e Israele. Ho quindi incontrato Marco Gualazzini e abbiamo iniziato a realizzare reportage in Africa. Il primo in Somalia nel 2012. Da quel momento in poi è iniziata la nostra collaborazione tandem. Nel 2014 ho iniziato a lavorare a Gli Occhi della Guerra. Insieme a Marco, siamo saliti a bordo del progetto proponendo di approfondire un Paese in cui a essere perseguitati erano i musulmani: la Repubblica Centroafricana. Con il passare del tempo ho cambiato linguaggio comunicativo, passando da articoli per stampa e web a video. La collaborazione continua ancora oggi con InsideOver.

Rispetto agli inizi, cosa è cambiato nella realizzazione di un reportage?

Il mondo si è interconnesso e si è velocizzato tantissimo. C’è stato un cambio nella ricezione delle notizie. C’è un pubblico che pretende un’informazione più rapida, o forse semplicemente non è più abituato a un tipo di informazione più approfondita che invece non dovrebbe sparire mai. Una realtà come InsideOver è unica perché preserva che l’informazione e fa in modo che questa non si svaluti in nome di un mercato che esige sempre più notizie flash, senza approfondimento. Ci sono formule, come quelle ideate da Gli Occhi della Guerra e InsideOver, che hanno dimostrato come si possa continuare ad andare avanti a raccontare storie approfondite. Dire che gli esteri non interessano è solo una foglia di fico, perché in realtà gli esteri interessano tantissimo. Bisogna solo raccontarli nel modo giusto.

Quali consigli daresti a chi si appresta a realizzare un primo reportage?

In termini generali, al di là del contesto, la prima cosa è andare là dove si vuole andare per interesse e passione. Non possiamo leggere una guida turistica e dopo pretendere di fare un reportage. Prima di realizzarlo bisogna studiare per mesi e mesi il posto che vogliamo raccontare, e questo lo ripeterò anche durante il corso. Andare in un luogo senza conoscenza dettagliata di quel luogo è una cosa che un reporter non può permettersi. Il reporter deve essere disposto a passare nottate a studiare e fare ricerca. In secondo luogo serve una curiosità senza pregiudizio; è importante studiare ma non bisogna mai pensare di possedere la verità infusa. Quando arriviamo in un posto bisogna essere disposti a mettere in discussione tutto ciò del quale eravamo convinti. Terzo consiglio: quando ci confronteremo con qualcuno che ci racconterà la sua storia, soprattutto in zone di guerra, quella persona ci sta facendo un dono enorme. Quindi bisogna cercare di raccontare nella maniera più empatica e coinvolta la sua storia così da trasmettere ai lettori le stesse emozioni.

Quali sono i tre reportage della sua carriera ai quali sei più legato?

Sicuramente il mio primo reportage, nel 2012, in Somalia. Quello è stato il mio “battesimo di fuoco” come reporter, il primo pubblicato su un magazine ad ampia foliazione. All’epoca ricordo che Mogadiscio era blindata, e che da anni la stampa internazionale faticava ad avervi accesso. Un altro lavoro che ricordo con piacere è quello realizzato in Ciad con Marco Gualazzini. È una storia pazzesca, attraverso la desertificazione del lago Ciad ci siamo collegati a jihadismo e abbiamo incontrato figure iconiche del presente: i terroristi islamici. L’ultimo è quello in Karabakh, durante la guerra. In quei giorni vivevo in una città assediata notte e giorno, ed è stato molto impattante.

Perché consiglieresti di iscriverti alla Academy?

Perché è unica. Lo vedo come un progetto avveniristico. Esistono altri corsi, ma in quale realtà c’è davvero un obiettivo così specifico come quello di formare i reporter, non solo dal punto di vista teorico? Vieni da noi perché metti in pratica le tue doti e il tuo talento per fare il giornalista. Non esistono esperienze simili, perché qui torniamo a fare il vero giornalismo, che è di fatto un lavoro da artigiani. Dieci anni fa nessuno offriva occasioni del genere. Chi vuol fare il reporter non sa che grande fortuna ha davanti a sé nell’avere una redazione che apre le porte e dice “se vali stacchiamo un biglietto per te e ti mandiamo sul campo per mostrare il tuo valore”.