Possono fuorviare le indagini. Condannare innocenti e assolvere colpevoli. Rovinare vite e contribuire a clamorosi errori giudiziari. Ma, a volte, i media sono decisivi per dare voce alle “tante storie che aspettano” e per dissotterrare le “tante verità che devono ancora essere trovate”. Ne abbiamo parlato con Claudio Brachino, già direttore di Videonews Mediaset e Sport Mediaset, attualmente direttore de Il Settimanale, editorialista de Il Giornale, tra i super ospiti della masterclass in videogiornalismo investigativo di The Newsroom Academy.

In che modo il giornalista d’inchiesta può aiutare ad arrivare alla verità senza invadere il campo di chi indaga?

Un’inchiesta giornalistica seria va per la sua strada e basta. Risponde ai suoi stessi codici di verità e di onestà. Poi, certo, anche i tradizionali codici deontologici rimangono presenti, anche se certe volte, per certi temi, si può andare in un territorio delicato. Si può, insomma, spingere purché il mezzo, come si dice, non prenda il sopravvento sul fine. Il rapporto con le autorità va mantenuto soprattutto nel caso in cui la rivelazione, anche parziale, di alcune notizie, possa compromettere delle indagini o il successo di un’intera operazione, come ad esempio la cattura di un importante boss mafioso.

Mi fai qualche esempio in cui i media hanno contribuito a svolte importanti nelle indagini?

Il giornalismo d’inchiesta italiano raramente ha risolto dei casi importanti. Sono tantissimi i grandi misteri della storia repubblicana rimasti irrisolti: Ustica, Moro, Pasolini, Borsellino, solo per dirne alcuni. Spesso, poi, le verità giornalistiche non corrispondono a quelle giudiziarie, molte volte insoddisfacenti. Eppure, sono proprio i magistrati a riaprire i casi, nella storia di Emanuela Orlandi addirittura il Vaticano. Certo, battere il tasto su un storia, non farla dimenticare dai media e dall’opinione pubblica, continuare a scavare, crea le condizioni per arrivare alle cosiddette verità nascoste. Un caso clamoroso in cui le verità nascoste sono finite in un libro, specificamente di Nuzzi, è stato quello dell’epistolario di Ratzinger (che forse si è dimesso anche per questo). Però, più che un’inchiesta contro il potere, è stato uno scoop, una password rivelata da un complotto interno, senza togliere alcun merito ovviamente all’autore.

Accendere i riflettori serve per mantenere alta l’attenzione, ma ha i suoi rischi.

Accendere i riflettori, anche per i motivi già enunciati, è sempre un merito. È il sale della democrazia, è il sale del giornalismo in una democrazia. La comunicazione, anche il suo eccesso, è sempre la vittoria illuministica della luce sul buio, sul mistero, sull’occulto in senso tecnico. Il rischio della spettacolarizzazione certo esiste, vouyerismo, processi paralleli, morbosità, narrazioni incontrollate. Un marasma da cui si esce sempre seguendo le elementari, ma essenziali, regole del buon giornalismo.

Claudio Brachino

Claudio Brachino è tra i super ospiti della masterclass di videogiornalismo di inchiesta di Alessandro Politi. Scopri la masterclass

L’interesse del pubblico per certe storie, però, precede o comunque alimenta la spettacolarizzazione dei media. Perché, e come, un caso diventa mediatico?

Come nei romanzi d’appendice dell’Ottocento un caso diventa mediatico per la natura del tema, per la tipologia dei personaggi e per la capacità narrativa di cogliere l’orizzonte d’attesa sociologico dell’opinione pubblica, anche se la realtà offre intrighi superiori a qualsiasi mente. Poi, oggi i media sono tanti e si rincorrono ampliandosi a vicenda, dalla tv ai giornali, ai social. Ma non è vero che fuori dai media c’è il nulla. Ci sono tante storie che aspettano, tante verità che devono ancora essere trovate.