diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY

Il mondo cambia in continuazione, a una velocità impressionante e senza alcun preavviso. È impossibile tornare indietro, e dunque non si può far altro che adattarsi alle novità che si susseguono con il passare del tempo. Il cambiamento è irreversibile e coinvolge ogni aspetto della nostra quotidianità, compreso l’ambito lavorativo e compreso, ovviamente, il settore del giornalismo.

Al giorno d’oggi, un reporter non può limitarsi ad avere un’ottima padronanza della scrittura. Deve anche dimostrare di essere flessibile e poliedrico, nonché in grado di saper usare i nuovi strumenti e linguaggi digitali. In ogni caso, nonostante le trasformazioni fatte e finite – e quelle ancora in corso – è importante saper coniugare l’aspetto teorico a quello pratico per farsi trovare pronti a ogni evenienza.

Nel corso di giornalismo di reportage promosso da The News Academy verrà affrontato anche questo argomento. Tra gli ospiti che dialogheranno con i partecipanti troviamo Marco Maisano, ex collaboratore di InsideOver e oggi autore e protagonista del programma Piacere Maisano, su Tv8 Promotore di uno stile narrativo televisivo basato sul racconto in prima persona, grazie al suo contributo, durante la seconda lezione, verranno approfonditi i vari aspetti del videogiornalismo nelle sue diverse sfaccettature. Lo abbiamo intervistato proprio per approfondire gli aspetti che affronterà durante la sua lezione.

Come si è trasformato oggi il reportage?

Le tecnologie e un certo tipo di storytelling ci stannoo portando a guardare dei film più che dei reportage giornalistici. I servizi che vediamo in tv, per modalità visiva e modalità di racconto, si avvicinano a qualcosa di più costruito. Il che non significa che ciò che vediamo sia finto, sia chiaro. Il punto – faccio un esempio – è che vengono spesso messe in risalto particolari espressioni nei volti dei protagonisti o frasi a effetto, solo perché tutto ciò rende più attraente il reportage. Tornando alla domanda, da un lato ritengo che realizzare reportage sia più facile, nel senso che gli strumenti sono più piccoli e maneggevoli rispetto al passato. Dall’altro credo sia più difficile “tenere la barra dritta”, soprattutto nel voler raccontare le cose come sono senza per forza doverle rendere belle, confezionate e vendibili. Che poi è un po’ quello che il mercato mi sembra stia chiedendo sempre di più.

Parlando della tua carriera professionale, come ti sei approcciato al mondo del giornalismo?

Mi sono laureato in giurisprudenza, ma ho preso questa laurea quasi per sfida personale perché non volevo fare né l’avvocato né intraprendere la carriera di giurista. Durante gli anni di studio sono stato all’estero molto tempo per studiare arabo, in Libano, Giordania e Marocco. Ho sempre voluto fare il giornalista, o meglio, quello che voleva raccontare il mondo. Mi è sempre interessato vedere le cose e raccontarle, il che fa di te evidentemente un giornalista. Finita l’università, una volta laureato, ho deciso di partire in un altro dei miei viaggi, questa volta con una telecamera al seguito. Sono andato in Iraq, nel Kurdistan iracheno, nel periodo dell’Isis e dei Peshmerga. Qui ho fatto un piccolo documentario, un reportage che è stato notato dai media italiani. Da quel momento è iniziata la mia piccola e modesta carriera in tv. Ho cominciato con Le Iene, e con il Giornale, poi Gli Occhi della Guerra, quello che ora è InsideOver. In seguito sono tornato in Iraq e ho fatto tappa nel Kurdistan, in Siria e in altri Paesi, dove ho realizzato dei servizi per Gli Occhi della Guerra. Dopo di che ho continuato questo percorso in tv. Sono passato a Nemo, programma in prima serata su Rai Due, e da qui a Sky, dove mi trovo attualmente.

Quali sono i lavori a cui tieni di più?

Sicuramente tutto il lavoro fatto in Iraq con Gli Occhi della Guerra nel 2015, oltre a quello sul cambiamento climatico realizzato su Sky.

Con il passare degli anni il mestiere del giornalista si è evoluto. Dal tuo punto di vista come si è trasformato il modo di fare reportage?

Le modalità di diffusione di immagini, video e contenuti che hanno a che fare con l’informazione, oggi, sono molteplici. Questi mezzi possono mettere a rischio la professione del giornalista, nel senso che il pubblico rischia di perdere la qualità dell’informazione. Perché se oggi mi trovo al centro di un evento pubblico, e faccio una storia su Instagram, e sono seguito da x migliaia di persone, quella cosa diventerà tendenzialmente vera perché l’ho pubblicata e sono seguito da molti. Ecco: tutto questo mette a rischio il racconto della realtà. Il giornalista non ha in mano la realtà e ha pur sempre “degli occhiali” che gli permettono di vedere o non vedere determinate cose. Il giornalista, inoltre, ha sempre la sua idea e, come tutte le persone, può commettere degli errori. Ebbene, nonostante questo, la notizia che il giornalista “tira fuori” rispetterà dei canoni che potranno permettere al pubblico di pensare che quella storia lì sia più vera del post pubblicato da un anonimo utente. Il problema è che il pubblico si è convinto che l’informazione sia anche quella presente sui social, e che l’informazione stessa non debba essere pagata, come se fosse una cosa scontata e gratuita.

Perché consiglieresti di iscriversi all’Academy?

Partecipare all’Academy è molto utile. L’approccio non è quello dell'”io ti dico come si fa”, ma dell'”Adesso ti dico come ho fatto io”. Penso che questo sia quello che oggi un ragazzo giovane avrebbe bisogno di sentirsi dire. Non esiste un manuale, ma ci sono molte cose che se fatte nel modo giusto possono generare una possibilità di successo maggiore. Farò proprio questo nel corso: offrirò strumenti pratici per imparare a fare il lavoro di reporter, ma allo stesso tempo metterò sul tavolo la mia esperienza vissuta al servizio dei partecipanti.