“Trump ha ragione“. L’elogio dell’annuncio del presidente di tagliare gli aiuti a Israele al termine di questo anno da parte Abdoul El-Sayed è qualcosa di clamoroso, soprattutto per l’alone simbolico che si ascrive alla sua vittoria, che ha reso possibile l’ascesa al Senato di un musulmano, la prima volta nella storia degli Stati Uniti.

Con questo elogio al-Sayed, il volto iconico dell’onda blu che si è abbattuta sull’America, ha rotto quella sorta di tabù che per decenni ha impedito ai democratici progressisti di avere un approccio pragmatico nei confronti del mondo Maga di cui Trump è simbolo (pur se residuale e a fasi alterne).
Un tabù che ha fatto la fortuna dell’uni-partito che accomuna i neoconservatori del partito repubblicano e i liberal interventisti del partito democratico, divisi su tanto ma tenacemente uniti nella prospettiva di perseguire la via delle guerre infinite.
Prospettiva che rigettano sia i democratici progressisti che i Maga, ma le barriere ideologiche hanno finora impedito convergenze sul tema (rare le eccezioni che confermano la regola). L’endorsement di El-Sayed è un segnale forte e incoraggiante in tal senso.
Peraltro, il Washington Post riferisce di come all’interno del partito democratico si stia dibattendo sul da farsi. La vittoria schiacciante gli conferisce il potere di nominare i presidenti delle Commissioni, da cui la possibilità di indagare sulla corruttela che ha dilagato sotto Trump, con i suoi familiari già nel mirino (ma c’è da tener presente la grazia presidenziale…).

Allo stesso tempo, però, diversi esponenti sono favorevoli alla ricerca di compromessi per eludere eventuali veti presidenziali. Una disposizione che trova l’imperatore aperto. Come aggiunge il Wp, Trump ultimamente “ha adottato un tono più conciliante del solito, lasciando intendere di poter collaborare con i democratici al Congresso”. E, sul punto, riferisce due dichiarazioni: “Sapete, non vedo l’ora di lavorare con loro, probabilmente troveremo un accordo” (New York Times). “Non voglio starmene seduto lì per due anni a porre veti su tutto” (Politico).
Al di là degli sviluppi futuri, quando certo non mancheranno contrasti, anche forti, resta che la disposizione del presidente verso i democratici (certi democratici) nasce da lontano e magari non è estranea al loro trionfo elettorale.
La simbolica dichiarazione di El-Sayed, infatti, riecheggia in qualche modo lo storico incontro tra Trump e il sindaco di New York Zohran Mamdani alla vigilia dell’assemblea generale dell’Onu, quando il presidente si rifiutò di incontrare Netanyahu sbarcato in America in cerca di bombe.
Non un incontro estemporaneo, dal momento che da quando Trump ne ha elogiato l’elezione a sindaco della Grande Mela, tra i due è iniziato un rapporto che i media trovano sorprendente, ma che va ricompreso nella constatazione di Eraclito: “L’armonia nascosta è più forte di quella manifesta”.
Mamdani è stato il primo squillo di tromba di un cambiamento nel cuore dell’Impero, che ieri si è palesato in tutta la sua portata. Ironia della politica, Trump vinse le presidenziali sull’onda del rigetto del genocidio di Gaza, quando la base dei democratici si ribellò contro il proprio partito e il presidente John Biden, “genocide Joe”.
Si rifiutarono di votare, anzi una parte di essi, minima ma non per questo non importante, votò per Trump, che sembrava meno peggio della donna candidata dai democratici, la bizzarra Kamala Harris.
Il 3 novembre è stato ancora una volta Israele il fattore determinante delle elezioni, dal momento che è stato Netanyahu a trascinare l’America in guerra con l’Iran. E che la guerra all’Iran sia stata decisiva per la vittoria dei dem lo ha dichiarato anche Trump.
Il vicepresidente J.D. Vance, in un post al vetriolo su X contro il suo partito, è andato oltre, aggiungendo un altro fattore chiave: il rapporto con Israele (altri due fattori da lui elencanti sono l’inflazione – vedi ancora guerra all’Iran – e il tradimento dell’America First). L’annuncio di Trump di un taglio agli aiuti diretti a Israele anticipava il contenuto del post di Vance preannunciando una svolta nel rapporto con Tel Aviv.
Diversi analisti l’hanno definita di mera propaganda, dal momento che una norma in gestazione al Congresso prevede una convergenza tra l’apparato militar-industriale Usa e Israele, renderebbe tali aiuti più massivi e diretti. Obiezione pertinente ma aleatoria: la legge deve ancora essere approvata.
Certo, il cambio di direzione è di là da vedere, e tutto può precipitare domani stesso con un nuovo attacco all’Iran o con un ribaltamento delle prospettive politiche di Israele, dove Netanyahu sta facendo di tutto per sabotare la nascita di un governo di cambiamento. E tante sono le incognite, come tutta da scoprire sarà, sempre se realizzata, la portata della svolta trumpiana (tante le pressioni che riceve).
Ma già l’annuncio ha destato speranze, tanto che Gideon Levy su Haaretz annota che, se si realizzerà il taglio preconizzato da Trump, “Israele sarà costretto a ridurre le sue attività offensive […]. La distruzione resa possibile dal denaro americano che ha inondato Israele sta per finire”. E ancora: “È improbabile che rimangano fondi sufficienti per mantenere l’inutile presenza a Gaza e nel Libano meridionale”.
Non solo, anche l’infrastruttura dell’oppressione, i posti di blocco, le serrate e le tante altre misura volte a rendere impossibile la vita dei palestinesi, dovrà essere ridimensionata, aggiunge Levy: opprimere costa.
Non siamo così irenici da credere in un rivolgimento di portata tanto epocale, l’oppressione non sparirà d’incanto, anzi. Ma certo, se la svolta venisse realizzata e potesse giovarsi di cambiamenti paralleli (magari un irrigidimento dell’Europa) Tel Aviv sarebbe costretta a darsi una calmata. I segnali fanno sperare.
Ps. Michelle Cottle sul New York Times su Trump: “In fondo, quello che sperava fin dall’inizio era sicuramente una vittoria democratica”. Per la Cottle è perché brama l’antagonismo, battagliare. Argomentazione banale. Resta che leggere questa frase sul Nyt è notevole.

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