Con Minotaur (2026) e i precedenti Leviathan (2014) e Loveless (2017), Andrei Zvyagintsev definisce un trittico narrativo che si muove tra biblico e mitologico, nel ritratto di una società sempre più cupa e disperata. Tra guerre reali e corto circuiti esistenziali, il regista russo tratteggia un lugubre addensamento di ombre umane e sociali.
Gran premio della giuria a Cannes, Minotaur di Andrei Zvyagintsev s’ispira a Stéphane, una moglie infedele (1969) di Claude Chabrol, ma poi lega contesto e personaggi alle agonie contemporanee della Russia moderna (anno 2022). Perché è un film che scava nelle ombre di ognuno di noi per riportare alla luce quel feroce e primordiale Minotauro del titolo. E nella storia di Gleb (un superbo Dmitriy Mazurov), importante dirigente d’azienda stretto tra il senso di fallimento coniugale e la guerra che incombe mutando dipendenti in martiri da mandare al fronte, Minotaur si cala negli abissi umani per rivelare l’extrema ratio di una disperazione che vive tanto nella dimensione globale quanto in quella più intima. Sono gli spazi estesi, anonimi e fagocitanti che si oppongono a una asfittica dimensione personale. E in un mondo dove fuori impazza l’atrocità della guerra, che viaggia distruttiva sugli schermi ma anche per le strade, tra uomini in divisa militare e file inquietanti di carri armati, tra le mura di casa si consuma invece il dolore di una guerra più intima, di indolenza esistenziale e cupa infedeltà.
La società e i suoi demoni
E ancora una volta, come accadeva anche in Leviathan, Zvyagintsev dà corpo al male societario tramite grandi mostri mitologici che avviluppano l’individuo fino a sprofondarlo negli abissi. Sono demoni costruiti negli schemi oscurantisti della collettività ma anche ombre che nascono dal nostro subconscio più fragile. E infatti nel film c’è anche quella stessa dispersione emotiva che investiva Loveless, con una malinconia radicata che avvolge tutto, e la sensazione di qualcosa che si è perso e non potrà mai più tornare. In primis la pace. Quella di una coppia forse un tempo affiatata e innamorata, ma anche quella di un Paese sprofondato in una guerra senza fine che strappa orde di ragazzi alle loro vite in cambio di un futuro che non c’è. E in una microstoria che si specchia nella macro storia moderna vive il continuo alternarsi di un dramma sociale che confluisce nel thriller personale, e viceversa.
E qui la cupezza del narrato assume un valore assoluto, in una deriva morale che evidenzia l’assenza di amore e di valori tanto per le strade quanto nelle case. Persone in fuga dal loro mondo, incapaci di ritrovare il filo della loro vita, alla ricerca di un sentimento di speranza che sembra non appartenerci più. Un processo di demonizzazione sociale in cui il regista russo delinea gli orrori della sua terra tramite le gesta di un uomo che ha smarrito la fede, nel prossimo ma soprattutto in sé stesso.
E dunque in una struttura a matrioska la storia di un nucleo famigliare in crisi diventa con il passare dei minuti un film finemente, e fieramente, politico. La graduale distruzione di una vita, ma anche società, appagata in ogni apparente dettaglio, e in ogni sfumatura di colore, che d’un tratto vira in un bianco e nero accecante, dove ogni cosa perde di senso mentre diventa primario oggettivare la presunta fonte della propria sofferenza per poterla recidere. Una gestione istintiva e primordiale delle problematiche che nella smania di guerra, globale o personale, trova la sua risoluzione più plausibile, alimentata dalla rabbia cieca di un mondo che ha smesso di credere nella virtù e nella speranza.
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