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Energia

Russia, il mercato del petrolio tra luci e ombre sotto la pressione della guerra in Ucraina

La partita del petrolio è una delle principali sfide collaterali per la Russia impegnata da oltre quattro anni e mezzo nella guerra in Ucraina

La partita del petrolio è una delle principali sfide collaterali per la Russia impegnata da oltre quattro anni e mezzo nella guerra in Ucraina e questa risorsa, assieme al gas naturale, è una fonte fondamentale di entrate per la macchina bellica del Cremlino e per l’intera economia di Mosca. Messa sotto pressione l’industria della raffinazione a causa degli attacchi mirati ucraini che nell’ultimo anno e mezzo avrebbero, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, contribuito a ridurre a giugno del 30 per cento rispetto alla capacità massima (3,8 milioni di barili di prodotti al giorno su 6,5 potenzialmente disponibili) il rendimento del sistema di raffinazione di Mosca, la Russia ha dovuto anche affrontare la necessità di dover piazzare nei mercati internazionali il proprio greggio in un contesto reso estremamente mutevole dal clima sanzionatorio sempre più impattante da parte dei Paesi occidentali, soprattutto per i provvedimenti europei contro la “flotta ombra”, e da nuove dinamiche di mercato plasmate dall’esplosione della guerra in Iran (Martina Besana ha parlato in una puntata di InsideWeek degli scenari energetici della crisi globale e degli impatti per tutti noi. InsideWeek aiuta a pensare globalmente ciò che tocca la vita di tutti noi. Clicca qui per abbonarti!).

Il quadro è dunque assai complesso e dal punto di vista di Mosca notizie di vario tipo si alternano, in un contesto che dopo esser stato condizionato negli anni scorsi soprattutto dal gas naturale vede ora il petrolio, con le sue pesanti oscillazioni di prezzo su scala globale connesse all’altalena di forniture e disponibilità nel 2026, a modificare la geografia del bilancio russo: a ottobre Reuters prevede che la Russia avrà incassato 12 miliardi di dollari dalla vendita di prodotti petroliferi e gasieri, un aumento del 10% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, dopo che però nel periodo gennaio-settembre la contrazione complessiva è stata del 17% a 64,4 miliardi di dollari (si ridurrebbe al -14% se fossero confermati i dati di ottobre) in un quadro in cui per l’aumento del deficit federale la Russia ha dovuto provvedere, nella sua previsione di bilancio, a un nuovo aumento delle imposte che alzano il costo della guerra e della nuova dinamica economica per la popolazione e il sistema produttivo.

L’altalena dell’economia energetica russa

L’altalena per la Russia prosegue: la Kyiv School of Economics, attenta a analizzare l’andamento del flusso di greggio del Paese nemico, in uno studio ha scritto che ad agosto “le esportazioni totali di petrolio greggio e prodotti petroliferi russi sono diminuite di 410.000 barili al giorno rispetto a luglio e di 840.000 barili al giorno rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 6,4 milioni di barili al giorno, il livello più basso dal 2018”.

Dati di altra provenienza contribuiscono a costruire un quadro in evoluzione: se a settembre Centre for Research in Energy and Clean Air, complessivamente, mostrava un calo del 6% complessivo delle vendite di prodotti energetici in termini quantiativi rispetto al mese precedente ma una stabilizzazione dei ricavi, nell’ultimo mese è emerso che, d’altro canto, a essere in crescita è il valore degli introiti dalla vendita di mero petrolio greggio, che ha raggiunto a inizio ottobre il valore record di 2,58 miliardi di dollari a settimana secondo le stime di Bloomberg, dato record dall’inizio dell’attacco all’Ucraina poi ritoccato al rialzo a 2,76 miliardi di dollari nella settimana conclusasi il 25 ottobre, con IntelliNews che ricorda che “Cina e India rimangono di gran lunga i maggiori acquirenti, sebbene molti carichi recenti indichino solo una destinazione intermedia – come Suez, Port Sudan o Singapore – finché le petroliere non si trovano già in una fase avanzata del tragitto”.

Tale prospettiva è stata favorita anche dall’aumento del prezzo del greggio Urals, il benchmark russo, che da fine agosto ha guadagnato circa un quarto del suo valore, e questo sicuramente ha contribuito a mantenere in linea di galleggiamento le entrate russe, seppure Le Grand Continent abbia giustamente precisato che il valore record di entrate dal greggio è l’altra faccia della medaglia della minor capacità russa di esportare prodotti raffinati a causa degli attacchi strategici ucraini, sostituiti con l’oro nero destinato alla lavorazione sui mercati di destinazione.

Il nodo della diversificazione tra petrolio e raffinati

In tal senso, anche se la vendita di prodotti raffinati siano di recente rimbalzate, la quota complessiva secondo i dati Vortexa analizzati da Bloomberg si è attestata a 1,17 milioni di barili al giorno a settembre, ancora lontano da valori ben più alti nel corso della guerra, che a marzo 2023 toccavano i 3 milioni di barili al giorno e si sono attestati sopra i due milioni di barili al giorno per tutti i mesi dall’inizio della guerra in Ucraina (eccetto ottobre-novembre 2025), fino a maggio, quando ha iniziato a intensificarsi l’effetto dei raid ucraini divenuto dirompente in estate. La Russia ha pagato direttamente le conseguenze di tali attacchi tramite costi di ricostruzione e riparazione, sussidi alle raffinerie per riprendere l’attività, controlli all’export e razionamenti dei carburanti in diverse aree del Paese.

Per Mosca, dunque, il quadro è complesso: l’impatto sull’accesso a diversi mercati in campo petrolifero connesso all’estensione delle sanzioni europee, i problemi alla capacità di raffinazione e i minori ricavi sono un indubbio fattore di tensione. Parimenti, la Russia non ha visto collassare il suo settore del greggio e sta cercando strumenti di diversificazione, in cui si inseriscono anche le prospettive aperte dal temporaneo stop imposto dall’amministrazione Usa di Donald Trump alle ultime, draconiane, sanzioni contro Mosca in cambio di una quota di export di diesel russo agli Usa. All’ombra del negoziato russo-americano si è consumato un netto rallentamento degli attacchi ucraini alle raffinerie giustificato anche dalle pressioni Usa per il tentativo di Trump di imputare proprio a tali raid, e non solo al preminente impatto dell’attacco americano all’Iran, il problema dell’impennata generalizzata dei prezzi energetici globali, oltre che dalla volontà di cristallizzare una situazione energetica che ha visto gli Usa espandere la loro capacità di presenza nei mercati energetici globali, non solo occidentali, anche sulla scorta delle difficoltà russe.

Gli scenari per la Russia

La presente analisi ha mostrato studi e dati provenienti da fonti diverse e non necessariamente sovrapponibili, e del resto l’ampiezza del tema e il moltiplicarsi delle chiavi di lettura impone attenzione e incrocio tra le fonti, ma molti dati incrociati contribuiscono a delineare un quadro con capisaldi precisi: il tema petrolifero è più dinamico e in evoluzione rispetto al consolidato gioco geopolitico e geoeconomico del gas naturale per la Federazione Russa, e nel quadro di una disruption globale ciò apre prospettive di incertezza sui volumi ma può garantire una copertura in termini economici nelle fasi di più alto prezzo; nel complesso, il 2026 è stato finora un anno di difficoltà per la Russia per la capacità di usare come forma di finanziamento dello Stato il suo immenso comparto petrolifero, ma la resilienza, come dimostrano le stime sull’export di greggio all’estero in queste settimane, non manca.

Il vero collo di bottiglia è sui prodotti raffinati ad alto valore aggiunto, a testimonianza del fatto che la “sanzione” più dura a Mosca l’hanno imposta i droni ucraini, senza però far crollare, finora, la capacità di Mosca di stare sul mercato. Resta il dilemma di quanto a lungo potrà durare una situazione in cui la Russia alza il costo interno della guerra per la cittadinanza e l’economia mentre il settore energetico resta sull’ottovolante. Come per Kiev, anche per Mosca la vera questione sta nella capacità di sopportare tensioni e resistere al logoramento. La percezione è che i prossimi mesi e il 2027 in arrivo saranno cruciali per capire le risposte a tali dilemmi.

Fonti

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