Skip to content
Politica

Israele dopo il voto: trionfano i partiti arabi, ago della bilancia tra Eisenkot e Netanyahu

Si è di fatto creato in Israele un terzo polo politico rappresentato dai partiti arabofoni: potrebbe essere questa la vera svolta nel Paese

Tra i due litiganti, arriva il terzo. Tra Benjamin Netanyahu da una parte e Gadi Eisenkot dall’altra, a destare maggiore curiosità è il risultato del blocco dei partiti rappresentativi degli arabo-israeliani. Un blocco, per la verità, tutt’altro che granitico: si ha da un lato la Joint List, con all’interno alcune delle più storiche formazioni della sinistra arabofona e israeliana, dall’altro invece Ra’am, considerato più vicino all’Islam politico. La prima potrebbe aver ottenuto tra i 10 e i 12 seggi, Ra’am invece secondo gli exit poll dovrebbe portare dentro il prossimo parlamento almeno 7 deputati. In totale, se i risultati saranno confermati, gli arabo-israeliani sarebbero rappresentanti nella Knesset da almeno 18 parlamentari. Un successo ben oltre le aspettative e che supera anche il record di 15 deputati ottenuti nel 2020. A incidere su questi numeri è stata senza dubbio l ‘alta affluenza alle urne nelle comunità a maggioranza araba. La partecipazione dell’elettorato arabofono non è soltanto figlia delle tensioni successive al 7 ottobre 2023, ma parte da lontano e in qualche modo ha a che fare anche con le proteste di piazza successive all’insediamento dell’attuale governo di Netanyahu (Clicca qui per scaricare il nostro paper, è gratis!).

La mobilitazione e del 2023

La Joint List è nata alla vigilia delle elezioni del 2015 con l’intento di superare una soglia di sbarramento che, a seguito della riforma elettorale, in quell’anno è stata portata dal 2% al 3.25%. Non è stato il primo esperimento di fusione delle liste degli arabo -israeliani, ma senza dubbio ha costituito l’esempio di maggior successo in tal senso visto che la formazione è arrivata in gran parte unita fino ai nostri giorni. Oggi a trovare posto dentro la Joint List, come accennato in precedenza, sono soprattutto i partiti più a sinistra del panorama politico arabofono. Si va da Balad e Ta’al, fondati negli anni Novanta ed espressione del nazionalismo secolare arabo, fino ad Hadash. Quest’ultimo è il partito più longevo all’interno della lista, essendo stato fondato sulla ceneri del Partito Comunista Israeliano nel 1977.

Quando a inizio 2023 Israele si è mobilitata contro la riforma della giustizia voluta da Benjamin Netanyahu, sul palco a Tel Aviv a un certo punto hanno iniziato a trovare posto anche membri della Joint List. Soprattutto coloro che, nelle comunità a maggioranza araba, ricoprivano all’epoca il ruolo di amministratori. Davanti alle folle che in quelle settimane hanno bloccato anche le autostrade attorno Tel Aviv, sindaci e consiglieri delle città arabofone hanno espresso il loro malcontento, comune a quello degli altri israeliani. Un malessere che traeva spunto non solo dalla contrarietà alla riforma della giustizia ma, più in generale, da una sensazione di abbandono e di messa in discussione della democrazia. Le guerre successive al 7 ottobre e i toni di alcuni dei ministri del governo Netanyahu, a partire da Smotrich e Ben Gvir, hanno fatto il resto.

Ieri gli arabo israeliani sono quindi andati a votare in massa, con la Joint List avviata a diventare la quarta forza in assoluto dentro la Knesset. Ra’am, guidato da Mansour Abbas e dentro la Joint List nel 2015 salvo poi uscire in seguito, appare più indietro ma con un numero di deputati tale da creare un ipotetico “terzo polo” tutto arabo da contrapporre ai due principali guidati da Netanyahu ed Eisenkot.

La difficile alchimia degli accordi

Il polo arabofono, da qualsiasi prospettiva si vedano i risultati odierni, appare come ago della bilancia. La maggioranza uscente pro-Netanyahu dovrebbe fermarsi intorno a 50 parlamentari, il blocco guidato da Eisenkot invece potrebbe arrivare a 53. Nessuno ha quindi la forza di raggiungere quota 61, quella minima per formare un governo. Chiunque abbia l’ambizione di dare vita a un nuovo esecutivo, deve fare i conti con i 18 deputati arabo israeliani. Ed è qui che la questione diventa molto delicata. Nella storia di Israele, soltanto due volte i partiti arabi hanno partecipato a un esecutivo. L’ultimo caso ha riguardato Ra’am nel 2021, quando Mansour Abbas ha deciso di offrire appoggio esterno al governo di Naftali Bennett, l’unico non guidato da Netanyahu dal 2009 ad oggi. A destra come a sinistra, le alleanze con formazioni arabe non sono ben viste. Circostanza valida sia per i partiti che fanno riferimento al sionismo e sia, a maggior ragione, per le formazioni del nazionalismo ebraico. Ma è vero anche il contrario: tra gli esponenti dei partiti arabofoni, è forte la diffidenza verso la partecipazione diretta a un governo.

Sia per Netanyahu che per Eisenkot, in poche parole, stringere accordi con almeno una delle liste arabe appare alquanto difficile. Ra’am potrebbe ripetere il precedente di cinque anni fa, ma i suoi 6 o 7 deputati potrebbero non bastare per dare alla coalizione anti Netanyahu i numeri per governare. Dunque le trattative andrebbero condotte anche con la Joint List, fino ad oggi mai entrata in maggioranza. Comunque andrà a finire, il successo dei partiti arabi non mancherà di creare importanti conseguenze politiche: potrebbe obbligare uno dei due blocchi principali a includere gli arabo israeliani nell’esecutivo, così come potrebbe costringere i due litiganti principali ad allearsi per evitare elezioni anticipate. Oppure, ancora, potrebbe rappresentare il lasciapassare proprio per un repentino ritorno alle urne.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto