In attesa delle elezioni israeliane, il cui esito sarà sospeso più o meno a lungo date le tante variabili del voto e del post voto, ieri due elezioni decisive per i destini del mondo: in Brasile, dove ha vinto Lula, e in Serbia, dove ha vinto la fantomatica Lista degli studenti.
La vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva ha del miracoloso, avendo perso con scarto le votazioni precedenti che dovevano decidere gli sfidanti del ballottaggio finale, stravinte dal suo avversario Flávio Bolsonaro, figlio del presidente precedente trattenuto in galera per tentato golpe.
Una vittoria che segna uno stop all’onda lunga delle ultime elezioni sudamericane, che hanno registrato la vittoria di tutti i candidati di destra sostenuti dai neocon e filo-israeliani. Infatti, il candidato filo-israeliano carioca era Bolsonaro, mentre Lula più volte ha criticato Israele per il genocidio dei palestinesi.
Bolsonaro non l’ha presa bene e ha chiesto l’annullamento delle elezioni, sostenuto dal suo sponsor Netanyahu che, per bocca di un ministro del suo governo, denunciato frodi. Uno schema ricorrente quello di denunciare brogli quando a essere sconfitti sono i candidati non graditi all’Occidente e, nel caso specifico, a Israele. Tant’è.
Vedremo se Bolsonaro e i suoi sponsor avranno la forza di far ripetere il voto. Ad oggi non sembra. Importante rilevare che la vittoria di Lula salvaguarda anche il posizionamento del Brasile nell’orbita dei Brics, che avrebbe potuto essere messo in discussione da una sua sconfitta. Sarebbe stata una perdita notevole per tale organismo internazionale, dal momento che il Brasile è uno dei Paesi fondatori dei Brics e ne è una colonna portante.
Quanto alla vittoria della cosiddetta Lista degli studenti in Serbia, tale sviluppo porta a compimento quanto iniziato con l’intervento Usa nei Paesi dell’ex Jugoslavia, volto a eliminare la residuale presenza russa nell’area balcanica, cioè nel cuore dell’Europa. Il presidente filo-russo, da tempo al potere e ora in corsa come Primo ministro, è stato sconfitto. Ciò che non poterono le bombe, lo hanno fatto le urne.
Le elezioni hanno solo dato una veste ufficiale a una operazione di regime-change iniziata due anni fa con metodologie ormai di prassi, la nascita improvvisa di un movimento di contestazione di massa fortissimo sui social, che chiede la fine di un governo accusato di corruttela (anche Zelensky si è affermato come terminator della corruzione, dando poi vita a governi molto più corrotti dei precedenti).
Di tali operazioni sono piene le cronache degli ultimi decenni, dai regime-change più o meno riusciti in America latina – come quello contro il Venezuela, riuscito poi solo con l’intervento diretto degli States – a quelli asiatici, ultimi dei quali in Nepal e Bangladesh.
Quello nepalese ha ancor più punti di contatto con quello serbo, dal momento che anche quella fu una rivolta giovanile, della cosiddetta Gen Z, e anche qui i manifestanti si connotavano come “giovani contro la corruzione“.
Riuscita la rivoluzione grazie anche alla forza mobilitante della piattaforma Discord, gli incorrotti si ritrovarono poi a eleggere il nuovo primo ministro sulla medesima piattaforma. L’eletta fu Shushila Karki, che prese il 50% delle preferenze espresse dai 7.586 votanti (il Nepal ha quasi 30 milioni di abitanti, raro esempio di democrazia compiuta).
Ciò non vuol dire che quello di Vučić fosse un governo incorrotto, né che i cosiddetti giovani contro la corruzione siano agenti della CIA, semplicemente registriamo dinamiche arcinote. E presto i puri che oggi festeggiano la libertà, scopriranno quanto è pura la Ue che li accoglie nel suo grembo e quanto tenga alla loro libertà.
Per parte sua Vučić ha fatto un’uscita di scena “dignitosa“, come ha riconosciuto anche il New York Times (che pure ha sostenuto con entusiasmo questo regime-change), annunciando la sconfitta prima ancora dei risultati ufficiali, evitando al Paese ulteriori violenze dopo quelle registrate nel corso di una tornata elettorale tanto polarizzata.
Putin perde un alleato, la Ue, neocon e liberal americani inanellano una nuova vittoria. Vučić si era opposto con fermezza alle sanzioni anti-russe, come ha fatto prima di lui il premier ungherese Viktor Orbán, che lo ha preceduto nel triste destino degli sconfitti.
Ora la Ue ha campo libero per comminare altre sanzioni a Mosca, ma forse il tempo di queste sciocchezze masochiste sta scadendo dato il pressing di Trump per chiudere il conflitto ucraino, esito che la Ue potrebbe essere costretta ad accettare.
Con Orbán, Vučić aveva in comune anche la partnership con Israele, avendo un rapporto personale con Netanyahu. Un’alleanza che ha permesso a Tel Aviv di fare di Belgrado uno dei suoi fornitori più importanti di armamenti, secondo solo agli States. Non rimpiangeremo tale partnership (probabilmente dettata dalla necessità di trovare un partner forte contro le pressioni Ue e Usa).
Ma, com’è accaduto per l’Ungheria, anche per la Serbia certi legami potrebbero risultare più forti delle vicissitudini della prosaica cronaca politica. Riportiamo le dichiarazioni di Jovo Bakić, uno dei due leader della Lista degli Studenti: “Rispettiamo la Russia sia come grande potenza che come partner storicamente importante e, che molte volte, è stato persino un nostro protettore. Su questo punto non ci saranno cambiamenti. Le sanzioni che la piccola Serbia imporrebbe alla Russia non cambierebbero nulla, ma da un punto di vista simbolico sarebbero molto negative”.
Dichiarazioni riportate da Strana che aggiunge come Bakić abbia chiarito che “la Serbia non rifiuterà il gas russo, nonostante le pressioni della Commissione europea” (peraltro, il suo Paese ha prezzi di favore; rimarranno tali solo se sussisteranno certi legami, anche se dilavati).
“Non siamo qui per compiacere gli stranieri, ma per agire nel nostro interesse nazionale”, ha concluso Bakić. D’altronde, i regime-change spesso funzionano come ariete, difficile resistere a certe spinte interne e internazionali. Non sempre sono altrettanto efficaci nel costruire e gestire.
Resta, nelle complessità e diversità dei casi, un tratto in comune: Netanyahu ha perso entrambe le elezioni. Porta sfortuna?
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