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Guerra

Basi USA in Medio Oriente: i danni subiti sono molto più gravi di quanto dichiarato

Fotografie inedite e testimonianze di militari ci raccontano una storia diversa dei danni subiti dalle forze statunitensi durante Epic Fury

Un recente servizio fotografico, corredato da ampie testimonianza, apparso su Meidas Touch Network (MTN), mostra che i danni subiti dalle basi USA in Medio Oriente durante l’operazione Epic Fury, l’attacco israelo-statunitense all’Iran, sono stati peggiori di quello che si possa pensare, e soprattutto di quello che è stato divulgato ufficialmente dal Pentagono.

Durante le operazioni belliche, l’opinione pubblica internazionale non ha ricevuto molte informazioni sugli attacchi iraniani alle installazioni statunitensi nel Golfo Persico e in Medio Oriente, e quello che si è saputo lo si è dovuto in massima parte dalla raccolta di fonti OSINT e dagli scarni comunicati stampa del CENTCOM (Central Command). Ora invece, alcuni militari, ma soprattutto il personale civile che è aggregato ai reparti USA, stanno rompendo un muro di silenzio che perdurava da mesi, mostrando una realtà differente da quella propagandata da Washington.

Le foto e i video inediti ottenuti da MTN mostrano i danni subiti dalle installazioni militari statunitensi in Arabia Saudita, Giordania, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, insieme a testimonianze dirette di persone presenti sul posto. “La situazione è molto più grave di quanto la gente immagini”, ha dichiarato una delle fonti, tutte coperte da anonimato per proteggerle da inesorabili provvedimenti disciplinari. Sebbene alcune delle affermazioni contenute nel reportage di MTN non abbiano potuto trovare una verifica indipendente, e il media specifica in quale caso ci sia stata questa evenienza, i racconti di militari e civili che si sono ritrovati sotto i missili balistici e i droni iraniani descrivono uno scenario in cui la preparazione al conflitto è stata a dir poco carente.

Le testimonianze riportate parlano di velivoli distrutti, caserme e mense bombardate, soldati costretti a scavarsi trincee di fortuna e famiglie dei militari che hanno dovuto cercare rifugio nei parcheggi mentre i missili iraniani sorvolavano le loro teste. Si potrebbe pensare che, sull’onda emotiva, i racconti siano esagerati, ma MTN riferisce che molte persone che hanno rotto il silenzio sono militari professionisti che si sono già trovati in zona di guerra in passato, e sono proprio loro i più critici. Tutti hanno concordato su un punto: nulla di quanto vissuto in precedenza è paragonabile alla situazione che hanno affrontato durante Epic Fury.

Nemmeno le precauzioni basilari

Un militare ha raccontato ad esempio di essere stato convocato a metà febbraio per un incarico temporaneo che, inizialmente, avrebbe dovuto durare tre settimane. Una volta giunto a destinazione, gli è stato comunicato che la durata sarebbe stata più vicina ai tre mesi. Alla fine, è rimasto sul posto per oltre sette mesi. Diversi militari hanno dichiarato di non aver avuto alcuna notizia in anticipo dell’operazione Epic Fury, nonostante che alcuni di loro vi abbiano preso parte direttamente, e di aver appreso dell’inizio delle ostilità nello stesso modo in cui lo ha saputo la maggior parte dell’opinione pubblica mondiale: attraverso i notiziari. Altri ancora hanno lamentato l’inefficacia, almeno inziale, delle difese aeree contro i droni: “Di notte non si riescono a vedere. Sono privi di luci e seguono coordinate GPS. Il rumore è identico a quello di un piccolo Cessna. A circa 120 metri d’altezza, sembrano un grosso falco. Non avevamo alcuna difesa contro questi droni”.

Passando ai danni subiti dalle basi militari, le immagini fornite dai soldati statunitensi e dai contractor civili mostrano ingenti danni alla base aerea Prince Sultan, in Arabia Saudita, nel periodo compreso tra marzo e luglio. Proprio la base aerea in cui sono state danneggiate parecchie aerocisterne dell’U.S. Air Force ed è andato distrutto un AWACS tipo E-3 “Sentry” a seguito di un attacco combinato iraniano verso la fine di marzo. Quell’attacco ci ha permesso di evidenziare, già allora, come le difese passive (oltre che quelle attive) delle basi aeree USA in Medio Oriente fossero scarse o del tutto inesistenti: non si era provveduto, ad esempio, nemmeno a mettere in atto la dispersione dei velivoli sul sedime della base e di erigere dei muri antischeggia con sacchi di sabbia. Tutte precauzioni basilari e facilmente fattibili in caso di operazioni belliche.

Le foto pubblicate da MTN di Prince Sultan mostrano quanto estesi fossero i danni riportati: sale da pranzo e spazi di lavoro distrutti, oltre ad alloggi danneggiati in cui risiedevano i militari al momento degli attacchi. Un’immagine mostra in particolare dei bunker prefabbricati, forniti dall’esercito per proteggere le truppe dagli attacchi di droni e missili, che non avevano ancora le porte montate. Capiamo ora perché il CENTCOM, più o meno nello stesso periodo dell’attacco alla base in Arabia Saudita, abbia emesso un bando di concorso urgente per ricercare soluzioni più efficaci per proteggere le proprie truppe e capacità operative.

Altre immagini mostrano invece velivoli in fiamme sulla pista dopo attacchi missilistici, facendo supporre che in realtà le perdite di aerei USA siano state maggiori di quelle divulgate ufficialmente dal Pentagono al termine dell’operazione militare. Una fonte ha inoltre fornito un’immagine che, a suo dire, ritrae un aereo da trasporto C-17 completamente distrutto; secondo la fonte, i resti sarebbero stati ammassati per accelerare le operazioni di sgombero e limitare la diffusione della notizia della perdita. Il Dipartimento della Difesa non ha confermato la perdita di un C-17 e MTN sottolinea di non essere stato in grado di verificare autonomamente tale affermazione.

Nessun preavviso ai militari

Passando alla base Muwaffaq Salti in Giordania, diversi velivoli dell’aeronautica USA sono stati danneggiati durante gli attacchi, tra cui caccia F-15, F-35, droni MQ-9 Reaper ed elicotteri, oltre a strutture di comando e controllo e infrastrutture critiche. Anche in questo caso, però, non ci sono immagini che ritraggono i danni ai velivoli ma MTN riporta solo le parole di una fonte anonima. In Kuwait, secondo quanto riferito al media, dopo gli attacchi iniziali alcuni militari si sarebbero dispersi nel deserto, vivendo all’interno di un furgone per tre mesi in attesa di poter rientrare in patria. Le fotografie scattate a settembre presso Camp Buehring, mesi dopo l’ultimo attacco, mostrano una base che risulterebbe essere quasi completamente abbandonata dall’esercito statunitense.

La parte del racconto forse più indicativa della poca preparazione al conflitto è quella che arriva dal Bahrain. Qui, dove ha sede la Quinta Flotta dell’U.S. Navy, le famiglie del personale militare sarebbero state costrette a trovare autonomamente una via di fuga dagli attacchi iraniani in quanto il comando ne avrebbe impedito l’evacuazione una volta cominciati i bombardamenti, avendo chiuso l’aeroporto militare. Viene inoltre riferito che alcuni edifici residenziali sono stati presi di mira perché l’Iran sapeva che vi risiedevano militari statunitensi; in alcuni casi, personale in servizio attivo è stato trasferito in complessi residenziali e hotel che, nel giro di poche ore, sono stati colpiti da droni e missili iraniani. Altre testimonianze di personale civile e di familiari dei soldati riferiscono che non è stato dato nessun tipo di preavviso dai militari, né è stata organizzata l’evacuazione secondo piani prestabiliti. Non avrebbero ricevuto nessun tipo di assistenza nei primi giorni dell’avvio di “Epic Fury”. Trattandosi di un’operazione militare partita dagli Stati Uniti, quindi non subita per un attacco di sorpresa, quanto accaduto risulta particolarmente grave.

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