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Manovra, la strada in salita di Meloni e Giorgetti tra debito, inflazione ed energia

La manovra andrà scritta con realismo, tra le istanze di molte fasce della popolazione e un vincolo di risorse che appare il vero ostacolo.

L’esecutivo di Giorgia Meloni si prepara a stabilire un record con l’impostazione dell’attuale Legge di Bilancio: se l’iter della Manovra 2027 si completerà entro il 31 dicembre, quello guidato dalla leader di Fratelli d’Italia sarà il primo governo nella storia repubblicana ad aver impostato cinque manovre finanziarie. Meloni ha sempre rivendicato la stabilità come un elemento centrale della governance da lei impostata, e il fatto che il suo esecutivo sia divenuto il più longevo dal 1946 a oggi ha consentito una certa continuità nella politica fiscale. Ma quella in arrivo, che prevede il flusso di entrate e spese dello Stato per il 2027, sarà probabilmente la più articolata e complessa legge finanziaria del governo di centrodestra e una prova generale per le sfide che attendono il Paese chiamato a diverse partite importanti, interne, europee e globali, e al decisivo appuntamento elettorale nell’anno che verrà.

Le sfide economiche di Meloni e Giorgetti

Meloni, il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti e la maggioranza navigano in acque agitate e si trovano a gestire il futuro dei conti pubblici tenendo conto di evoluzioni strutturali complesse. La crisi energetica ha messo sotto pressione il Paese, il suo sistema industriale, la sua base commerciale e contribuito al carovita che si è manifestato nella fiammata dell’inflazione Ipca (Indice dei prezzi al consumo armonizzato) fino al 4,2% annuale di settembre. Il sedimentarsi delle problematiche sull’energia e della tensione sociale ha prodotto la crescita del malcontento espressosi in un crescendo di proteste che, in forma diversa da Nord a Sud, hanno segnato un malcontento generalizzato. In parallelo, si è verificata la raffica di vendite sui bond globali che ha avuto in Europa come epicentro la Francia, come ben descritto nell’analisi di Martina Besana per InsideOver, e che ha avuto un effetto anche sull’Italia, ponendo fine alla fase favorevole per il decennale italiano e gli altri titoli che ha contraddistinto pressoché l’intera legislatura.

I vincoli per la manovra e il nodo coperture

Aggiungiamo a ciò l’esaurimento, nel 2027, del volano del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e la procedura d’infrazione per deficit eccessivo che l’Italia per poco, a causa di un deficit al 3,1% del Pil nel 2025, non è riuscita a superare e si avrà l’idea di un quadro complesso. L’esecutivo non è responsabile di molte delle problematiche strutturali che il sistema-Paese si trova ad affrontare e non può essere imputato di un quadro che afferisce soprattutto al contesto globale e alla tempesta accelerata dal prosieguo della guerra in Ucraina, dall’esplosione del conflitto nel Golfo e dal boom dell’export cinese negli ultimi anni. Parimenti, Meloni e i suoi si trovano tra la Scilla di una legge di bilancio da scrivere con poche risorse di fronte a un mutato quadro europeo e la Cariddi di queste problematiche strutturali, peraltro alla vigilia di un anno elettorale importante.

Analizzando su Lavoce.info il Documento Programmatico di Finanza Pubblica (Dpfp) gli economisti Marco Leonardi, Leonardo Rizzo e Alberto Zanardi (al cui studio si rimanda per molti dettagli puntuali sulle componenti tecniche e le previsioni del documento) hanno sottolineato che “è un documento cauto e prudente, senza i contorni della manovra elettorale, che sembra bloccato, in surplace, in attesa di novità da Bruxelles” e in un contesto in cui “la prudenza del Dpfp riflette innanzitutto il quadro macroeconomico globale, attuale e prospettico, ad alta turbolenza, che si ripercuote sulle finanze pubbliche in termini sia di richieste di sostegno ai redditi delle famiglie e ai bilanci delle imprese di fronte all’inflazione, sia di tensioni sui rendimenti dei titoli pubblici”.

Coperture e responsabilità fiscale

Non a caso le prime voci che emergono dalla bozza di manovra in via di definizione parlano, tra l’altro, di una stretta ulteriore sulle pensioni e della possibilità di indicare in un contributo dalle banche la base di parte delle coperture necessarie da almeno 5 miliardi di euro. Tutto sarà definito, con ogni probabilità, a fine mese quando si avrà contezza dei margini di flessibilità definitivi spuntati dall’Italia nel confronto inaugurato a Bruxelles e segnato dalla lettera di Meloni a Ursula von der Leyen delle scorse settimane.

Lo scenario resta complesso perché la politica economica si trova costretta a scontare la carenza di risorse in una fase di crescente tensione sociale e di percepita instabilità, in Italia e non solo. Negli anni scorsi Meloni e Giorgetti hanno impostato politiche di bilancio prudenti, spesso sottolineando la responsabilità fiscale come chiave centrale per la credibilità dell’Italia davanti ai mercati, concordando a livello europeo i margini di manovra. Il Paese, in un contesto in cui l’economia non correva ma tra export delle imprese in tenuta, moderata espansione del Pil sostenuta dal Pnrr e sostanziali assenze di situazioni di crisi industriale come quella emergente in Germania o di crisi fiscale dello Stato come avvenuto in Francia, ha sostanzialmente tenuto botta per diversi anni, ma l’accumularsi delle crisi bussa alle porte dell’Italia e per Roma potrebbe arrivare il momento di scelte decisive.

Le partite decisive dell’Italia in Europa

Al centro c’è chiaramente, soprattutto, l’energia, centrale per lo sdoganamento di risorse a cittadini e imprese e tema chiave della trattativa con Bruxelles per definire i margini di flessibilità in un contesto dove la problematica energetica appare talmente strutturale da richiedere a livello europeo, come ha ricordato a Il Sussidiario l’analista Gianclaudio Torlizzi, di distinguere il piano di breve periodo dell’assistenza ai settori e alla fasce della popolazioni fragili e più esposte ai rincari a un’agenda per il futuro in cui, nota Torlizzi, “occorre ridurre la vulnerabilità delle forniture”. Questa è la più rilevante delle partite in cui si mostra, chiaramente, come anche per l’Italia la sfida sia multilivello e come la Legge di Bilancio 2027 non potrà esaurire il set di risposte a un contesto in evoluzione sempre più critica. Il potere d’acquisto dei cittadini, al contempo, resta una sfida fondamentale e quanto emerso con il malcontento delle scorse settimane, da Nord a Sud, non può non lasciare indifferente un governo chiamato a ricucire strappi e a gestire con attenzione una fase estremamente delicata.

Tutto questo avviene mentre a livello europeo si preparano le due battaglie che determineranno a livello strutturale la posizione dell’Ue, e dunque anche dell’Italia, e la postura operativa che si vorrà tenere sul piano macroeconomico e finanziario negli anni a venire. Nel 2027 il governo Meloni dovrà infatti muoversi nella partita per il bilancio europeo 2028-2034, su cui i falchi pro-rigore mirano a ottenere una serie di tagli considerevoli, e in quella per la nomina del successore di Christine Lagarde alla Bce, in un contesto in cui la stretta prevista sui tassi può condizionare il costo dell’indebitamento italiano e impattare in prospettiva sulla spesa per interessi , e in cui all’Italia converrebbe sperare che a Francoforte si insedi una “colomba” sul piano dell’intervento monetario. Assieme alla flessibilità, tre sfide europee che peseranno sulla traiettoria economica dell’Italia in un contesto in cui, sul breve periodo, la manovra andrà scritta con realismo e concretezza in una fase di profondo dualismo tra le istanze sempre più pressanti di molte fasce della popolazione e un vincolo di risorse che appare il vero ostacolo da aggirare per la politica, non solo in Italia.

Fonti

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